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Le mappe per cambiare sguardo sul mondo: “O si fa questo, oppure la lotta ambientale è persa”

Matteo Meschiari: la controgeografia può aiutarci a ripensare il nostro rapporto con l’ambiente. Dai saperi dei popoli nativi alla Palestina, due libri per mettere in discussione il modo in cui rappresentiamo e abitiamo la Terra. Lo scrittore e antropologo ne parlerà il 18 settembre a Monte di Nese e Nembro

“La controgeografia è un modo per cambiare radicalmente sguardo prospettico sulla terra. O si fa questo, oppure la lotta ambientale è persa”. Lo evidenzia Matteo Meschiari, che il 18 settembre, alle 20 e 45, al Rifugio Mut de Nes di Monte di Nese, sarà protagonista di “Terre che non sono la mia”, incontro della sezione Ambiente di Molte Fedi sotto lo stesso cielo, la rassegna culturale delle Acli di Bergamo. Al centro il suo libro “Terre che non sono la mia. Una controgeografia in 111 mappe” (Bollati Boringhieri, 2025, 208 pagine): un viaggio attraverso modi diversi di rappresentare e vivere lo spazio, dalle mappe mentali nate nella nostra evoluzione alle controgeografie dei popoli nativi. Per Meschiari la mappa non è mai neutrale: può essere una “macchina di potere”, ma anche uno strumento per cambiare prospettiva e immaginare un altro rapporto con la Terra. Lo si vede bene anche oggi: mentre Donald Trump ribattezza il Golfo del Messico “Golfo d’America”, l’Assemblea generale dell’Onu approva una risoluzione per correggere la proiezione di Mercatore e promuovere mappe più corrette sulle proporzioni dei continenti.

La controgeografia incontra la crisi ecologica e climatica perché nei saperi di culture che hanno costruito relazioni meno distruttive con il mondo può esserci una possibilità per ripensare il nostro modo di abitarlo. È questa la “promessa”, il tema dell’edizione 2026 di Molte Fedi, che possono consegnarci le mappe? Nel pomeriggio del 18 settembre, alle 18, alla Biblioteca Centro Cultura “Tullio Carrara” di Nembro, sarà presentato il nuovo libro di Matteo Meschiari, “Mappe di Palestina. Una controgeografia per la pace” (Bollati Boringhieri, 2026, 144 pagine), sviluppo politico e contemporaneo della riflessione sulla controgeografia.
Matteo Meschiari, scrittore e antropologo, insegna Geografia all’Università di Palermo. Esponente dell’antropologia narrativa, ha scritto e curato saggi, romanzi, libri di poesia e per l’infanzia.

Matteo Meschiari Mappa di Bedolina, Età del rame-bronzo, Valcamonica. Disegno di Michele Napoli tratto da “Terre che non sono la mia. Una controgeografia in 111 mappe” (Bollati Boringhieri, 2025)

Lei scrive che non saremmo mai diventati cartografi senza gli animali. Che cosa ci hanno insegnato prede e predatori nella savana dove si è modellato il cervello dei nostri antenati?

“Mi sono ispirato a un autore per me fondamentale, che ha costituito la svolta nei miei studi, ormai quasi vent’anni fa, Paul Shepard. Il suo libro ‘Teneri carnivori. Cacciatori e selvaggina sacra’, che ho fatto tradurre per Meltemi, è interamente dedicato proprio a come il nostro cervello si sia modellato nella savana tra prede e predatori. Ho provato a declinare il concetto in modo specifico su come i cacciatori-raccoglitori vivano la relazione con lo spazio e su come la coevoluzione tra geni e cultura abbia portato a distillare il nostro cervello di oggi. Il tutto cacciando e pensando gli animali”.

Quindi le mappe vengono dalla savana?

“In realtà, molto prima di tutte le mappe materiali prodotte, il nostro cervello si è organizzato per costruire mappe mentali. È il processo chiamato ‘cognitive mapping’ dagli psicologi cognitivi, cioè la nostra specie organizza il sapere, le esperienze, tutto ciò che è cultura e istinto in mappe mentali. Le mappe conosciute come tali, a partire dalle più antiche della cultura dell’uomo, sono la messa in immagini, la traduzione in una dimensione concreta di ciò che già il nostro cervello sa fare da almeno un milione di anni”.

Poi, però, la mappa diventa una “macchina di potere”.

“Certo: non solo c’è la dimensione del condizionare il mondo attraverso i disegni, ma le ideologie, i punti di vista portano a costruire già a monte delle mappe fatte in un certo modo. Le mappe non sono oggetti scientifici interpretati poi a piacimento: già la loro costruzione è il prodotto di un’ideologia, di una scelta, di una politica. Questo dato per me è molto importante perché ci aiuta a capire che la cartografia non è una scienza ma è una pratica sociale”.

Matteo Meschiari

Se la mappa occidentale è una “macchina di potere”, dalla controgeografia arriva un ventaglio di modi diversi di vivere lo spazio.

“Sì, ci sono tutte le mappe che non sono le nostre, tutte quelle a cui non siamo abituati, quelle che non sembrano addirittura delle mappe ma che per un’altra cultura lo sono. L’idea di ‘Terre che non sono la mia’ è stata appunto cercare di raccogliere un campionario di alternative rispetto alla nostra consuetudine nella percezione cartografica. Proprio per far vedere come in ogni momento della storia e in ogni parte del mondo c’era e c’è un modo diverso, ma sempre cartografico, di rappresentare la Terra”.

Lei osserva che una delle mappe più sorprendenti è quella tattile inuit.

“Sì, la cito sempre: è un pezzetto di legno scolpito, raccolto nel Settecento da un esploratore danese, che in realtà aveva quasi provocato la creazione di questa mappa da parte di un inuit della Groenlandia orientale. Tridimensionale, era stata costruita per rappresentare una linea di costa di 300 chilometri, con isole, penisole, fiordi. Un oggetto molto interessante perché noi oggi non penseremmo mai che è una mappa, ma lo è: tattile, da consultare anche senza guardarla, solo con le dita. Tenendo questa mappa in tasca, uno avrebbe potuto navigare in kayak per chilometri e chilometri senza osservarla”.

Generico settembre 2026 Mappa inuit di Ammassalik, Groenlandia Orientale, XVIII secolo. Disegno di Michele Napoli tratto da “Terre che non sono la mia. Una controgeografia in 111 mappe” (Bollati Boringhieri, 2025)

Lei sostiene che la controgeografia non sia solo un esercizio di apertura mentale, ma possa aiutarci a mettere in discussione il modello dominante. I saperi dei popoli nativi possono indicare un modo meno distruttivo di abitare il mondo?

“Una delle dimensioni fondamentali della controcartografia non è solo quella di registrare uno status quo o un altro punto di vista, ma è proprio quella di provocare un cambiamento della visione. Costruire una controcartografia è un modo per sviluppare un’altra prospettiva, un altro modo di guardare la Terra, ciò di cui abbiamo bisogno oggi. Non solo avere un approccio di protezione nei confronti dell’ambiente, ma cambiare radicalmente la prospettiva, cercando di includere come attori attivi nella nostra percezione della Terra anche elementi che fino a poco tempo fa ci sembravano passivi, per esempio un ghiacciaio. Ci sono culture che da sempre ci dicono che il paesaggio, gli animali, i vegetali fanno parte di una narrazione e di una percezione dello spazio che noi tendiamo a considerare secondaria: ci possono aiutare, invece, a mappare in maniera diversa la Terra. La controgeografia è un modo per cambiare radicalmente sguardo prospettico sulla Terra. O si fa questo, oppure la lotta ambientale è persa”.

Matteo Meschiari

Qual è la mappa per non perdere noi stessi?

“Il punto non è solo non perdersi, ma è anche perdersi. Ci sono delle mappe che sono fondamentali non solo per trovarsi, ma anche per andare via. Penso alla mappa dell’isola che non c’è di Peter Pan o dell’isola del tesoro di Stevenson. C’è una dimensione fondamentale nella cartografia che non è solo scientifica e orientativa ma è anche dissipativa, perché è importante lasciarsi alle spalle qualcosa che noi siamo e che sarebbe fondamentale rivedere, rimettere in discussione. La cartografia, anche quando è estremamente potente, scientifica, ha sempre questa dimensione della dissipazione, del perdersi, dell’immaginario, di qualche cosa che non è utile e raggiunge un altro livello di utilità nel nostro farci anche andare via da una realtà troppo schiacciata, opprimente. Se dovessi scegliere una mappa veramente orientativa per il futuro, ne sceglierei una della Terra di Mezzo di Tolkien”.

Non è un caso, infatti, che il suo libro abbia 111 mappe.

“Sì, esatto. È un mio gioco, un mio scherzo: il numero richiama i 111 anni compiuti da Bilbo Baggins all’inizio del ‘Signore degli Anelli’. Perché anche nella scienza non bisogna prendersi troppo sul serio”.

Nel pomeriggio del 18 settembre, a Nembro, parlerà di “Mappe di Palestina. Una controgeografia per la pace”, il testo che segue “Terre che non sono la mia”.

“Questo secondo libro è nato perché l’editore avrebbe voluto un sequel del primo, ma abbiamo deciso di passare a un altro tipo di antropologia, a una dimensione più politica e contemporanea. ‘Mappe di Palestina’ è un libro con una struttura diversa, ma l’idea è in qualche modo sempre quella: rendersi conto che nelle mappe agisce un immaginario che può essere distruttivo o creativo, di violenza o di pace. Ogni mappa, anche quella che sembra più neutrale, è in realtà portatrice di desideri e ambizioni che sono quelli dell’umanità e possono essere oscuri o luminosi”.

L’incontro (con il contributo di Fondazione della Comunità Bergamasca) delle 20.45 a Monte di Nese è sold out ma è possibile iscriversi alla lista d’attesa (https://moltefedi.it/evento/terre-che-non-sono-la-mia/); quello delle 18 a Nembro (in collaborazione con il Comune di Nembro) è a ingresso libero senza prenotazione.