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“La crisi climatica è l’emergenza più forte. Le soluzioni ci sono, manca la volontà politica”

La climatologa e oceanografa sarà protagonista il 25 settembre della Notte Europea delle Ricercatrici e dei Ricercatori e il 10 ottobre del dialogo con Daniel Rothman sulle grandi crisi climatiche del passato. Gli oceani stanno cambiando e gli eventi estremi diventano più pericolosi. “Rispettare l’Accordo di Parigi e diminuire in modo pesante le emissioni”

Annalisa Bracco, climatologa e oceanografa, sarà tra i protagonisti della XXIV edizione di BergamoScienza. Venerdì 25 settembre, alle 18,30 al Kilometro Rosso, parteciperà alla Notte Europea delle Ricercatrici e dei Ricercatori con l’incontro “Un mare di (gu)AI”, dedicato alle possibilità offerte dall’intelligenza artificiale per conoscere e monitorare la salute delle barriere coralline. Sabato 10 ottobre, alle 11 nella tensostruttura in piazza della Libertà, dialogherà con Daniel Rothman, professore di Geofisica al Mit, nella conferenza “Lo squilibrio della natura: a lezione di catastrofi”. Bracco, che fa parte del Comitato scientifico di BergamoScienza, studia la dinamica degli oceani, la variabilità climatica e il ciclo del carbonio. La XXIV edizione del festival, in programma dall’1 all’11 ottobre e dedicata al tema delle “Convergenze”, ha la crisi climatica e la transizione energetica tra i propri fili conduttori. Abbiamo intervistato Annalisa Bracco per capire che cosa ci insegnano le grandi crisi climatiche del passato, quanto siano profondi i cambiamenti già in atto negli oceani e quali rischi comporti un ulteriore aumento delle temperature.

Le grandi crisi climatiche del passato ci insegnano qualcosa sul cambiamento climatico di oggi? Quali sono le differenze fondamentali rispetto al riscaldamento globale provocato dalle attività umane?

“Le grandi crisi climatiche della storia geologica, lunga milioni di anni, ci insegnano quanto siano stretti i legami tra la vita e il ciclo del carbonio: alle grandi variazioni di quest’ultimo sono associate le grandi estinzioni del passato. I motivi per cui il ciclo del carbonio è cambiato nel passato sono molto diversi da quelli di oggi e sono legati, per esempio, a grandi eruzioni vulcaniche e profondi mutamenti nella configurazione delle terre emerse. Oggi stiamo aumentando la concentrazione di anidride carbonica in modo molto rapido (da circa 280 ppm dell’epoca preindustriale a oltre 420 ppm, ndr): il problema maggiore è proprio la velocità con cui stiamo provocando il cambiamento rispetto alle scale geologiche. Esiste la possibilità di raggiungere un ‘tipping point’ (punto critico, ndr) anche per la biodiversità. Daniel Rothman spiegherà che non dobbiamo aspettarci che l’attuale aumento della CO₂ provochi necessariamente un’estinzione di massa paragonabile alle grandi estinzioni del passato. Ma la storia della Terra ci insegna che, quando le concentrazioni di gas serra cambiano in modo molto rapido e consistente, ne conseguono grandi trasformazioni per la vita del pianeta”.

Oggi si parla di sesta estinzione di massa delle specie viventi. 

“Ascolteremo che cosa sosterrà Rothman al riguardo. Io penso che la crisi climatica sia forse l’emergenza più forte, anche se dal punto di vista politico non sembra importare molto a nessuno. So anche che le soluzioni tecnologiche per mitigarla esistono. Quello che manca è una forte volontà politica, perché mettere in atto tutte le soluzioni necessarie per ridurre drasticamente le emissioni non è impossibile dal punto di vista economico”.

Lei studia in particolare gli oceani. Qual è il loro ruolo nel sistema climatico e quanto sono già profondi i cambiamenti provocati da CO₂ e calore?

“Gli oceani sono un enorme contenitore di energia, perché per riscaldare una quantità d’acqua così grande serve molta più energia che per riscaldare l’aria. Finora, quindi, hanno svolto un lavoro incredibile: circa il 30% delle nostre emissioni è assorbito dagli oceani, attenuando il riscaldamento dell’atmosfera. C’è ancora molta incertezza su quanto, in futuro, possa diminuire la capacità degli oceani di assorbire CO₂ e calore. L’oceano è una grandissima risorsa ma, una volta riscaldato, avendo una massa d’acqua enorme, quel calore resta immagazzinato a lungo. Il ruolo dell’oceano, dunque, è duplice: contribuisce ad alleviare il problema ma, allo stesso tempo, lo rende molto più duraturo. D’altra parte, l’oceano occupa il 70% della superficie del pianeta ma è un ambiente che conosciamo molto meno dell’atmosfera e delle terre emerse. Sappiamo che si è scaldato, continua a scaldarsi e si sta così espandendo, contribuendo all’aumento del livello del mare. Guardando le misurazioni che oggi si possono effettuare fino a duemila metri, si nota che il riscaldamento resta concentrato soprattutto vicino alla superficie. Occorrono moltissimi anni
perché raggiunga le profondità. L’oceano, insomma, non si riscalda in modo uniforme”.

Quindi non possiamo dire se il limite della capacità dell’oceano di assorbire CO₂ e calore sia stato raggiunto.

“No, ci sono molte incertezze. Gli oceani continuano ad assorbire grandi quantità di CO₂ e calore. L’Oceano Meridionale, quello che circonda l’Antartide, rappresenta un grosso problema: abbiamo pochissime misure e non riusciamo ancora a modellizzarlo bene. L’incertezza, quindi, è davvero enorme, perché si tratta di una delle aree più importanti per l’assorbimento sia della CO₂ sia del calore, ma disponiamo ancora di pochissimi dati”.

L’estate appena trascorsa è stata segnata da temperature record e da eventi estremi. L’Unep, l’agenzia dell’Onu per l’ambiente, ha dichiarato che il superamento della soglia di 1,5 gradi rispetto all’epoca preindustriale è ormai probabile entro i prossimi anni. Che cosa significa concretamente?

“L’obiettivo più ambizioso dell’Accordo di Parigi è stato superato. Quest’anno siamo ormai ben al di sopra di 1,5 gradi di aumento della temperatura. Siamo su una traiettoria che porta al superamento dei due gradi; l’obiettivo sarà poi cercare di tornare al di sotto di questa soglia nel lungo periodo. Le implicazioni sono soprattutto sugli eventi estremi, che possono diventare molto più intensi. Per quanto riguarda la biodiversità, invece, è abbastanza difficile quantificare gli effetti. Per esempio, sappiamo che molte specie di uccelli si stanno spostando verso quote più elevate, mentre nell’oceano le osservazioni sono molte meno. Sappiamo che i grandi mammiferi marini stanno cambiando dieta oppure le aree in cui vivono, ma non abbiamo una panoramica completa della distribuzione di tutte le specie”.

Oltre agli eventi estremi, quali sono i rischi legati ai cosiddetti “tipping point”?

“C’è sicuramente un aumento del rischio di superarli, ma qui entriamo in un campo molto difficile da valutare con precisione. L’innalzamento del livello del mare è uno degli effetti più evidenti: l’acqua, riscaldandosi, si espande e contribuisce all’aumento del livello del mare. Il problema più grande, però, riguarda la fusione dei ghiacci. Sulla Groenlandia riusciamo a fare previsioni più solide, mentre sull’Antartide le incertezze sono molto maggiori, perché la fisica del ghiaccio e la sua modellizzazione sono estremamente complesse: ci mancano ancora dati sufficienti”.

La soglia dei due gradi è stata fissata anche perché, oltre questo livello, aumenta fortemente il rischio di superare punti critici per le grandi calotte glaciali.

“Il problema è che questa soglia è stata definita sulla base di modellizzazioni. Sull’Antartide l’incertezza resta molto elevata, perché i modelli non riescono ancora a rappresentare bene la dinamica dei ghiacci. Tendono a simulare una fusione relativamente uniforme oltre una certa soglia, mentre nella realtà il comportamento è molto più complesso”.

Un’altra grande incognita riguarda El Niño. Secondo l’Organizzazione meteorologica mondiale, il fenomeno climatico naturale e periodico dovrebbe raggiungere un’intensità molto forte, aumentando il rischio di eventi estremi.

“Probabilmente El Niño sarà amplificato. Ma anche l’evento del 1996-’97 è stato molto lungo e intenso. Il problema è che oggi si manifesta in un sistema climatico già fortemente riscaldato, soprattutto nel Nord Pacifico, in alcune aree dell’Atlantico, alle alte latitudini e nel Mediterraneo. Un El Niño intenso rappresenta un ulteriore fattore di stress che si aggiunge a quello provocato dal riscaldamento globale. È difficile dire quanto questo episodio sia effettivamente più estremo in sé e quanto più amplificato dal riscaldamento globale. Tutti i modelli climatici utilizzati dall’Ipcc hanno difficoltà a riprodurre correttamente uno degli elementi fondamentali della variabilità di El Niño: la differenza di temperatura tra il Pacifico orientale, al largo delle coste del Sudamerica, e quello occidentale, verso l’Indonesia e l’Australia. Il fatto che la base climatica sia cambiata significa, però, che oggi un evento come quello del ’96-’97 provocherebbe danni ancora maggiori. E questo episodio sembra essere destinato a raggiungere un’intensità simile. Negli ultimi cinquant’anni si può osservare  anche una tendenza verso una variabilità più forte: sia El Niño sia La Niña, caratterizzata dal raffreddamento delle acque, sembrano essersi un po’ rinforzati. Ma sono fenomeni che si verificano mediamente ogni cinque anni e disponiamo di appena 45 anni di dati satellitari affidabili: è difficile trarre conclusioni certe”.

In vista della Cop31, l’annuale conferenza dell’Onu sul clima, in programma quest’anno ad Antalya, in Turchia, quali sono oggi, dal punto di vista scientifico, le decisioni più urgenti che la politica dovrebbe assumere?

“Rispettare l’Accordo di Parigi e diminuire in modo pesante le emissioni. Certo, finché invece continuiamo a fare guerra a destra e a manca, e gli Stati Uniti si sono addirittura ritirati dall’intesa, diventa molto difficile, veramente molto difficile. C’è poi un problema politico di compensazione: non si può dire all’Africa ‘Tu adesso smetti di emettere’ perché è una delle aree in cui le emissioni stanno crescendo di più. Bisogna considerare che, comunque, i Paesi africani emettono ancora molto meno rispetto ai Paesi che hanno una maggiore responsabilità storica nelle emissioni”.

Il livello di emissioni pro capite degli Stati Uniti è nettamente più elevato rispetto a quello della Cina e dell’Europa.

“Esatto. Questo problema resta molto forte: sono nodi che continuano a venire al pettine e non sono stati risolti. Serve una forte volontà politica ed economica perché, se oggi si vogliono mettere in atto misure concrete e incisive con l’obiettivo di risolvere il problema in vent’anni, bisogna assumersi la responsabilità di dire: tagliamo un po’ la crescita economica. E questa responsabilità non se la prenderà nessuno”.

Di fronte alla disinformazione, alla polarizzazione e agli attacchi alla scienza del clima, quale responsabilità avvertono oggi gli scienziati?

“Dal mio punto di vista, cerco di dare messaggi che siano anche ottimisti. Le tecnologie ci sono: abbiamo fatto passi avanti importanti, per esempio, nel campo delle batterie, che oggi permettono di gestire l’energia solare in modo molto più efficace rispetto a vent’anni fa. Il problema è ancora il costo, ma le possibilità esistono. Per me, però, il messaggio più importante è mostrare le cose per come sono. Ormai la maggior parte delle persone si rende conto che il riscaldamento globale esiste. Bisogna far capire che anche le soluzioni esistono e che la scienza, anche quando non può prevedere con certezza come evolverà un fenomeno complesso, può dirci molto sui rischi. Non può sapere,
per esempio, se tra cinquant’anni El Niño sarà più forte, ma può dirci che l’oceano sarà più caldo e che, se a quella situazione si aggiungerà El Niño, gli effetti potranno essere più dannosi. Penso che oggi essere onesti sia la cosa più importante”.