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Terapia conservativa o intervento chirurgico? Non sempre, per le lesioni ortopediche, è necessario finire sotto i ferri

L’obiettivo non è semplicemente evitare un intervento, ma scegliere il trattamento che consenta di recuperare la migliore funzionalità possibile e, per chi pratica sport, tornare all’attività nelle condizioni migliori

“Mi opero o non mi opero?” e “Tornerò quello di prima dell’infortunio?” Sono alcune delle domande che accompagnano lo sportivo quando un infortunio rischia di interrompere allenamenti e competizioni. Oggi, però, la risposta non è necessariamente la sala operatoria. I progressi della diagnostica, delle tecniche chirurgiche e della riabilitazione hanno ampliato le possibilità di trattamento e, in molti casi, permettono di valutare percorsi conservativi.

La scelta non può però essere uguale per tutti. Età, tipo di lesione, livello di attività fisica, caratteristiche dell’articolazione e obiettivi dello sportivo sono elementi fondamentali per individuare il percorso più appropriato. L’obiettivo non è semplicemente evitare un intervento, ma scegliere il trattamento che consenta di recuperare la migliore funzionalità possibile e, per chi pratica sport, tornare all’attività nelle condizioni migliori.

Ne abbiamo parlato con il Dr. Giorgio Zappalà, medico ortopedico presente in Habilita Sport Medicine, il centro medico all’interno dello stadio di Bergamo.

Quando la terapia conservativa può essere una possibilità?

“Sono numerose le patologie che, soprattutto nello sportivo, possono essere conseguenza di un sovraccarico legato all’allenamento e a carichi che, nel tempo, possono determinare alterazioni strutturali. Rispetto al passato, quando si tendeva maggiormente a ricorrere alla chirurgia, oggi sappiamo che esistono molte situazioni che possono beneficiare di un trattamento conservativo. Parliamo, ad esempio, di terapie infiltrative mirate che, in determinate situazioni, possono offrire risultati molto soddisfacenti. È il caso di alcune patologie tendinee e, in alcuni pazienti, anche di condizioni degenerative. Nello sportivo di una certa età può accadere che un’articolazione, pur avendo un’età anagrafica relativamente giovane, presenti caratteristiche di usura maggiori rispetto a quelle attese proprio a causa del sovraccarico”.

Nel caso della lesione del legamento crociato anteriore, quando si può evitare o rimandare l’intervento?

“La lesione del legamento crociato anteriore rappresenta un caso particolare. In molti sport, il trattamento conservativo può essere utilizzato temporaneamente quando l’atleta si trova nella fase finale della stagione e non vuole perdere gli ultimi appuntamenti agonistici.

In queste situazioni si possono mettere in atto procedure riabilitative per accelerare il recupero dall’evento traumatico e stabilizzare temporaneamente l’articolazione, consentendo all’atleta di concludere la stagione. È già accaduto anche ad atleti di livello olimpico che, per poter partecipare a un appuntamento particolarmente importante, hanno scelto di rimandare temporaneamente il trattamento definitivo.

Per quanto riguarda il crociato anteriore, tuttavia, soprattutto nel paziente giovane, l’orientamento è generalmente più favorevole al trattamento chirurgico. Nel paziente più maturo, e in particolare nello sportivo amatoriale, esistono invece situazioni nelle quali non è necessariamente indicato ricorrere immediatamente a una chirurgia”.

Oggi è possibile preservare maggiormente le strutture del ginocchio?

“Una delle grandi differenze rispetto al passato è rappresentata dall’evoluzione della diagnostica per immagini. Le apparecchiature sono diventate molto più performanti e si è sviluppata una maggiore collaborazione tra ortopedico e radiologo. Quando valutiamo un trauma articolare non ci limitiamo a osservare la struttura legamentosa interessata, come nel caso del crociato anteriore, ma analizziamo con maggiore attenzione anche tutto ciò che la circonda: le lesioni dei legamenti periferici, quelle meniscali e la situazione della cartilagine. Oggi, inoltre, molte lesioni meniscali possono essere trattate con procedure di riparazione anziché con l’asportazione del tessuto. In alcuni casi la lesione si verifica infatti in articolazioni che presentano già segni di usura. Una diagnosi preoperatoria più precisa permette di avere un quadro completo della situazione e di pianificare il trattamento in modo molto più accurato, condividendolo con il paziente già prima dell’intervento”.

Perché, quando possibile, è importante preservare il menisco?

“L’importanza di preservare il menisco è nota da molti anni. Quando una lesione presenta caratteristiche che lo consentono, si tende sempre meno a ricorrere alla resezione e si dà maggiore spazio alla possibilità di conservare la struttura. Il trattamento può prevedere un adeguato lavoro di preparazione e rieducazione con il fisioterapista, associato, quando indicato, a un trattamento conservativo e a eventuali infiltrazioni intra-articolari.

Quando invece è necessario intervenire chirurgicamente, l’evoluzione degli strumenti e dei dispositivi oggi disponibili permette di utilizzare tecniche estremamente precise e meno invasive rispetto al passato. La possibilità di riparare e preservare il menisco è importante non soltanto per la stabilità e la funzionalità del ginocchio, ma anche per la salute e la longevità dell’articolazione”.

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Un’altra problematica frequente nello sportivo è la lussazione della rotula. Cosa la può favorire?

“Negli ultimi trent’anni l’attenzione nei confronti della lussazione rotulea è cresciuta molto, grazie anche agli studi e alle esperienze maturate a livello internazionale e successivamente sviluppate anche in Italia. In passato un paziente con una lussazione della rotula poteva essere considerato fortemente limitato nella possibilità di praticare attività sportiva. Oggi, invece, disponiamo di tecniche chirurgiche che, grazie anche a uno studio radiologico molto accurato, permettono di analizzare diversi parametri anatomici e meccanici e di intervenire non soltanto sull’instabilità, ma anche sui possibili fattori predisponenti. L’obiettivo non è semplicemente stabilizzare la rotula. In passato si poteva arrivare a privilegiare la stabilità anche a discapito della mobilità o della performance. Oggi il trattamento viene concepito anche in funzione delle esigenze dello sportivo: ci sono atleti che, dopo una lussazione rotulea, possono tornare a praticare anche attività agonistica senza limitazioni significative”.

Anche per la lussazione rotulea è possibile ricorrere a un percorso conservativo?

“La valutazione della lussazione rotulea richiede innanzitutto un’attenta anamnesi, perché è importante comprendere come e perché si è verificato l’episodio.

Esistono lussazioni di origine traumatica che possono essere trattate esclusivamente con un percorso conservativo. In altri casi, invece, il trauma può essere stato minimo ma verificarsi in una persona che presenta una predisposizione anatomica. Anche nei pazienti molto giovani si può quindi iniziare con un adeguato trattamento conservativo. Nel paziente con esigenze funzionali molto elevate, invece, si può valutare un approccio chirurgico più deciso, con l’obiettivo di ridurre il rischio di recidiva e ottenere un recupero sportivo più stabile. Anche in questo caso, quindi, la scelta deve essere fortemente personalizzata”.

Quanto è importante il lavoro d’équipe tra ortopedico, fisioterapista e preparatore atletico?

“Il lavoro d’équipe è fondamentale. Ci sono numerosi elementi e test che devono essere valutati insieme, ma questo approccio permette di costruire un percorso finalizzato non soltanto al recupero, ma anche alla performance dell’atleta. A mio avviso, l’integrazione tra le diverse figure professionali è indispensabile già nella fase di prevenzione. Il fisioterapista e il preparatore atletico possono fornire indicazioni molto precise sull’esercizio terapeutico e sulla preparazione fisica. Prevenire un infortunio significa infatti anche garantire una buona preparazione e correggere eventuali difetti legati alla struttura fisica, all’età o a carichi di allenamento non adeguati. Quando compaiono i primi segnali di un problema, queste figure possono inoltre intervenire per correggere il gesto e adattarlo alle esigenze specifiche dello sport. È un lavoro che richiede competenze precise e che non può essere sostituito dal solo consiglio dell’ortopedico. Per questo il percorso migliore non è necessariamente quello che porta più velocemente in sala operatoria, né quello che permette a tutti i costi di evitarla: è quello che, dopo una valutazione accurata, individua la soluzione più adatta alla persona, alla sua articolazione e allo sport che pratica”.

 

Per informazioni o prenotazioni in Habilita Sport Medicine:
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