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Il buon sonno non comincia quando chiudi gli occhi

Una parte consistente della qualità del sonno viene decisa molte ore prima, durante il giorno, quando apparentemente non si sta facendo nulla che abbia a che vedere con il dormire

Ci si occupa quasi sempre del sonno quando arriva il momento di andare a letto. Si abbassano le luci, si spegne il telefono, si prende una tisana, la melatonina o, quando il problema diventa più importante, qualche farmaco, se non antidepressivo, che aiuti ad addormentarsi. Eppure una parte consistente della qualità del sonno viene decisa molte ore prima, durante il giorno, quando apparentemente non si sta facendo nulla che abbia a che vedere con il dormire.

Uno dei segnali più importanti è il movimento. Non semplicemente perché fare attività fisica stanca, come superficialmente si potrebbe pensare, ma perché l’esercizio interviene su alcuni dei sistemi che preparano biologicamente il sonno: modifica la temperatura corporea, aumenta la richiesta energetica, influenza il sistema nervoso autonomo e soprattutto rappresenta un segnale temporale capace di dialogare con il nostro orologio circadiano.

Una review pubblicata nell’agosto 2026 su IBRO Neuroscience Reports (Zhao et al., Biological mechanisms of different exercise modalities in improving sleep disorders: A review, 2026) ha analizzato proprio i differenti meccanismi attraverso i quali esercizio aerobico, allenamento di resistenza e pratiche mente-corpo possono influenzare i disturbi del sonno, mostrando come modalità apparentemente molto diverse arrivino allo stesso risultato attraverso vie biologiche differenti .

Il primo meccanismo interessante riguarda la temperatura, perché per addormentarsi il corpo non deve semplicemente rilassarsi, ma deve modificare la propria termoregolazione. Durante la sera la temperatura interna comincia fisiologicamente a diminuire mentre aumenta la dispersione di calore attraverso la pelle, soprattutto alle estremità, e questo processo accompagna la preparazione al sonno.

L’attività fisica modifica profondamente questa dinamica. Durante l’esercizio la temperatura corporea aumenta e nelle ore successive cambia il modo in cui il calore viene distribuito e disperso. In un piccolo ma interessante studio crossover condotto in Giappone, quattordici uomini sedentari hanno eseguito durante il giorno quattro sessioni di attività aerobica moderata. Quella notte il sonno a onde lente, cioè la fase più profonda del sonno non-REM, è aumentato del 33%, insieme alla percezione soggettiva di avere dormito più profondamente e di essersi svegliati più recuperati (Uchida et al., Journal of Applied Physiology, 2019).

È un dato che cambia parecchio il modo di guardare al sonno, perché significa che ciò che accade durante la notte può dipendere anche da come il corpo è stato utilizzato durante il giorno.

Ma c’è un secondo aspetto ancora più interessante: il movimento dà informazioni sull’ora. Il nostro organismo possiede un sistema circadiano che organizza nell’arco delle ventiquattro ore sonno e veglia, temperatura corporea, secrezione di melatonina e cortisolo, metabolismo, pressione arteriosa e moltissime altre funzioni. La luce rimane il principale sincronizzatore di questo sistema, ma non è l’unico. Anche l’esercizio può comportarsi come uno zeitgeber, termine tedesco che significa letteralmente “datore di tempo”, cioè un segnale capace di contribuire alla sincronizzazione dell’orologio biologico. Una revisione sistematica dedicata proprio a questo tema ha mostrato che esistono evidenze consistenti perché l’attività fisica venga considerata uno dei segnali temporali del sistema circadiano umano. Questo significa che il movimento non comunica soltanto al corpo che deve consumare energia, ma anche che in quel determinato momento della giornata è previsto essere attivi.

È un concetto importante soprattutto oggi, quando molti dei segnali che per migliaia di anni hanno organizzato la nostra giornata sono diventati confusi. Si riceve poca luce naturale al mattino, si trascorrono ore immobili in ambienti chiusi durante il giorno, si mangia fino a tarda sera e contemporaneamente si espongono occhi e cervello a luce artificiale quando l’organismo dovrebbe cominciare a prepararsi alla notte. In una situazione del genere non è sorprendente che il problema non sia soltanto “riuscire ad addormentarsi”, ma aver perso parte della distinzione biologica tra giorno e notte.

Anche l’orario dell’attività fisica, però, merita qualche precisazione. Per anni è stato ripetuto che allenarsi la sera sarebbe necessariamente dannoso perché aumenterebbe temperatura corporea, adrenalina e attivazione. La ricerca più recente racconta una situazione molto meno rigida. Una revisione sistematica con meta-analisi pubblicata nel 2026, comprendente 25 studi e 18 trial randomizzati, non ha trovato un vantaggio generale dell’attività mattutina rispetto a quella serale per la maggior parte dei parametri del sonno. L’esercizio serale può quindi essere perfettamente compatibile con un buon sonno, anche se intensità elevate e allenamenti molto vicini all’ora di coricarsi possono aumentare in alcune persone la frammentazione notturna.

Non esiste quindi un’ora universalmente perfetta per muoversi, perché entrano in gioco intensità, cronotipo, allenamento individuale e distanza dall’orario abituale di sonno. Esiste però un principio molto più importante: un organismo che riceve durante il giorno segnali chiari di attività dispone anche di segnali più netti quando deve passare alla fase di recupero.

Questo aiuta a comprendere anche un apparente paradosso molto comune. Alcune persone trascorrono giornate fisicamente quasi immobili e arrivano alla sera completamente esauste, ma quando mettono la testa sul cuscino non riescono a dormire. Sono stanche, ma non hanno costruito necessariamente le condizioni fisiologiche migliori per il sonno. La fatica mentale e la pressione del sonno non sono infatti la stessa cosa: si può essere psicologicamente esausti e contemporaneamente mantenere un sistema nervoso ancora fortemente attivato.

È qui che le pratiche mente-corpo introducono una terza via. Qi Gong, meditazione in movimento, yoga e altre metodiche che associano movimento, respirazione e attenzione non producono lo stesso stimolo metabolico di una corsa o di un allenamento con i pesi, ma possono agire maggiormente sulla regolazione dell’attivazione, sulla percezione corporea e sui processi mentali che continuano frequentemente anche quando il corpo si è fermato.

Questo aspetto diventa particolarmente interessante nella Medicina Cinese, dove il sonno non è mai stato considerato semplicemente l’interruzione dell’attività della giornata. Per dormire profondamente non basta che il corpo sia stanco: anche la dimensione psichica, emotiva e spirituale della persona, deve poter ritornare a una condizione di quiete. Una preoccupazione che continua a girare nella mente, una rabbia non elaborata, una paura persistente o uno stato di continua vigilanza possono impedire questo passaggio anche quando fisicamente si avverte una grande stanchezza.

Il sonno non dovrebbe essere pensato come qualcosa che si accende premendo un interruttore alle undici di sera. È il risultato di segnali che l’organismo ha ricevuto durante tutto il giorno: luce e buio, attività e riposo, alimentazione, movimento, stimoli mentali, emozioni e capacità di passare dall’attivazione al recupero.

Per questo, quando il sonno comincia a deteriorarsi, la domanda non dovrebbe essere soltanto cosa assumere prima di andare a letto, ma che cosa è accaduto nelle quindici ore precedenti.

A che ora ci si è esposti alla luce naturale? Quanto ci si è mossi? Quante ore sono state trascorse seduti? Il corpo ha ricevuto un vero segnale di attività oppure soltanto stimoli mentali continui? Esiste ancora una differenza netta tra ciò che accade durante il giorno e ciò che accade la sera? Sono domande meno immediate di una compressa o di qualche goccia di melatonina, ma portano molto più vicino all’origine del problema.

Perché una buona notte di sonno, molto spesso, non comincia quando si chiudono gli occhi. Comincia la mattina.

 

Giorgio Barbieri studio Buona Vita marketing

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La salute non è qualcosa da inseguire quando si perde.

È qualcosa da coltivare ogni giorno

 

Giorgio Barbieri
Naturopata Epigenetista

Studio Buona Vita – Salute Integrata, Epigenetica e Medicina Cinese

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