“Gli alberi i nostri alleati contro la crisi climatica. Ma non possono sostituire la riduzione delle emissioni”
Giorgio Vacchiano, professore di gestione e pianificazione forestale all’Università degli Studi di Milano, che venerdì 9 ottobre alle 9 parteciperà alla XXIV edizione di BergamoScienza con la conferenza “Resilienti per natura”, moderata dalla biologa vegetale Paola Bonfante
Giorgio Vacchiano, docente di gestione e pianificazione forestale all’Università degli Studi di Milano, a BergamoScienza con la conferenza “Resilienti per natura”. Dalle foreste urbane alla prevenzione degli incendi, spiega perché gli alberi siano uno degli strumenti più efficaci per restituire vivibilità e sicurezza alle nostre città e rafforzare la capacità dei territori di affrontare gli effetti del riscaldamento globale. In Valle Seriana la strategia climatica RiForestAzione Le ondate di calore dell’estate, gli alberi che ingialliscono e si seccano già a luglio, gli incendi che devastano superfici sempre più vaste. La crisi climatica sottopone le foreste a pressioni crescenti, mettendone alla prova la capacità di adattamento.
Eppure, gli alberi sono anche alleati preziosi, soprattutto nelle città, dove contribuiscono a moderare il caldo, assorbire gli inquinanti e trattenere l’acqua piovana. Come valorizzare queste risorse senza dimenticarne i limiti biologici? E come preparare i boschi agli eventi estremi che verranno? Ne parliamo con Giorgio Vacchiano, professore di gestione e pianificazione forestale all’Università degli Studi di Milano, che venerdì 9 ottobre alle 9 parteciperà alla XXIV edizione di BergamoScienza con la conferenza “Resilienti per natura”, moderata dalla biologa vegetale Paola Bonfante.
L’estate appena trascorsa ha confermato quanto il riscaldamento globale stia accelerando. Che cosa significa questa situazione per gli alberi e la loro capacità di aiutarci a contrastare la crisi climatica?
“Significa innanzitutto che l’aiuto degli alberi, preziosissimo soprattutto nelle città, ha un limite e non può prescindere dalla nostra azione. Le ondate di caldo li hanno fatti soffrire, sia nelle aree urbane sia nei boschi, facendoli ingiallire e diventare marroni già nel pieno dell’estate. Gli alberi ci rinfrescano finché stanno bene ma, quando il riscaldamento e lo stress climatico superano determinate soglie, anche le loro grandi capacità di adattamento entrano in crisi. A quel punto non riescono più a svolgere efficacemente le loro funzioni.
È importante comunicarlo con chiarezza: le soluzioni verdi nelle città sono fondamentali, non possiamo farne a meno, ma da sole non bastano. Dobbiamo agire per evitare che la crisi climatica diventi ingestibile, intervenendo a tutte le scale, da quella locale a quella nazionale, per ridurre le emissioni di gas serra che alterano il clima. In questo modo gli alberi avranno maggiori possibilità di svolgere il loro ruolo: rinfrescare le città, a condizione che siano progettati bene, distribuiti dove le persone ne hanno bisogno, mantenuti correttamente e scelti tra le specie più adatte al clima futuro. L’adattamento non si può separare dalla mitigazione, cioè dalla riduzione delle emissioni, anche per l’azione degli alberi: dobbiamo continuare a lavorare su entrambi i fronti”.
Perché le foreste urbane sono definite “polmoni tecnologici?
“L’albero, tecnologia non umana, è così definito per richiamare l’attenzione sulle molte funzioni che noi cerchiamo di replicare attraverso nuove tecnologie. Tentiamo di catturare, per esempio, l’anidride carbonica dall’atmosfera, con macchinari ancora sperimentali, poco diffusi e molto costosi, mentre gli alberi lo fanno su scala globale. Ma c’è una differenza fondamentale: gli alberi non sono solo una tecnologia, sono anche esseri viventi. Per funzionare hanno bisogno di condizioni ambientali adeguate. Un grande albero in buona salute può avere un effetto rinfrescante paragonabile a quello di due condizionatori d’aria. Inoltre, contribuisce ad assorbire gli inquinanti e le polveri sottili e a intercettare l’acqua piovana durante i temporali intensi. Dobbiamo ricordare, però, che anche questa tecnologia biologica ha limiti precisi. Se sottoposti a stress eccessivi, gli alberi non riescono più a garantire tutti i benefici che ci aspettiamo da loro”.
Che cosa si intende propriamente per foresta urbana? E come possiamo ripensare le città per affrontare il caldo estremo e le piogge intense?
“Non dobbiamo immaginare necessariamente un grande bosco nel mezzo della città, che sarebbe difficile da realizzare. La foresta urbana è piuttosto un insieme diffuso di elementi verdi distribuiti nel tessuto urbano. Non conta solo la dimensione delle singole aree, ma anche la loro distribuzione. A Milano studiamo da due anni l’effetto rinfrescante dei piccoli parchi urbani: è molto locale e già a 200-300 metri di distanza tende a esaurirsi. Per beneficiarne, quindi, dobbiamo poter raggiungere facilmente un’area verde, possibilmente a piedi. Da qui deriva anche il principio urbanistico del 3-30-300: tre alberi visibili da casa, una copertura arborea del 30 per cento in ogni quartiere e non più di 300 metri di distanza dalla più vicina area verde.
Anche un piccolo spazio verde può essere prezioso, purché sia parte di una rete diffusa. Dobbiamo superare l’idea del verde come semplice elemento decorativo, da aggiungere alla fine di un progetto urbanistico. Le foreste urbane sono una vera infrastruttura, da pianificare e gestire come le strade, le scuole, le reti fognaria ed elettrica”.
Perché questa infrastruttura possa funzionare, servono anche manutenzione, monitoraggio e risorse. Quali sono le priorità per i Comuni?
“Gli alberi in città sono sottoposti a molti fattori di stress: il calpestio, i suoli impermeabilizzati, gli spazi troppo piccoli per le radici e le temperature più elevate rispetto alle aree circostanti. È normale che abbiano una durata inferiore rispetto a quelli che crescono in condizioni più favorevoli. Occorre monitorarli da vicino, anche con nuove tecnologie. Alcune città italiane stanno sperimentando, in collaborazione con l’Agenzia spaziale europea, sistemi di monitoraggio satellitare del patrimonio arboreo urbano (Bergamo ha partecipato al progetto Urban Forest, ndr). Bisogna scegliere, inoltre, le specie più adatte alle condizioni climatiche che cambiano, disporre di un piano del verde che garantisca controlli e manutenzione e preveda sostituzioni continue.
È importante intervenire anche sui suoli, per esempio attraverso la depavimentazione, restituendo spazio e acqua alle radici e rendendo gli alberi più capaci di resistere ai venti forti e alle tempeste.
La volontà e la consapevolezza stanno crescendo, ma spesso il limite è rappresentato dalle risorse economiche. Finché il verde è considerato solo un costo, i Comuni avranno una capacità di spesa limitata. Occorre riconoscere il valore dei benefici prodotti: risparmi sanitari, danni evitati, maggiore benessere della popolazione e anche un incremento del valore degli immobili. Il verde deve essere considerato un investimento per la comunità”.
Nel suo libro “La resilienza del bosco” racconta come incendi, tempeste e alluvioni possano sconvolgere gli ecosistemi, ma anche aprire la strada a nuove forme di vita. Quando un disturbo diventa una minaccia per la foresta?
“Per un bosco non è necessariamente un problema subire un incendio, una tempesta o una siccità, per quanto questi eventi possano apparirci distruttivi. Gli ecosistemi sono abituati a evolversi confrontandosi con determinati tipi di disturbo. I problemi arrivano quando questi fenomeni cambiano troppo rapidamente: gli incendi diventano più frequenti, le siccità più lunghe e ricorrenti, i venti più forti rispetto a quelli a cui le foreste sono state esposte nel loro passato evolutivo. Il cambiamento climatico accelera proprio queste trasformazioni, mettendo in crisi la capacità di recupero degli ecosistemi. Una foresta può riprendersi dagli incendi a cui è abituata, ma può non essere in grado di reagire a quelli con caratteristiche mai sperimentate.
Le combinazioni di eventi rendono la situazione ancora più difficile. Dopo una tempesta come Vaia, gli alberi caduti possono essere attaccati dal bostrico. Dopo un incendio, invece, una nuova stagione secca può impedire ai semi di germogliare e alla vegetazione di rigenerarsi. Non dobbiamo considerare solo i singoli fenomeni, ma anche le loro possibili successioni e interazioni. È una sfida nuova anche per chi studia e gestisce le foreste: dobbiamo sviluppare modelli capaci di simulare il comportamento degli ecosistemi in condizioni climatiche future, per individuare in anticipo le aree più vulnerabili”.
L’estate ha portato incendi molto estesi in Europa, con episodi anche sulle Alpi a quote insolitamente elevate. Qual è il legame con il cambiamento climatico e su che cosa bisogna intervenire?
“Il caldo estremo aumenta l’evaporazione dell’acqua dalle piante, disseccando la vegetazione e rendendola molto più infiammabile. In queste condizioni anche una scintilla può provocare un incendio vasto, intenso e difficile da domare. Quest’estate abbiamo osservato proprio questa dinamica, soprattutto nelle aree europee interessate dalle ondate di calore più persistenti. Anche sulle Alpi si sono verificati incendi innescati dai fulmini a quote più elevate del solito. Di fronte a incendi sempre più intensi e difficili da spegnere, dobbiamo investire maggiormente nella prevenzione. La lotta agli incendi resta indispensabile, ma quando il fuoco si propaga in boschi molto secchi e diventa estremamente intenso, anche i mezzi di spegnimento possono trovarsi in difficoltà.
Bisogna intervenire anni prima che un bosco bruci, con una gestione forestale attenta: realizzare viali tagliafuoco, ridurre gli accumuli di vegetazione morta, costruire condizioni che rendano il bosco più resistente e pianificare gli interventi conoscendo le traiettorie probabili del fuoco. L’obiettivo non è eliminare ogni incendio, ma ridurre la probabilità che diventi incontrollabile e limitarne le dimensioni, rendendolo più affrontabile quando si verifica”.
È un approccio che riguarda anche la Valle Seriana, dove l’Università degli Studi di Milano collabora alla strategia climatica RiForestAzione. Quali sono gli obiettivi del progetto?
“RiForestAzione è la strategia per la transizione climatica della Valle Seriana, promossa dalla Comunità Montana e sostenuta dalla Fondazione Cariplo. L’obiettivo è accompagnare il territorio verso un futuro più sostenibile e resiliente, affrontando insieme la riduzione delle emissioni e l’adattamento agli effetti del cambiamento climatico. Il contributo dell’Università degli Studi di Milano riguarda anche la realizzazione di una mappa di vulnerabilità delle foreste rispetto al clima futuro e ai rischi connessi, tra cui quello legato al bostrico. Si tratta di capire, sulla base degli alberi presenti e delle condizioni che li aspettano, quali aree potranno essere maggiormente esposte e dove sarà necessario intervenire in anticipo.
La strategia comprende anche la mitigazione delle emissioni, l’efficienza energetica, la valorizzazione della filiera bosco-legno, il coinvolgimento dei Comuni e dei cittadini e il monitoraggio ambientale. È un esempio di come si possa lavorare su più fronti, mettendo in relazione le conoscenze scientifiche con la pianificazione territoriale. Perché la resilienza non significa che un bosco possa resistere a tutto: significa creare le condizioni perché foreste, comunità ed ecosistemi possano affrontare meglio le trasformazioni in corso, mentre lavoriamo per rallentarle riducendo le emissioni”.
Le precedenti interviste di Diego Colombo per la rubrica “Terranostra”:


