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"Nulla è perduto", alla GAMeC mostra su arte e materia in trasformazione - BergamoNews
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“Nulla è perduto”, alla GAMeC mostra su arte e materia in trasformazione

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Bergamo. C’è sempre qualcosa che può spiegare l’inspiegabile. Ma spesso ci sono sorprese dietro le certezze.

Gioca con le nostre percezioni la mostra “Nulla è perduto – Arte e Materia in trasformazione” che inaugura il 15 ottobre, in Gamec, una mostra-laboratorio che fa appello ai nostri sensi e allo stesso tempo mette in crisi l’umana presunzione di conoscenza. Protagonista assoluta la materia, anche a prescindere dall’uomo e dalle sue velleità di dominarla.

Curata da Anna Daneri e Lorenzo Giusti, la rassegna è il secondo capitolo del progetto pluriennale “Trilogia della materia” e si snoda come un viaggio a forte impatto sensoriale tra i principi primordiali, Fuoco, Terra, Acqua e Aria. Intorno a questi elementi ruotano le opere dei sessanta artisti coinvolti, appartenenti a varie generazioni, dai Dada e Surrealisti, alle Neoavanguardie degli anni Sessanta e Settanta, alle ricerche contemporanee.

Farne una sintesi di tanta fantasmagoria di forme e di senso non è facile: dalla tela più alchemica mai dipinta da De Chirico alle schiume polimorfiche di Alessandro Baggio, alla valigetta illusionista di Duchamp, all’installazione acustica a bassa frequenza di Lars Fredrikson, alla piramide di segatura di Karla Black, al roveto in rame di Rebecca Horn, ai vasi di argilla auto-generanti di Lisa Dalfino e Sacha Kanah, alla scultura in vetro riciclato di Tania Perez Cordova fatta prelevando letteralmente una finestra della Gamec, all’onda blu di Yves Klein, alla pittura ossidata con acido urico di Andy Warhol dal titolo inequivocabile “Piss painting”, al freezer di Roman Signer pieno di neve caduta dal cielo, all’albero di corde e cristalli che si modifica in base all’umidità dell’ambiente di Jorge Peris.

Le leggi della meccanica, della chimica, della statica, della termodinamica, dell’ottica, della natura tout-court sono interrogate e messe alla prova in un itinerario di senso scandito in quattro sezioni, tra passaggi di stato, processi di vaporizzazione, condensazione, solidificazione, sublimazione. L’esperienza di visita è al limite tra l’indagine fisica, estetica e concettuale, oltre che etica, per le implicazioni di carattere ecologico, biosostenibile e antropologico che svariate opere suggeriscono.

Non manca un aspetto ludico, associato ad alcune prove d’autore come i funghi in plastica fuxia di Michel Blazy i motori cristallizzati in blu per via del solfato di rame di Roger Hiorns, le installazioni fertilizzanti di Gerda Steiner e Jorg Lenzlinger nella foggia di veri e propri giardini fosforescenti.

Rien ne se perd”, nulla si perde è l’incipit della celebre massima attribuita a Lavoisier, lo scienziato-filosofo le cui esperienze e dimostrazioni sono alla base della legge di conservazione della materia per cui nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.

Che il nostro mondo segua le leggi della fisica e della materia, ce lo hanno insegnato fin da piccini. Abbiamo imparato a decifrare l’universo e oggi anche a quantificare i droplets e l’aerosol che produciamo nei pochi metri quadri di un ufficio. La scienza e il desiderio di conoscenza trainano le nostre menti oltre le angustie del quotidiano e anche l’arte del Novecento e del nuovo secolo, come si può ben vedere, se ne è fatta interprete. La scienza fino a un certo punto, però, sembrano dirci le opere in mostra. Perché il gesto dell’artista sposta il nostro sguardo, rivela incongruenze semantiche, trasmuta la logica umana e rilancia l’interrogativo sull’essere, a nostra volta, parte della natura e della materia.

Un’opera suggestiva come “The Cloud” di Leandro Erlich, che cattura una nuvola in una teca, ci ricorda che, in fondo, le nuvole hanno bisogno di qualcuno che le guardi per prendere forma. E che al di là del trucco – che la fa apparire gassosa ed eterea pur essendo stampata su pannelli di vetro – esiste dentro la nostra visione un piano metaforico, onirico, valoriale che ci consente di cogliere la magia del mutamento ben al di là dei principi della fisica.

La mostra, ha sottolineato l’assessore alla cultura Nadia Ghisalberti, “esprime l’energia della città che si mostra al Paese”, in vista anche della terza tappa della trilogia della materia “che si concluderà nel 2023 quando Bergamo sarà con Brescia capitale italiana della cultura”.

Riassume l’intero progetto il curatore Lorenzo Giusti: “Mentre nella mostra del 2018, Black Hole, abbiamo indagato l’interno della materia, il suo aspetto microscopico ed energetico, ora torniamo alla superficie, guardiamo all’interfaccia, seguiamo le trasformazioni più visibili ai nostri occhi. Il terzo capitolo, nel 2023, abbraccerà invece l’idea della smaterializzazione, fino ai linguaggi del digitale”.

Nello Spazio Zero di Gamec, inoltre, siamo invitati a camminare su una distesa di conchiglie: si tratta dell’installazione a carattere ambientale dell’artista svedese Nina Canell: un modo molto fisico per misurare il peso della propria azione sul pianeta.

Accompagna la mostra il ricco, interessante catalogo edito da Gamec Books, con numerosi approfondimenti sulle opere in mostra e sulle implicazioni dei processi fisico-chimici della materia in una prospettiva ecologista.

La mostra, aperta fino al 13 febbraio 2022, offre un nutrito programma di attività per le scuole e un ciclo di incontri aperti al pubblico (con proiezione di film, documentari e opere video) in collaborazione anche con Bergamo Scienza.

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