L'appello
Ponte San Michele, “Cittadini esasperati e un quartiere allo stremo”
Chiediamo interventi immediati per mitigare i disagi di abitanti e pendolari. Chiediamo il supporto delle amministrazioni locali e di Regione Lombardia affinché RFI sia chiamata a verificare ed eventualmente rivalutare i vincoli progettuali
Pubblichiamo l’appello per la ricerca di soluzioni di viabilità e vivibilità più sostenibili e umane. Una lettera aperta del Comitato Ponte e Monastero dei Verghi di Calusco d’Adda.
Siamo gli abitanti del quartiere Ponte e Monastero dei Verghi, famiglie ed esercizi commerciali che vivono e lavorano vicino agli innesti del Ponte San Michele, proprio in fondo a quello che è diventato un imbuto senza scampo.
Come tantissimi lavoratori e genitori costretti ad attraversare il San Michele, soprattutto nelle ore di punta, siamo quotidianamente intrappolati in code infinite, ogni volta che dobbiamo uscire e rientrare nelle nostre abitazioni. Una volta a casa, siamo circondati da rumore e smog; muoverci nel quartiere o raggiungere i servizi significa rischiare di essere travolti da chi percorre a tutta velocità strade vietate e senza marciapiedi, o procede contromano per tagliare le code. Persino accompagnare i figli a scuola, andare a una visita medica o fare la spesa può trasformare il rientro in un incubo.
Anche le attività commerciali subiscono pesantemente questa situazione: clienti affezionati o potenziali rinunciano spesso a raggiungerle per evitare il traffico, con conseguenti danni economici per imprenditori e lavoratori. Quanto stiamo vivendo non dipende dai cittadini, dai pendolari, dai lavoratori o dagli abitanti dei quartieri impattati, che legittimamente cercano di far valere i propri diritti. È il risultato di decenni di immobilismo e di scelte delle amministrazioni regionali e locali e delle società di gestione delle infrastrutture, che non hanno fornito soluzioni adeguate alla mobilità di attraversamento dell’Adda: dalla ristrutturazione non adeguata del San Michele per sostenere contemporaneamente traffico ferroviario e stradale, alla chiusura del ponte di Brivio e alla prossima chiusura di quello di Trezzo. Miopie e strabismi che sembrano rinnovarsi anche nell’iter del Nuovo Ponte San Michele.
La politica assente e il mancato confronto con i territori rischiano di portarci verso una cattedrale nel deserto: un’opera che potrebbe risolvere solo parzialmente le esigenze ferroviarie, peggiorando la qualità della vita dei territori vicini, compromettendone il valore paesaggistico e turistico e, soprattutto, senza risolvere la viabilità sovracomunale verso la tangenziale est di Milano e la circonvallazione di Bergamo. Questi limiti sono rimasti evidenti anche dopo il dibattito pubblico sul DOCFAP e, a maggior ragione, nell’impianto del bando di concorso di idee di RFI. Il bando, al quale hanno partecipato 40 progetti, ci appare più come la ricerca della soluzione “meno peggio” all’interno di vincoli alcuni condivisibili, altri discutibili, fissati da RFI.
Sono comprensibili i vincoli relativi a costi e tempi, agli aspetti geologici, ambientali e paesaggistici, così come la necessità del doppio binario e il mantenimento delle stazioni di Calusco e Paderno. Sono invece irragionevoli, a nostro parere, il limite di collocazione in stretto affiancamento al San Michele, le quote di realizzazione e l’innesto della viabilità stradale sulla via Vittorio Emanuele, lato Calusco, e sulla via Edison, lato Paderno. Queste scelte limitano la possibilità di migliorare davvero i collegamenti verso la tangenziale est di Milano e la circonvallazione di Bergamo, congestioneranno ulteriormente i centri abitati, comporteranno pesanti abbattimenti di abitazioni e lunghi periodi di interruzione delle connessioni stradali e ferroviarie durante un cantiere che durerà almeno cinque anni, e probabilmente molto di più.
A questi vincoli riteniamo socialmente doveroso aggiungerne uno fondamentale: le abitazioni e la qualità della vita di chi vive questi luoghi devono essere tra le priorità.
È facile immaginare il grado di esasperazione degli abitanti del quartiere. Chiediamo a gran voce la realizzazione immediata di un nuovo attraversamento, esigenza che condividiamo pienamente, ma contemporaneamente veniamo spesso definiti con disprezzo “NIMBY” per i nostri tentativi, da Davide contro Golia, di tutelare case, attività, famiglie e vite.
Proprio perché viviamo qui e seguiamo da vicino l’iter del nuovo ponte ferroviario e stradale destinato a sostituire il San Michele, riteniamo che la soluzione oggi prospettata da RFI, con il plauso di Regione Lombardia, non tuteli adeguatamente il territorio e non risolva le criticità ambientali e viabilistiche esistenti. Al contrario, rischia di crearne di nuove. È inoltre importante chiarire che le iniziative di comitati, associazioni e amministrazioni non hanno influito sulle tempistiche previste da RFI per progettazione e realizzazione del nuovo ponte.
La strada oggi tracciata da RFI porterà a un cantiere lungo e invasivo, a ridosso dei centri abitati, con chiusure del traffico stradale e ferroviario. A opera completata avremo circa 14.000 veicoli al giorno, compreso il traffico pesante, treni in corsa giorno e notte, anche merci, e ingorghi semplicemente spostati di qualche centinaio di metri. Il tutto nei nostri centri abitati.
Per abitanti e commercianti le conseguenze non si fermano alla viabilità: ci sono gli espropri, il rischio di svalutazione degli immobili e la difficoltà, per chi volesse farlo, di vendere e andarsene.
C’è soprattutto il rischio di cancellare un luogo ai margini di uno dei tratti di maggior pregio del corso dell’Adda, un ambiente di grande attrattività e potenziale economico che rischia di diventare assimilabile ai dintorni di un cavalcavia autostradale. Il territorio è formato da chi lo abita, da chi lo attraversa e da chi vi si ferma. Il nostro quartiere non ce la fa già più. Noi non ce la facciamo già più.
La frustrazione è massima e non vediamo sufficiente attenzione da parte di chi dovrebbe orientare le decisioni su viabilità, trasporti e vivibilità dei territori, di fronte a una situazione estrema che concentra, su scala locale, problemi di un’area molto più ampia. Non vogliamo essere costretti a fare la guerra per stabilire chi sia più colpito dai disagi. Non vogliamo perdere la nostra umanità né essere trattati come cittadini di serie B. Vogliamo semplicemente vivere, lavorare e muoverci nel nostro territorio in condizioni dignitose.
Abbiamo incontrato realtà e professionisti che hanno elaborato proposte alternative capaci di superare molte delle criticità evidenziate. Esistono, ad esempio, soluzioni che mantengono le stazioni di Calusco e Paderno e il tracciato indicato da RFI, evitando però le interferenze con il quartiere e limitando l’impatto paesaggistico attraverso accessi al nuovo ponte in galleria, sia per il traffico veicolare sia per quello ferroviario. Soluzioni che consentirebbero inoltre una nuova viabilità con accesso diretto alle grandi direttrici, senza attraversare e congestionare i centri abitati. Proposte che, però, non sono state presentate perché non rispondono esattamente a tutti i vincoli stabiliti dal bando RFI.
Rimane la speranza che almeno uno dei 40 progetti presentati possa risolvere tutte le criticità. Ma vorremmo capire se le basi progettuali fissate da RFI consentano davvero di affrontare i problemi del territorio ed essere certi che soluzioni migliorative non siano state escluse a priori per rigidità, poca lungimiranza o mancanza di coraggio. Riteniamo quindi utile un’ultima riflessione tecnico-politica durante l’iter progettuale, per verificare che in un concorso definito “di idee” siano state realmente incluse, e non escluse, le soluzioni magari più interessanti.
Ogni giorno perso in queste condizioni, senza certezze sul futuro, per noi è già troppo. Gli effetti della situazione attuale e quelli di lungo periodo rischiano di essere devastanti. I nostri paesi potrebbero diventare luoghi impossibili da vivere ben prima di poter beneficiare dei nuovi interventi. Tra chi si trova in questa situazione c’è già chi pensa di andarsene, chi si è licenziato, chi non può fare né l’una
né l’altra cosa e aspetta soltanto di conoscere il proprio destino. Anni di incertezza, degrado intorno e dentro di noi, corrosione emotiva.
Non accettiamo di essere trattati come formiche, brulicanti in un’area abbandonata a se stessa e facili da dimenticare. Non accettiamo di svendere il nostro territorio e la nostra casa, soprattutto quando conosciamo alternative progettuali valide e pertinenti, compatibili con molti dei requisiti che RFI ha sempre indicato come dirimenti, ma escluse da vincoli ancora più rigidi imposti dal bando.
Non possiamo accettare rassegnazione e fatalismo verso un’unica soluzione, quella dettata da RFI. Vorremmo invece sentire forte l’interesse e la condivisione dei nostri concittadini, delle nostre amministrazioni e dei nostri rappresentanti politici locali, provinciali e regionali, con i quali siamo pronti a confrontarci in ogni momento. Come Comitato per la Tutela e la Valorizzazione del Quartiere Ponte e Monastero dei Verghi chiediamo quindi interventi immediati per mitigare i disagi di abitanti e pendolari. Chiediamo inoltre il supporto delle amministrazioni locali e di Regione Lombardia affinché RFI sia chiamata a verificare ed eventualmente rivalutare i vincoli progettuali, così da non escludere soluzioni più sostenibili per il territorio, più efficaci per le connessioni viabilistiche e più rispettose della dignità di persone, cittadini e lavoratori.
Chiediamo, infine, che si risvegli rapidamente la nostra politica locale e regionale, quella con la “P” maiuscola, che dovrebbe stare vicino alle comunità e ai territori e farne gli interessi.
Comitato per la tutela e valorizzazione del quartiere Ponte e Monastero dei Verghi


