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Emma Bonino e il Mediterraneo: l’Europa aiuti i Paesi fuori dai conflitti

Martedì 1 marzo, alle 18, al Centro Congressi Giovanni XXIII a Bergamo, la senatrice Emma Bonino interverrà all’incontro promosso dalla Fondazione Zaninoni.

Il Mediterraneo? “Un piccolo lago tra continenti”.

Il milione di immigrati che bussano alle porte dell’Europa? “Alla fine della seconda guerra mondiale i rifugiati in Europa erano 15 milioni”.

Parlare con Emma Bonino ti permette di avere uno sguardo diverso, una prospettiva più profonda sul mondo attuale delle relazioni internazionali. La sua esperienza politica e non è davvero preziosa, non solo all’Italia ma al mondo. E’ stata senatrice, Commissaria europea per la politica dei consumatori, della Pesca e responsabile dell’Ufficio europeo per l’Aiuto umanitario d’emergenza ed oggi componente dei board di International Crisis Group, Open Society Iniziative for Europe, European Concil on Foreign Relations e del Comitato direttivo dell’Istituto Affari Internazionali.

Il suo sguardo lo ripropone martedì 1 marzo, alle 18, al Centro Congressi Giovanni XXIII a Bergamo all’incontro promosso dalla Fondazione A.J.Zaninoni dal titolo “Medio Oriente e Mediterraneo”.

Il Mediterraneo è sempre più un’area cruciale dove si concentrano tensioni, guerre e conflitti tra Oriente e Occidente.

“Il Mediterraneo è una grande zona attorno ad un piccolo lago che separa l’Europa dall’altra sponda, quella a Sud, che è in fiamme. E’ un’area importante dove convergono molti conflitti interni al mondo islamico, tra sunniti e sciiti”.

Che cosa può fare l’Europa?

“Aiutare e sostenere quei Paesi che sono fuori dai conflitti e che possono essere degli ottimi interlocutori per l’area. Penso alla Tunisia, al Marocco, ovviamente alla Giordania e al Libano. Il Nord Africa e il Medio Oriente si trova a vivere una grande guerra interna al mondo islamico che vede contrapporsi sunniti e sciiti. E poi ci sono i conflitti interni alle diverse divisioni, da un parte i Fratelli Musulmani e simili e dall’altra i wahabiti e quindi le monarchie del golfo. I due principali rami dottrinali dell’Islam, sunniti e sciiti, hanno creato tra loro una frattura profonda che si è acuita negli ultimi anni e che si è intrecciata con le vicende politiche locali, diventando sempre più rilevante per decidere e comprendere guerre, alleanze e interessi. E’ importante comprendere questa frattura, questa guerra interna che è una lotta per l’egemonia”.

Lei sostiene di aiutare alcuni Paesi arabi come il Marocco, la Tunisia, il Libano e la Giordania. In che modo?

“Per prima cosa con dei finanziamenti. Per esempio: la Tunisia che conta 11 milioni di abitanti e ha perso il suo turismo, che era una grande risorsa, proprio per gli attacchi terroristici potrebbe beneficiare di alcuni finanziamenti da parte dell’Unione Europea. La seconda cosa di cui potremmo farci carico è la crisi umanitaria. Lo dobbiamo fare per gli obblighi stabiliti dalle convenzioni che abbiamo sottoscritto, ed invece non facciamo niente. L’Europa è il continente più ricco del mondo per istruzione, speranza di vita, sicurezza sociale ed è andato in crisi totale di fronte a un milione di rifugiati che hanno bussato alla sua porta. E’ impressionante, basti pensare che al termine della seconda guerra mondiale in Europa c’erano 15 milioni di rifugiati e non c’erano le risorse di oggi, mentre ora abbiamo paura di aiutare un milione di persone”.

Perché temiamo queste persone?

“Bisogna partire da un presupposto: i migranti economici che si spostano in Africa, di dieci persone solamente uno prende la strada per l’Europa. A Sud del Mediterraneo, nel mondo arabo, nel 1950 si contavano 7 milioni di persone, nel 2010 erano 360 milioni e nel 2050 con le previsioni demografiche saranno 360 milioni. Dove pensiamo che vadano queste persone? La paura non deve esserci. C’è un problema e va affrontato con la ragione. E la ragione ci obbliga e ci chiede una politica seria di integrazione, mentre noi non ne vogliamo nemmeno discutere. L’Europa è un continente che vive un drammatico declino demografico e dall’altra parte, sull’altra sponda ci sono forze e vite nuove che possono aiutarci a bilanciare la situazione”.

Ma perché questa migrazione ci spaventa?

“Perché abbiamo la memoria corta. Italia e Grecia hanno il merito di salvare vite umane. In questi giorno sono stati trasmessi molti film e documentari sullo sterminio nazista degli ebrei nella seconda guerra mondiale. All’epoca dicemmo: mai più. Eppure oggi assistiamo a stragi in mare di persone che cercano una speranza di vita. Abbiamo una memoria corta e abbiamo perso la vista. Tra un’emergenza e l’altra perdiamo di vista la situazione complessiva”.

All’orizzonte c’è l’Islam, non dobbiamo temerlo?

“Innanzitutto ci sono diversi tipi di Islam. Non c’è solo quello terroristico legato al fanatismo. Penso ai 250 milioni di musulmani in India che non costituiscono minimamente un problema così come l’Islam in Giordania e in altri Paesi ancora. Quindi per affrontare la paura dell’Islam credo sia meglio studiare un po’ di più e di non fare un’erba un fascio”.
Quando parla di integrazione da dove si dovrebbe partire?
“Partirei dal rapporto del 2010 elaborato dal Consiglio d’Europa in cui ci sono i diritti e i doveri dell’integrazione. Diritti e doveri loro e nostri. Una è la lingua, la seconda è il mercato del lavoro e via di seguito come prevede quello studio”.

Ci sono delle indicazioni pratiche?

“Alcune pratiche ci insegnano che è più facile integrare piccoli gruppi di rifugiati che grandi masse concentrate a Roma o a Milano. Un’altra pratica per favorire l’integrazione è favorire i ricongiungimenti familiari che stabilizzano diverse situazioni, mentre adesso si tenta di restringerli”.

La Cancelliera Merkel ha affermato “Questa non è la mia Europa, tenere insieme questo continente e mostrare umanità, questo è importante” riferendosi alla proposta dell’Austria di mettere un tetto all’ingresso di immigrati. Condivide questo pensiero?

“Sì. Anche perché il Vecchio Continente ha bisogno di mano d’opera e noi italiani lo sappiamo bene. La forza lavoro degli immigrati ci serve nell’agricoltura, nell’industria pesante e nei lavori domestici. Dobbiamo aver chiara questa consapevolezza: abbiamo bisogno di manodopera. Basti pensare che dal 2008 al 2014, ogni anno nei momenti della crisi economica più nera, l’Europa ha comunque dato 2 milioni e mezzo all’anno di permessi di lavoro. Solamente che se andiamo a vedere nel dettaglio, questi ingressi sono stati dati soprattuto agli ucraini, ai polacchi poi agli statunitensi, indiani, cinesi, brasiliani e pochissimi ai siriani”.

Martedì è a Bergamo, una delle roccaforti della Lega Nord. Conosce la realtà bergamasca? Non teme che questi temi siano quasi una provocazione?

“No. La Lega cavalca battaglie pubbliche contro gli immigrati, ma nella realtà sa benissimo quanto siano necessari all’economia bergamasca, dov esvolgono attività che gli italiani si rifiutano di fare”.

Si prospetta un intervento militare in Libia. Come lo giudicherebbe?

“Sarebbe un’infausta spedizione. In Libia c’è in atto un conflitto tra sunniti, fratelli musulmani e wahabiti più una serie di tribù molto frammentate. Non credo che un puro intervento militare possa aiutare la situazione. Anzi non saprei proprio che cosa potremmo bombardare”.

Sarà ospite della fondazione A.J. Zaninoni legata all’onorevole Pia Locatelli. Che rapporti avete?

“Ci conosciamo da anni. Siamo amiche e compagne di molte battaglie a difesa delle donne e non solo”.

Le donne hanno un ruolo nelle fasi di integrazione?

“Sì, le donne sono quelle più facilmente integrabili, sono il vero filo dell’integrazione. Fondamentale di questo passaggio però è la lingua: un vero collante. Per questo è necessario focalizzarsi su questo fronte”.

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