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A Bergamo la mostra dedicata ad Antonio Cembran

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Dal 26 novembre al 24 dicembre
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Ingresso

Evento concluso

A Bergamo la mostra dedicata ad Antonio Cembran

Bergamo. Affollatissima l’inaugurazione, lo scorso 26 novembre, della mostra “Antonio Cembran – l’amico nascosto” all’ex Chiesa della Maddalena. Un evento mondano come pochi, a giudicare dalla moltitudine dei convenuti e dall’eleganza delle mise, per un incontro di diverse generazioni della Bergamo bene e non solo.

In mostra, i molti volti di Cembran: pittore, regista, umorista, opinionista, osservatore scanzonato della società, dei vizi privati e delle pubbliche virtù dei suoi contemporanei .

I curatori dell’esposizione hanno riunito i suoi disegni, gli scritti tra cui l’ironica autobiografia “Anonimo mondano. Diario di un mondano pentito 1950 – 1974” e i suoi film, di cui in mostra c’è la proiezione del documentario “Bergamo” del 1974, restaurato e digitalizzato per l’occasione da Lab80 Film. Maria Teresa Frumento Cembran e l’architetto Attilio Pizzigoni, con l’aiuto di Paolo Aresi, Marina Benedetti, Lori Dossi, Flavia Conca ed Edoardo De Cobelli hanno confezionato una rassegna e un libro-catalogo che vogliono testimoniare a chi l’ha conosciuto e presentare a chi non l’ha incontrato lo spirito creativo di Antonio Cembran.

Personaggio assai noto nella Bergamo del secondo Novecento, di antica e nobile famiglia trentina (ma la madre era bergamasca, una Mazzoleni – quelli delle trafilerie), Cembran trascorse buona parte della gioventù a Cortina, dove frequentò il jet set di attori, registi, artisti, ma anche principi, industriali, ministri, intellettuali, dive e star del cinema. Spostò poi la sua residenza a Bergamo, in via Verdi nella villa fatta costruire da suo padre, mantenendo sempre un rapporto privilegiato col bel mondo, sia quello dei resort di lusso internazionali, sia quello della Bergamo dei salotti buoni, del Balzer e del life-style edonista e compiaciuto delle famiglie d’alto borgo.

Non faceva mistero delle sue passioni, d’altra parte, nemmeno nei suoi scritti: “Nella mia vita ho fatto il gaudente: tutto donne, mamma, vacanze e amicizie femminili altolocate. E dove non poteva la fortuna, poteva l’umorismo. Ho giocato con la vita, burlandomi di essa, addentandone il gusto, assaporandone i piaceri con maliziosa ironia”.

 

In mostra alla Maddalena scorre una teoria di disegni giocosi nelle forme di un’animazione grottesca e caricaturale della vita, della letteratura, della cultura bassa e alta, di quella profana e sacra, in un continuo smembramento e riassemblaggio delle forme. Una sorta di incessante e policromo trionfo dell’effimero, tra silhouette disintegrate e immaginosi calembour verbo-visivi, improntati a un’ironia giocosa e a una ludica e beffarda contaminazione di linguaggi. Si tratta, di fatto, di un implacabile riciclo e remix di diversi immaginari, da quello pop a quello raffinato e snob di una società intrisa di contraddizioni. La fotografia, come ci appare, di un mondo allo stesso tempo sublime e decadente, disarmante e cinico, piccino e grandioso.

Un mondo che, almeno nelle forme vissute da Antonio Cembran e in quelle da lui rappresentate, non esiste più. Come scrisse lui stesso a proposito di un sogno avuto su una panchina del Sentierone in un giorno di mercato gastronomico nel 2010: “Cala il sipario su quel Balzer profumato di Coty, di Chanel numero 5, cala la saracinesca sul Balzer degli anni Cinquanta Sessanta , quando il suo panettone veniva depositato all’angolo del Sentierone, fronte Vedovella, gentile omaggio degli automobilisti ai vigili urbani. Piango gli anni belli della gioventù, quando un aperitivo al Balzer era un mitico rito, un suo cannoncino un’iniezione di vigore; quando Modugno cantava Volare nel cielo dipinto di blu. E non c’era quell’odore di oggi, di gruviera, fontina, pecorino. Solo profumo di Coty, di polenta e osei a mo’ di tortino, di torta Donizetti e di belle donne”.

Di questa come di tante altre gustose, e a volte seccanti, annotazioni è pieno il libro edito da Lubrina che porta in copertina un autoritratto ironico e molto pop di Cembran del 2016, con stralci dai suoi scritti e interviste e testimonianze di chi l’ha conosciuto. Tra queste spiccano le recensioni, tra gli anni ’70 e ’80, di Ermanno Comuzio che apprezzava la strana genialità del Cembran cineasta inquieto di cui “non tutto convince”, ma il cui operato “è come un sasso nello stagno del conformismo cineamatoriale”.

Una prova convincente del suo senso acuto dell’obiettivo è proprio il film a colori e in superotto “Bergamo” del 1974. Il documentario, proiettato nell’abside dell’ex Chiesa, si aziona ogni quindici minuti ed è di per sé motivo di interesse per una visita: “un film elegiaco”, lo definì Comuzio, che svela i vecchi muri e gli angoli nascosti della Bergamo Alta di cinquant’anni fa, restituendo a noi spettatori del 2022 il sapore di una città segreta e in parte perduta nel restyling dei decenni più recenti.

Una mostra, insomma, fuori dagli schemi, che offre più il ritratto di un’epoca che di un artista, più un’atmosfera sociale che un linguaggio culturale, senza per questo abdicare alla dimensione artistica e culturale, sotto forma di sperimentazioni creative e passatempi intellettuali.

La chiave di lettura l’ha fornita l’architetto Attilio Pizzigoni: “Le opere alle pareti vanno viste in brevi sequenze , come fossero opere collettive, come icone delle contraddizioni e dei disagi storici in cui si dibatte l’uomo contemporaneo. Antonio non era uno solo, erano molte e diverse personalità, e così anche il suo pensiero creativo non si può ridurre a una sola dimensione. Pittore, cineasta, scrittore.. io lo ricordo negli ultimi anni, quando ci si trovava al Balzer e si andava a cena: salutava tutte le donne e le ragazze che gli rispondevano con simpatia. Era una persona spiritosa, anche autoironica, una figura felliniana, certamente un artista”.

La mostra, in via Sant’Alessandro 39/d, è aperta fino al 24 dicembre nei seguenti orari: lun-ven 16-19.30, sab e dom 10-12 e 16-19.30.