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Storie di Covid, la dottoressa de Caro racconta la sua esperienza

La dottoressa Francesca de Caro, chirurgo ortopedico specializzata nella chirurgia articolare del ginocchio, ha deciso di sospendere le attività ambulatoriali e chirurgiche per fornire il suo aiuto durante questa terribile emergenza

Molti parlano di infermieri e dottori come i veri eroi di questo paese, e come non essere d’accordo, è solo grazie ai loro sforzi e al loro impegno se oggi stiamo superando uno degli eventi più traumatici dal secondo dopoguerra. Proprio per questo motivo, abbiamo intervistato la dottoressa Francesca de Caro, chirurgo ortopedico specializzata nella chirurgia articolare del ginocchio, che ha deciso di sospendere le attività ambulatoriali e chirurgiche per fornire il suo prezioso aiuto durante questa terribile emergenza.

Qual è il suo lavoro durante questa crisi?

La pandemia di Coronavirus mi ha spinto ad abbandonare la mia normale attività ambulatoriale, chirurgica e di ricerca e raggiungere i miei colleghi medici ed infermieri, sono stata assegnata come volontaria al reparto cure intermedie della RSA Piccinelli di Scanzorosciate in Provincia di Bergamo, un reparto. Dove assieme ad altri operatori sanitari stiamo facendo il possibile per aiutare i malati ed i degenti a superare questa bruttissima situazione. Il reparto si è rivelato una piccola eccellenza nella provincia, è infatti completamente separato dalla RSA ed ha avuto il meritato primato di non aver registrato nessuna contaminazione del personale che è dedicato solo al reparto Covid.

Il suo normale lavoro ambulatoriale continua?

Certamente, sono però cambiate le modalità. Infatti, gestisco visite e consulti medici esclusivamente online attraverso i sistemi di teleconferenza e tramite il mio sito ufficiale www.francescadecaro.it.

Sappiamo che ha conseguito il dottorato di ricerca dall’interno di un ospedale, può parlarci di questa esperienza?

Il 27 marzo scorso, ho discusso, in videoconferenza, la Tesi di Dottorato (PhD) in “Scienze Farmacologiche, Tossicologiche della Scienza e del Movimento Umano” che ho iniziato nel 2016 all’Università di Bologna, sotto la supervisione della professoressa Hrelia ed il tutoraggio del prof. Zaffagnini. La tesi riguardava il “Trattamento delle lesioni osteocondrali del ginocchio con un innovativo scaffold di aragonite: risultati di uno studio prospettico a due anni di follow-up”. Grazie a questa scoperta innovativa, sarà possibile favorire la rigenerazione della cartilagine del ginocchio e aiutare tutti coloro che sono affetti da usura della stessa e dolore cronico. Non mi sarei mai aspettata di dover discutere la tesi dall’interno di un reparto di ospedale, nel bel mezzo di un’emergenza pandemia. Eravamo tutti commossi e porterò sempre nel cuore questo ricordo.

Com’è il clima all’interno delle corsie di un reparto COVID?

Parliamo di un ambiente che non è facile da gestire, serve una tempra d’acciaio per sopravvivere al costante stato di pressione a cui veniamo sottoposti; ed è per questo che devo ringraziare chi tutti i giorni mi aiuta a mantenere efficiente il mio operato, dal direttore sanitario dottor Viganò a tutti gli OSS, senza dimenticare l’indispensabile collaborazione di Giorgia, Claudia, Stefano e Federico, gli Infermieri della struttura ospedaliera e miei Angeli personali. Dovremmo essere abituati per mestiere a vivere tali situazioni, ma questo virus sta mettendo a dura prova le vite di tutti noi, obbligandoci a mantenere le distanze da tutti, partendo da chi ci è più caro. Ed è per questo motivo che vedendo i pazienti del centro provo una profonda tristezza, in quanto non possono ricevere alcun tipo di visita o consolazione da parte di amici o parenti. Durante questa particolare emergenza ho riscoperto il potere dello sguardo e come rasserenare (anche se per poco tempo) quello impaurito dei pazienti, il tutto grazie alle parole dello scrittore norvegese Tarjei Vesaas, il quale diceva “Quasi nulla deve essere detto quando sai usare gli occhi”.

Cosa farà appena supereremo questa crisi?

Sperando che tutto questo termini il prima possibile, una volta superata l’emergenza, tornerò al mio lavoro di sempre, dividendo il mio tempo tra le importanti fasi di ricerca e le attività ambulatoriali e chirurgiche presso l’Istituto di Cura Città di Pavia.

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