Mostra del Cinema
|Con il Leone d’Oro a Woman Unknown Venezia 83 premia un film potente che merita di essere scoperto dal pubblico
Si chiude il festival: il premio per la migliore regia va a Ilya Khrzhanovsky per il film sperimentale Dau, il leone d’argento l’ha vinto Possible Love di Lee Chang-dong
I festival cinematografici assolvono molte funzioni contemporaneamente: servono a presentare i film più importanti della stagione, a catalizzare attenzioni esterne al mondo del cinema grazie al glamour e al red carpet. All’interno delle giornate della Mostra del Cinema di Venezia ci sono feste, conferenze stampa, masterclass, occasioni di incontro per creare relazioni e progetti comuni (a Cannes c’è anche un mercato dove si comprano e si vendono i film). I festival sono anche degli spazi promozionali, non a caso molti film italiani passati al Lido stanno uscendo in sala in questi giorni, a ridosso della mostra. La speranza è quella di prendere qualche premo e sfruttarlo come leva per attirare spettatori in sala o usare la presenza dei talent per fare interviste e contenuti. Quest’anno, a parte il successo del bel I figli della scimmia di Tommaso Landucci: vincitore di migliore sceneggiatura e miglior attore (Riccardo Scamarcio) nella sezione orizzonti, gli italiani sono rimasti però a bocca asciutta.
Non è un problema. Nemmeno un segnale dello stato del cinema nostrano, piuttosto buono da quello che si è potuto vedere in mostra (da segnare in agenda: Serpenti e Il fuoco che ti porti dentro oltre a Ritorno a Buenos Aires). Perché i premi dei festival sono la parte che più suscita interesse ma, in fondo, anche quella meno importante. A decidere i vincitori è una regia di sette persone, presieduta quest’anno dall’attrice e regista Maggie Gyllenhaal. A entrare nella scelta sono i gusti personali, l’interesse verso determinati temi o, come accaduto l’anno scorso con La voce di Hind Rajab, eventuali spaccature all’interno del gruppo che portano alla scelta di un terzo titolo di compromesso.
Quest’anno il Leone d’Oro è stato assegnato a Woman Unknown di May el-Toukhy. Unico film in concorso diretto da una donna. Potrebbe sembrare una vittoria politica, volta a chiudere le polemiche dei primi giorni, non è così. A togliere ogni dubbio è il fatto che Woman Unknown è un film immenso, quasi un capolavoro, per come sa intrecciare la storia del dopoguerra con il tema della riparazione dopo il nazismo. La caccia alle “collaboratrici orizzontali”, ovvero le donne che hanno avuto relazioni con i soldati occupanti, mostra come la guerra apparentemente terminata sia diventata nascosta, silenziosa, spostandosi nei condomini e nella morale pubblica, usando come nuovo campo di battaglia il corpo della donna.
Normalmente il Leone d’Oro non potrebbe vincere altri premi. In questo caso si è fatta un’eccezione conferendo, per lo stesso film, La Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile a Mathilde Arcel. Per poterlo fare è servita l’unanimità della giuria. La performance è eccezionale, ma questo riconoscimento poteva finire anche tra le mani della brava Vanessa Scalera per Il fuoco che ti porti dentro o alle sorelle Rooney e Kate Mara che hanno parlato in sincrono per tutto Bucking Fastard di Werner Herzog.
Una categoria che tutti hanno ritenuto chiusa praticamente al giorno due è stata quella della Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile. Scontato il premio a John Malkovich per Wild Horse Nine di Martin McDonagh, un film perfetto poco premiato a Venezia 83, ma che troverà giustizia agli Oscar. Il Premio Marcello Mastroianni a un giovane attore o attrice emergente è andato a Malou Khebizi nel film 15/18 (A Place to Heal) di Cédric Kahn. Una scelta accettabile, anche se i film risulta piuttosto mediocre.
Se Il Leone d’Oro è quello che può smuovere l’interesse del pubblico e aumentare -poco- gli incassi, il Leone d’Argento (Gran premio della giuria) è percepito come un “secondo posto di cuore” e meno di compromesso. L’ha vinto Possible Love di Lee Chang-dong, un film immenso sul divario tra classi sociali e la possibile solidarietà. Tra poesia e una messa in scena di grande intelligenza è stato uno dei film più amati dalla critica italiana ed estera.
Il premio per la migliore regia va a Ilya Khrzhanovsky per il film sperimentale Dau. Il progetto di ambientarlo in un set diventato per tre anni una città degli anni ’30 perfettamente funzionante è pazzesco e mai tentato prima (ne abbiamo scritto ampiamente qui), ma il racconto nella seconda parte diventa parecchio confuso e inaccessibile. Un premio “da festival” per la sperimentazione.
La migliore sceneggiatura va a Stéphane Brizé per il film Un Bon Petit Soldat, una buona prova, inferiore però alla scrittura di Wild Horse Nine. L’avessero premiato sarebbe stata la terza volta per una sceneggiatura di Martin McDonagh. Forse la giuria ha voluto variare e stupire ribaltando un premio che sembrava scontato.
Il Premio Speciale della Giuria è andato a Naza di Yuval Abraham e Rachel Szor. Un documentario con testimonianze dei soldati dell’IDF sul sistema adottato da Israele alla base dell’uccisione di massa di civili palestinesi a Gaza. Il reportage è da Pulitzer, il film non è da premio.
Venezia 83 si chiude facendo tutto bene, con un palmarès giusto in un’edizione caratterizzata da una qualità media molto alta sia del concorso che delle sezioni collaterali. Da segnalare è un ritorno del cinema hollywoodiano in grande forma, dopo anni di scioperi e incertezze, capace di coniugare delle idee di cinema innovative con la facilità di visione. Ad inquietare è invece la linea comune che attraversa molti titoli e l’allarme lanciato dai registi: siamo alle porte di varie e numerose apocalissi. Non c’è tempo per pensare a come evitarle, bisogna invece ragionare sin da ora su come ricostruire.


