“La transizione energetica non è ideologia: è la realtà che ci impone di cambiare”
Nicola Armaroli, chimico e ricercatore del Cnr, sarà domenica 11 ottobre a BergamoScienza per parlare dell’energia del futuro. “Le tecnologie sono già disponibili e diventano sempre più convenienti. Ma in Italia continuiamo a frenare sulle rinnovabili, mentre la crisi climatica presenta il conto”
Il fotovoltaico e le batterie stanno cambiando rapidamente la geografia dell’energia. I costi scendono, la produzione rinnovabile cresce e la transizione non è solo una questione climatica: riguarda la sicurezza energetica, la competitività industriale, l’autonomia dell’Europa. E la salute. Eppure, secondo Nicola Armaroli, chimico e dirigente di ricerca del Cnr, esperto di energia e transizione energetica, l’Italia continua a muoversi tra resistenze politiche, burocrazia e contraddizioni. Domenica 11 ottobre, alle 15 nella tensostruttura in piazza della Libertà, Armaroli sarà a BergamoScienza, in dialogo con il filosofo della scienza Telmo Pievani, per la conferenza “L’energia del futuro”. A lui, autore di oltre 250 pubblicazioni scientifiche e dodici libri e tra i ricercatori italiani più citati nella letteratura internazionale, abbiamo chiesto di fare il punto sulla transizione energetica, dalle tecnologie alle politiche europee e italiane, fino al rapporto tra rinnovabili, paesaggio, salute e informazione.
Lei ci ricorda da tempo che la transizione energetica è una necessità urgente e bisogna accelerare utilizzando le tecnologie disponibili. Sono progredite? Su quali dovremmo puntare?
“Alcune tecnologie sono diventate più efficienti e, soprattutto, molto meno costose. Il fotovoltaico domina ormai la nuova capacità elettrica mondiale e cresce non solo nei Paesi ricchi, ma anche in quelli più poveri. Il boom del solare in Pakistan è un esempio straordinario. Anche le batterie hanno continuato a diminuire di costo e negli ultimi due anni sono diventate un fattore di cambiamento strutturale del sistema elettrico. I grandi sistemi di accumulo si stanno diffondendo rapidamente, anche in Italia: consentono di immagazzinare l’energia solare prodotta nelle ore centrali e utilizzarla la sera e di notte. In California stanno già sostituendo una quota crescente della generazione a gas, soprattutto nelle ore serali. Fotovoltaico e batterie hanno poi una caratteristica straordinaria: sono intrinsecamente modulari. Gli stessi elementi possono essere usati per un impianto da pochi kilowatt su un garage o essere replicati milioni di volte in impianti da gigawatt. Questo facilita enormemente la produzione
industriale e accelera la diffusione, abbassando i costi. Oggi oltre l’80% della nuova capacità elettrica installata nel mondo è fotovoltaico ed eolico. Non carbone, gas o nucleare”.
L’Europa continua ad avere obiettivi climatici ambiziosi, ma il linguaggio politico è cambiato: sempre più si parla di sicurezza energetica, indipendenza dai combustibili fossili, competitività e prezzi dell’energia, mentre la transizione concepita dal Green Deal nella scorsa legislatura europea è stata ed è definita insistentemente come “ideologica”. Questo cambiamento di lessico può accelerare la transizione?
“La trita discussione sull’ideologia mi intristisce. È in gioco il futuro industriale dell’Italia e dell’Europa. Qualunque cosa decidiamo di fare, questa trasformazione avverrà. Se in Italia non vogliamo governarla e realizzarla, ci facciamo solo del male, perché saranno altri a dettarcela. Qui l’ideologia non c’entra: c’entra la realtà. Noi siamo ancora qui a discutere di auto elettrica sì o no. Intanto, in alcuni Paesi, il camion elettrico sta diventando la normalità e persino il bulldozer elettrico si fa strada nelle miniere australiane. Sino a due anni fa la transizione era presentata soprattutto come necessaria per contrastare il cambiamento climatico, che continuavamo a vedere come una prospettiva lontana. Poi, estate dopo estate, la cosiddetta bella stagione sta diventando un incubo: il cambiamento climatico è già qui. Intanto le crisi energetiche si susseguono sempre più ravvicinate e coinvolgono i principali fornitori di energia tradizionale. Cos’altro deve accadere per capire che dobbiamo cambiare? L’Europa è il vaso di coccio in questa tempesta geopolitica. Non abbiamo risorse significative di idrocarburi e non le avremo mai, tanto meno in Italia. È comprensibile parlare oggi di transizione soprattutto in termini di sicurezza, volatilità dei prezzi e competitività industriale. Ma il convitato di pietra resta il cambiamento climatico. Perché le crisi geopolitiche ci dicono quanto sia rischioso dipendere dai fossili, ma il clima ci ricorda che dobbiamo comunque abbandonarli”.
In Italia gli obiettivi del Piano nazionale integrato energia e clima sono ancora lontani. Il governo ha puntato sull’Italia come hub del gas, sul ritorno del nucleare e ora anche sull’aumento della produzione nazionale di petrolio e gas. Che ne pensa?
“A Bruxelles l’Italia frena spesso sulla transizione, tipicamente insieme alla Polonia. Ma mentre Varsavia ha il carbone, noi no. In pratica ci comportiamo come un petrostato senza esserlo. È una contraddizione. Non possiamo fare la battaglia contro il motore elettrico e dire sì ai biocombustibili per prolungare la vita al motore endotermico: servono scelte strutturali per uscire dalla trappola della combustione, delle tecnologie obsolete e dei fossili. Con queste politiche non difendiamo alcun interesse nazionale e la responsabilità non è solo dell’attuale governo. È imbarazzante che regioni guidate dall’opposizione, a partire dalla Sardegna, ostacolino le rinnovabili, tipicamente in nome del paesaggio. Ma il cambiamento climatico sta già devastando il paesaggio, mentre il gusto estetico è soggettivo. Il nodo vero è la diffusione: le rinnovabili sono molto più distribuite sul territorio degli impianti fossili, ma occupano comunque quote minime e del tutto gestibilidi suolo. E va sottolineato che un uso estremamente intensivo dei terreni agricoli a scopo energetico è già sotto i nostri occhi: centinaia di chilometri quadrati di monocolture per biocombustibili, con largo impiego di fertilizzanti e fitofarmaci e pesanti effetti sulla biodiversità. Su questo, nessuno ha alzato un dito. Perché?”.
Come si può distinguere la discussione sulla localizzazione degli impianti dall’opposizione finalizzata solo a rallentare la transizione?
“La discussione è sempre legittima e non deve mai mancare. I progetti vanno presentati e spiegati ai cittadini: non si può arrivare su un territorio dicendo semplicemente ‘qui faremo un impianto’. Bisogna coinvolgere le amministrazioni locali, incontrare i cittadini, spiegare benefici e impatti e fare in modo che i territori partecipino concretamente anche ai vantaggi economici. Il problema è che in Italia stiamo morendo di burocrazia. Per esempio, sulle comunità energetiche in teoria sono tutti d’accordo, ma le abbiamo appesantite con una quantità enorme di adempimenti. Per accedere agli incentivi del Gse, in un impianto fotovoltaico bisogna persino fornire l’elenco delle matricole di tutti i singoli moduli. Se l’impianto è grande, significa gestire centinaia o migliaia di codici. Le comunità energetiche sarebbero, invece, uno strumento importante perché consentono a cittadini, imprese ed enti locali di condividere virtualmente l’energia prodotta e soprattutto i relativi benefici economici. C’è poi il nodo delle Soprintendenze. È giusto tutelare il paesaggio, ma non possiamo consegnare di fatto a chi si occupa di tutela paesaggistica una parte decisiva della politica energetica del Paese. Le Soprintendenze fanno il loro mestiere, ma la transizione richiede anche competenze energetiche, ambientali e industriali. Se il paesaggio diventa sistematicamente il criterio dominante, blocchiamo la transizione. E non ce lo possiamo permettere”.
Oltre alle tecnologie e alle infrastrutture, serve una trasformazione culturale?
“Sì. Se anche persone molto istruite, ma non del settore, faticano a capire di che cosa stiamo parlando, non possiamo pretendere che tutti abbiano familiarità con questi temi. Servono ingegneri, chimici, fisici, biologi, agronomi, elettricisti e artigiani: molte di queste competenze oggi scarseggiano, purtroppo. Ma servono anche psicologi, sociologi ed esperti di comunicazione per capire i meccanismi sociali e cognitivi che alimentano il rifiuto della transizione. Se non scardiniamo questo meccanismo e non rendiamo la transizione comprensibile, accettata e desiderabile, andiamo allo scontro, alle contrapposizioni identitarie e non ne usciamo. E in questa situazione i combustibili fossili continuano a restare dominanti”.
Confindustria Ceramica ha definito i costi dell’energia e dell’Ets, il Sistema europeo di scambio delle quote di emissione, “il problema dei problemi”. Le rinnovabili quanto possono aiutare le industrie energivore?
“Per l’elettricità uno strumento importante sono i Ppa, accordi con cui un’azienda o un consorzio industriale acquista energia rinnovabile a prezzi concordati nel lungo periodo. Esistono già esempi virtuosi, ma servono procedure più semplici e un quadro stabile e prevedibile. Sul gas, invece, è inutile raccontarsela: non decidiamo noi il prezzo. Anche aumentando la produzione nazionale, le nostre quantità irrisorie non cambierebbero il mercato. Il gas estratto in Italia non costa meno semplicemente perché è italiano. Per settori come la ceramica il problema è reale. Bisogna cambiare tecnologia ed elettrificare tutto ciò che è elettrificabile, anche se oggi non sempre è possibile. L’ultima carta è delocalizzare, ma spostandosi altrove in Europa non si sfugge alla stessa struttura del mercato del gas. È un problema di competitività europea. Dobbiamo uscire, quindi, dalla trappola del gas, elettrificare il più possibile e utilizzare biogas e biometano nei processi più difficili da elettrificare. Il potenziale italiano del biometano è significativo: il Pniec punta a circa 5,7 miliardi di metri cubi l’anno al 2030”.
La transizione energetica è fondamentale per il clima, ma produce anche benefici immediati sulla salute, soprattutto nelle aree più inquinate. Perché questo aspetto è ricordato così poco?
“È un tema che sembra passato di moda, un po’ come il clima. Si è diffusa l’idea che con l’Euro 6 le auto non inquinino più. Ma prova a mettere una macchina accesa in salotto mentre guardi la partita e vediamo come arrivi all’intervallo. Certo, un’auto di oggi inquina molto meno di una di cinquant’anni fa, e vorrei anche vedere. Ma non è diventata un bagno di salute. Abbiamo ridotto molto le emissioni allo scarico, ma PM2,5 e particelle ultrafini restano un serio problema sanitario. Per questo faccio fatica a capire la battaglia contro l’auto elettrica proprio nelle città soffocate dall’inquinamento, come quelle della Pianura Padana. Non è vero che con l’auto elettrica spostiamo semplicemente l’inquinamento: in città eliminiamo le emissioni della combustione allo scarico. E comunque è molto più semplice controllare pochi grandi impianti termoelettrici che milioni di tubi di scarico e il 40% dell’elettricità italiana è già prodotto da rinnovabili, senza bruciare nulla”.
Perché, soprattutto in Italia, la mobilità elettrica incontra ancora una resistenza così forte?
“Ormai la discussione è polarizzata in modo assurdo. L’elettrica viene liquidata come ‘auto a pile’, mentre il motore endotermico viene difeso come se fosse diventato un organo del corpo umano:
rinunciarci sembra equivalere a privarsi di un rene. Eppure, nelle immense metropoli di Cina, Taiwan e Vietnam, la mobilità elettrica a due ruote è già diffusissima. Se milioni di persone si muovono elettricamente in città molto più grandi delle nostre, è difficile sostenere che nei nostri centri urbani il problema decisivo sia ancora l’autonomia”.
In un suo recente editoriale su “Sapere” ha parlato di “omertà climatica”. I dati di Ecco, il gruppo italiano di esperti sul clima, segnalano che nell’estate 2026 solo il 15% degli articoli sugli eventi estremi li ha collegati al cambiamento climatico e appena l’1,3% ha citato i combustibili fossili tra le cause. Perché continuiamo a raccontare gli eventi estremi senza raccontarne le cause?
”Faccio fatica a capire questo atteggiamento. In Italia nessuno impedisce a un giornalista di scrivere come stanno le cose: non siamo un Paese derelitto o illiberale sul piano dell’informazione. Eppure, vedo un’omertà diffusa. A mio giudizio pesano scarsa conoscenza e, in molti casi, adeguamento al clima politico generale. L’ho notato persino nelle mie lezioni nelle scuole: dopo il ritorno di Trump, l’interesse per l’energia e il clima è diminuito, mentre è cresciuto quello per materie prime ed elementi critici. È cambiato il racconto della crisi climatica e della transizione. È una ricaduta culturale, una forma di servilismo che nessuno ha imposto. Ma la realtà non è interessata alle nostre omertà. Ci presenta il conto con estati come quella che abbiamo appena vissuto. Perché possiamo cambiare il racconto quanto vogliamo, ma non cambieremo i fatti”.
Le precedenti interviste di Diego Colombo per la rubrica “Terranostra”:


