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DCA: come trovare i centri specializzati e fare un primo screening online
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DCA: come trovare i centri specializzati e fare un primo screening online

27 maggio 2026 | 09:11


In Bergamasca l’età media della prima diagnosi di disturbo del comportamento alimentare si è abbassata sotto i quindici anni, e dietro questo numero ci sono famiglie che spesso non sanno dove iniziare a cercare aiuto


La parola “centro specializzato” compare ovunque, dai comunicati delle ASST ai siti delle associazioni, eppure capire cosa la rende davvero specializzata richiede di guardare oltre l’etichetta.

Questo articolo prova a mettere ordine fra opzioni pubbliche e private e a spiegare cosa può fare uno strumento di primo screening online quando il primo passo, dal vivo, sembra ancora troppo grande.

Cosa intendiamo per centro specializzato in DCA

Un centro specializzato per i disturbi del comportamento alimentare non è semplicemente un ambulatorio dove lavora un dietologo o uno psicologo, ma una struttura in cui le diverse competenze cliniche dialogano dentro un unico percorso di cura. Le linee guida del Ministero della Salute parlano di équipe multidisciplinare, e questo significa che ogni persona presa in carico viene seguita in parallelo da uno psicoterapeuta, da un nutrizionista clinico e, quando serve, da uno psichiatra e da un medico internista.

La ragione è semplice: i DCA hanno una componente psicologica che si intreccia con conseguenze fisiche misurabili, e affrontarli su un solo binario lascia sempre qualcosa fuori.

In Italia esistono diversi modelli organizzativi sotto la stessa dicitura.

Ci sono i Centri di terzo livello, di solito ospedalieri, che seguono i casi più severi e prevedono ricoveri ordinari o residenziali. Ci sono gli ambulatori specialistici delle ASL, distribuiti in modo non omogeneo sul territorio. Ci sono infine i centri convenzionati con il Servizio sanitario e quelli totalmente privati. Quando una famiglia inizia a cercare, la difficoltà non è solo trovare un nome, ma capire a quale livello di intensità di cura quel nome corrisponde.

C’è poi un dettaglio operativo che spesso fa la differenza: la presenza di un protocollo specifico per anoressia, bulimiao binge eating disorder, e non un generico “trattamento dei disturbi alimentari”. I percorsi efficaci sono protocollati, hanno una durata media stimabile e prevedono valutazioni periodiche.

Un centro che lavora bene mette per iscritto cosa farà nei primi colloqui, quale sarà la frequenza delle sedute e quando rivaluterà il piano. Se queste informazioni non arrivano in modo chiaro, è un segnale da considerare.

Centri pubblici, privati e percorsi accreditati: come orientarsi

La prima scelta riguarda il canale di accesso. La via pubblica passa dal medico di base o dal pediatra, che redige una richiesta per la presa in carico presso il centro DCA dell’ASL di riferimento. La copertura territoriale è disomogenea, e in alcune province i tempi di attesa per il primo colloquio specialistico superano i tre mesi.

La via privata accorcia i tempi ma comporta un costo per seduta che, fra psicoterapeuta e nutrizionista clinico, oscilla tra ottanta e centoventi euro a incontro.

Esiste una terza strada, meno conosciuta, quando la lista d’attesa pubblica è lunga e il privato puro è insostenibile: i centri accreditati che operano in convenzione con il Servizio sanitario regionale, e i centri online con équipe multidisciplinare che offrono un primo colloquio gratuito.

Una persona che vuole esplorare questa opzione può iniziare guardando i centri per i DCA gratuiti, dove la chiamata conoscitiva di quindici minuti è pensata per orientare verso il percorso più adatto, senza vincoli e senza diagnosi a distanza.

Quando si confrontano i vari centri, alcuni criteri pratici aiutano a distinguere chi è davvero specializzato. Il primo è la presenza simultanea di figure cliniche diverse nello stesso percorso: un solo professionista che dichiara di “occuparsi di tutto” è quasi sempre un segnale di approssimazione.

Il secondo è la trasparenza sul protocollo di trattamento e sui suoi tempi, perché un centro che parla solo di “percorsi personalizzati” senza mai specificare la struttura del lavoro tende a operare in modo poco strutturato. Il terzo è la chiarezza sui criteri di esclusione: un centro serio dichiara apertamente quando un caso va indirizzato verso un setting residenziale invece che ambulatoriale.

Il primo screening online: cosa può fare e cosa no

Lo screening online è uno strumento utile, a patto di capire bene a cosa serve. Non è una diagnosi e non sostituisce una valutazione clinica, ma può funzionare come un primo specchio quando la persona o il familiare hanno ancora dubbi sull’opportunità di chiedere aiuto. Il questionario più diffuso in ambito clinico è l’EAT-26, validato a livello internazionale e usato dagli psicologi come strumento di screening preliminare in centinaia di studi pubblicati. Si compone di ventisei domande e restituisce un punteggio orientativo che indica se vale la pena approfondire con un professionista.

Una persona che vuole farsi un’idea iniziale può svolgere un test sui DCA ispirato a questo strumento direttamente da casa, in pochi minuti, prima ancora di prendere appuntamento. Il vantaggio non è il punteggio in sé, ma il fatto che il test costringe a guardare in faccia alcuni pensieri ricorrenti, come la paura di ingrassare anche quando il peso è normale, il senso di colpa dopo i pasti, la tendenza a contare le calorie in modo ossessivo.

Sono domande che le persone con un rapporto difficile con il cibo spesso evitano di porsi in modo esplicito, e vederle scritte aiuta a chiamare le cose con il loro nome.

Detto questo, restano due regole da rispettare. La prima è che un punteggio sotto la soglia non vuol dire stare bene: l’EAT-26 rileva soprattutto i tratti tipici dell’anoressia e della bulimia, mentre il binge eating, l’ortoressia e l’ARFID possono dare profili più sfumati.

La seconda è che un punteggio sopra la soglia non equivale a una diagnosi, e va sempre portato in seduta con uno psicoterapeuta che possa valutare il quadro complessivo. Lo screening è un punto di partenza, non un sostituto del percorso. Trattato in questo modo, riduce la paura del primo passo, perché trasforma una sensazione confusa in un dato concreto da discutere con qualcuno che sa cosa farne.

Dal primo segnale al primo contatto: come muoversi

Quando i segnali ci sono, agire presto cambia gli esiti del percorso. L’Istituto superiore di sanità stima che in Italia circa tre milioni di persone convivono con un DCA, e che la metà dei casi esordisce prima dei diciotto anni: dati che si possono leggere nel dettaglio sulla pagina dedicata all’epidemiologia dei DCA in Italia.

La buona notizia, spesso trascurata, è che la prognosi migliora sensibilmente quando il trattamento inizia entro i primi tre anni dall’esordio dei sintomi. La cattiva è che il tempo medio fra i primi segnali e la prima richiesta di aiuto, in Italia, supera ancora i due anni.

Le campagne di sensibilizzazione locali stanno cercando di accorciare questo intervallo. Solo nella provincia di Bergamo la Settimana Lilla 2026 ha visto un fronte comune fra istituzioni e centri DCA territoriali, proprio per ricordare che i DCA non sono una scelta né un capriccio adolescenziale, ma patologie cliniche su cui esiste una rete di cura organizzata. La consapevolezza pubblica è un tassello importante, perché spesso è uno sguardo esterno, di un insegnante, di un allenatore, di un amico stretto, ad accendere la luce che la persona non riesce a vedere da sola.

Costruire il primo contatto in modo sostenibile significa spezzettare il percorso in passi piccoli. Una persona può iniziare leggendo materiale divulgativo affidabile, poi provare uno strumento di screening, poi fissare una chiamata conoscitiva gratuita con un centro multidisciplinare, e solo dopo decidere se proseguire dal vivo o online.

Per i familiari il consiglio clinico è netto: evitare commenti su peso e cibo, non improvvisare diete a tavola, parlare invece con un professionista prima ancora che la persona accetti di farlo. Un disturbo del comportamento alimentare non si chiude in poche settimane, ma il momento in cui smette di crescere coincide quasi sempre con il primo gesto fatto verso chi sa come ascoltarlo.