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Insegnare nell'epoca del Covid, far rispettare le regole e dare l'esempio - BergamoNews

Pensilina 9

Pensilina 9

Insegnare nell’epoca del Covid, far rispettare le regole e dare l’esempio

Il mondo della scuola visto da un docente di Bergamo che ottiene finalmente la cattedra in una scuola sul lago d’Iseo. Paese non lontanissimo, ma nemmeno alle porte della città. Marco P. racconterà la sua esperienza nella rubrica Pensilina 9.

Marco P. è un docente di Bergamo che ottiene finalmente la cattedra in un paese del lago d’Iseo. Inizia un cambiamento radicale della propria vita che da oggi racconterà per Bergamonews per conoscere il mondo della scuola da un altro punto di vista. 

Le puntate precedenti:

“Ho avuto la cattedra: la mia avventura di docente sul lago”

La “chiamata” nella Scuola di Stato mantiene un’aura magica e fatale

Insegnare è come andare in scena a teatro: la “prima” è fondamentale

Sono trascorse ormai alcune settimane dalla “prima”, cioè dal mio debutto nella nuova scuola sul lago e tutto sembra andare per il verso giusto. Gli allievi sembrano partecipi, i colleghi simpatici e l’anno scolastico, seppur con le lentezze che da sempre caratterizzano la prima fase (supplenti che non arrivano, difficoltà a capire chi sono i tuoi colleghi nel consiglio di classe e a chi rivolgersi per le più svariate richieste da neoassunto…) sembra procedere in maniera consueta.

Dico ‘sembra’, perché tra le pieghe del granitico sistema organizzativo scolastico statale, per certi versi rassicurante con le sue formalità consolidate, protocolli, circolari, attività curriculari ed extra-curricolari ben normate, si annida il virus.

Come si traduce la presenza del Covid nella scuola? Siamo solo a fine settembre/inizio ottobre, l’estate è appena finita e il ricordo dei tuffi al mare (o al lago) o delle passeggiate in montagna è ancora fresco… i ragazzi aspettano fuori da scuola in maniera disordinata creando quelli che un tempo chiamavamo capannelli spontanei e che oggi chiamiamo assembramenti. L’orario scolastico, nella mia scuola superiore, è stato spalmato su 7 ore e senza pausa pranzo: alcune classi entrano alle 8 per finire alle 13 o alle 14, mentre altre iniziano alle 10 e finiscono alle 15. Questo per evitare il sovraffollamento sui mezzi pubblici e anche all’ingresso a scuola. Gli insegnanti girano per le aule come infermieri con mascherine chirurgiche e visiera di plexiglass: i ragazzi durante gli spostamenti devono avere necessariamente la mascherina, mentre al banco, così come gli avventori di un locale che serve cultura, possono decidere liberamente se tenerla o toglierla. L’intervallo di metà mattina non esiste più, né all’aperto né in classe. Ogni ora è dotata di un suo intervallo: le lezioni durano 45 minuti e alla fine di ciascuna ora l’insegnante deve aprire porte e finestre per areare il locale e permettere agli allievi che ne hanno bisogno di andare in bagno o di mangiare qualcosa. Ogni volta che un docente cambia classe, prima di lasciare l’aula, deve sanificare (una volta avremmo detto ‘pulire’) con un detergente ciò che ha toccato: cattedra, tastiera del PC, mouse, eventualmente la LIM. Quest’ultima sarebbe la Lavagna Interattiva Multimediale, ma a me piace di più come la chiamano in alcune scuole primarie ovvero “Lavagna Magica”, perché, a differenza di quella tradizionale, può trasformarsi nello “Specchio delle mie brame” di Biancaneve e mostrare immagini e video!

Tornando alla realtà… se un allievo si sente male, gli viene provata la febbre e se ha più di 37,5 gradi un bidello deve accompagnarlo fuori dalla classe in un’area dedicata ai “sospetti Covid”: la famiglia dovrà venire a prenderlo e l’allievo potrà rientrare a scuola solo alcuni giorni dopo, quando sarà in possesso di un certificato medico che attesti che non è pericoloso per il resto della classe e della scuola.

Un giorno una ragazza si è sentita male in classe proprio durante una mia ora: ero davvero in difficoltà perché chiamare la bidella significava far partire per lei e per la sua famiglia una trafila non semplicissima, ma mi sono detto “Devo attenermi al protocollo. Colpirne una per educarne cento!”. L’ho fatto per non mettere in pericolo me stesso e gli altri, per non rischiare il posto di lavoro, ma soprattutto perché un insegnante è anche un “pubblico ufficiale” e deve dare l’esempio.

“Che tipo di cittadini avremo domani – mi sono chiesto – se i ragazzi nelle scuole di oggi vedono gli insegnanti infrangere le regole o interpretarle a loro piacimento?”.

Ho così improvvisato con la bidella del mio piano un dialogo, vagamente somigliante all’Apologia di Socrate, nel quale io impersonavo naturalmente la figura del protagonista e parlavo dell’importanza della Legge e del suo rispetto, anche quando è apparentemente sbagliata… Alla fine l’allieva, dopo essere tornata dal bagno, ha dovuto prendere le sue cose (libri, zaino e giacca) senza che nessuno potesse, per protocollo, aiutarla. Gli altri compagni, in parte attoniti e in parte divertiti, sono rimasti seduti ai loro banchi.

L’abbiamo guardata tutti andarsene e gli allievi sembravano un po’ increduli: eravamo ad inizio ottobre, le giornate erano belle e calde e queste misure sembravano un po’ assurde, eccessive. Nella mia testa invece, mentre Alessia (nome fittizio, evidentemente) veniva portata via, cominciava a farsi strada un pensiero mortifero, ma allo stesso tempo profetico (non che ci volesse Nostradamus per partorirlo!).

“Alessia – pensavo – è soltanto la prima di una lunga serie. Pian piano il virus ci allontanerà tutti gli uni dagli altri e ci costringerà di nuovo in casa davanti ai nostri PC e sui nostri balconi a prendere aria”. Ma è stato soltanto un pensiero fugace… già 5 minuti dopo la partenza di Alessia nessuno stava più pensando a lei, tutti convinti (come poi sarà) che il suo malore non fosse in nessun modo riconducibile al Covid. E la lezione riprende regolarmente.

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