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Scuola, la giungla delle sigle e la rivincita Bes, allievi con bisogni educativi speciali

Il mondo della scuola visto da un docente di Bergamo che ottiene finalmente la cattedra in una scuola sul lago d’Iseo. Paese non lontanissimo, ma nemmeno alle porte della città. Marco P. racconterà la sua esperienza nella rubrica Pensilina 9.

Marco P. è un docente di Bergamo che ottiene finalmente la cattedra in un paese del lago d’Iseo. Inizia un cambiamento radicale della propria vita che racconterà per Bergamonews per conoscere il mondo della scuola da un altro punto di vista.

Le puntate precedenti

“Ho avuto la cattedra: la mia avventura di docente sul lago”

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Insegnare è come andare in scena a teatro: la “prima” è fondamentale

Insegnare nell’epoca del Covid, far rispettare le regole e dare l’esempio

 

Ormai siamo invasi dalle sigle… una su tutte governa le nostre vite quotidiane: il DPCM. Ma poi ce ne sono tante altre: APP, PIN, T9, SPID…

Anche la scuola sul lago in cui lavoro, come tutte le scuole d’Italia, è dominata dagli acronimi. C’è ad esempio il PTOF che è il Piano Triennale dell’Offerta Formativa; poi il DS, il Dirigente Scolastico che una volta chiamavamo semplicemente Preside. A dargli man forte c’è il DSGA ovvero il Direttore dei Servizi Generali ed Amministrativi, nominato dall’US, l’Ufficio Scolastico che può essere USP (provinciale) o USR (regionale) che a sua volta dipende dal MIUR che è il Ministero dell’Istruzione dell’Università e della ricerca. Non dimentichiamo, naturalmente, il personale ATA (Amministrativo, Tecnico e Ausiliario).

Ma tra tutte le sigle ce n’è una che, in questo momento, domina la scena su tutte le altre: sono i BES!

“Chi sono costoro?” Avrebbe domandato don Abbondio…

Sono anzitutto persone, è bene ricordarlo! Sono allieve o allievi con Bisogni Educativi Speciali: alcuni tra questi, i DSA, presentano dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento, altri hanno un “generico” svantaggio socioeconomico, linguistico o culturale, altri ancora, i cosiddetti H, hanno una disabilità certificata ai sensi della Legge 104 del 1992. La presenza dei docenti di sostegno è dedicata perlopiù agli ‘H’, con un numero di ore commisurato al bisogno.

Per tutti questi allievi, tanto per non farsi mancare una sigla in più, vanno predisposti o dei PDP, cioè dei Piani Didattici Personalizzati, oppure, nel caso dei cosiddetti H, un PEI e cioè un Piano Educativo Individualizzato.

Scommetto che molti di voi avranno già rinunciato a capirci qualcosa… ma se qualcuno si fosse appassionato all’argomento ho scoperto che esistono anche altri acronimi interessanti. Ci sono ad esempio gli alunni NAI che sono gli studenti NeoArrivati in Italia, che non parlano italiano o lo parlano poco, e poi ci sono anche quelli con un disturbo NAS, cioè Non Altrimenti Specificato. E via dicendo…

Ma torniamo ai nostri BES. In questo momento la mia scuola, che è un Istituto Superiore, vive in una strana condizione di sospensione… il cortile è sempre stracolmo di automobili, quelle degli insegnanti e degli altri dipendenti. Anche il personale ATA è al suo posto, ma tutto è dominato da un silenzio surreale. Per i corridoi della scuola riecheggiano, come sempre, le voci degli insegnanti che fanno lezione, ma soprattutto rimbombano le voci metalliche degli allievi e delle allieve che intervengono da casa, amplificate dalle casse delle LIM (Lavagna Interattiva Multimediale) presenti in ogni aula. Se provi ad aprire la porta di una classe ti troverai davanti l’insegnante seduto, anzi costretto, alla sedia davanti alla telecamera del computer, tanti banchi vuoti e poi, seduti qua e là …. alcuni sparuti BES. Capita di fare lezione con in classe anche solo uno o due allievi fisicamente presenti. A volte nemmeno uno, poiché la frequenza a scuola in questo momento è una possibilità e non un obbligo: la scelta è a discrezione della famiglia.

Eppure ho visto in più di un ragazzo o in più di un’allieva una certa fierezza nell’essere presenti. Svanito l’imbarazzo dei primi giorni è come se in qualche modo i BES, insieme ai docenti, tenessero in piedi, in questo difficile momento di emergenza, l’impresa educativa. Ho visto negli occhi di Paolo o di Simona una sorta di orgoglio, una soddisfazione. Come a dire: “Ci siamo. Resistiamo. E finalmente vi siete accorti che ci siamo anche noi”.

Confesso che, di alcuni di loro, non avevo quasi nemmeno sentito mai la voce, prima d’oggi: nelle prime settimane la presenza di alcuni di loro era sommersa dal caos generato dai numerosi compagni di classe e invece in questi giorni condividiamo con i BES gli spazi e gli spostamenti all’interno dell’edificio. E sono certo che alcuni di loro ricorderanno questo periodo anche con piacere, come quel momento in cui la scuola per una volta è diventata un luogo esclusivo, tutta per loro, che a volte sono invece gli esclusi…

E così l’altro giorno, quando ho finito di fare lezione incollato davanti al PC, mi sono ritrovato in classe con Paolo. Abbiamo scambiato due parole e poi, essendo l’ultima ora, abbiamo sceso le scale insieme. Arrivati al piano terra il mio allievo, quattordici anni, mi ha aperto la porta che dà sul cortile e poi mi ha fatto segno di passare. L’ha fatto con una certa disinvoltura, quasi come se fosse un collega. Non l’avevo mai visto così sicuro di sé!

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Commenti

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  1. Scritto da Marco77

    ciao