Alessandro Vanotti non ha mai avuto bisogno della luce piena per lasciare un segno. La sua è una storia che si muove nelle pieghe del ciclismo, là dove il rumore si attenua e resta solo il senso profondo della corsa. Quando La Gazzetta dello Sport lo ha inserito tra i cinque migliori gregari più influenti della storia ha voluto riconoscere un modo di interpretare lo sport. “È stato un orgoglio – racconta Vanotti – perché vuol dire che quel lavoro silenzioso è arrivato alle persone”. Nel ciclismo, il gregario non è una figura accessoria, ma è colui che rinuncia a sé stesso, al proprio successo, per costruire qualcosa di più grande per gli altri. Per la squadra. “Non è solo aiutare – spiega – ma capire cosa serve al tuo capitano in ogni momento, come poter fare per proteggerlo: da solo non vince nessuno”. In questa frase si concentra tutta la sua identità: attenzione, lettura, responsabilità.
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