l'elemento inaspettato
Pancia gonfia: e se il problema non fosse soltanto ciò che mangi?
Quando si soffre di pancia gonfia è facile dare la colpa al cibo, ma è qui che entra in gioco un elemento spesso sottovalutato: la tensione emotiva
La spiegazione sembra immediata: qualcosa che si è mangiato fermenta e produce gas. Una sensazione fastidiosissima che colpisce centinaia di migliaia di italiani.
Negli ultimi anni la ricerca ha mostrato che una pancia visibilmente più grande può non dipendere affatto da una grande quantità di gas accumulato nell’intestino.
Quando l’addome si gonfia dopo i pasti, la prima cosa da indagare è ciò che entra ogni giorno nell’apparato digerente: quantità e qualità degli alimenti, eccesso di zuccheri fermentabili, prodotti industriali, alcol, dolcificanti, pasti troppo abbondanti, associazioni poco digeribili, stipsi, eventuali intolleranze reali e alterazioni del microbiota.
Non è un dettaglio. Una revisione pubblicata nel 2024 sui disturbi dell’interazione intestino-cervello (Marasco et al., Microbiota modulation in disorders of gut-brain interaction, Digestive and Liver Disease, 2024) sottolinea che, proprio perché molti sintomi gastrointestinali vengono provocati o accentuati dall’assunzione di cibo, l’intervento alimentare rappresenta l’approccio terapeutico di prima linea, insieme a strategie differenti a seconda del disturbo considerato.
Il problema nasce quando da questo principio corretto si passa alla convinzione che qualsiasi pancia gonfia debba necessariamente essere colpa di ciò che si è mangiato.
Comincia allora una lunga caccia al colpevole. Prima vengono eliminati latte e latticini, poi glutine, legumi, verdure, frutta, lieviti. Nel frattempo arrivano enzimi digestivi, fermenti e probiotici sempre diversi. A volte funziona. Altre volte la dieta diventa sempre più povera e la pancia continua a gonfiarsi esattamente come prima.
Ma perché accade questo? Uno studio pubblicato su Neurogastroenterology & Motility ha analizzato 139 persone con episodi di distensione addominale visibile. Non si tratta semplicemente della sensazione soggettiva di essere gonfi: in 138 pazienti su 139 l’aumento della circonferenza addominale è stato misurato oggettivamente.
A questo punto ci si aspetterebbe di trovare molto più gas nell’intestino. E invece arriva la sorpresa. Nei pazienti sottoposti a TAC, nella grande maggioranza dei casi la quantità di gas non è aumentata abbastanza da spiegare quella pancia così evidente. In 99 pazienti il volume è rimasto entro 300 millilitri rispetto alla condizione basale.
Che cosa è cambiato allora? Soprattutto la meccanica dell’addome.
Il diaframma tende a contrarsi e a scendere, mentre la parete addominale anteriore si rilassa e viene spinta in avanti. L’elettromiografia ha rilevato la contrazione diaframmatica in 34 dei 35 pazienti nei quali è stato possibile valutarla correttamente. La pancia quindi è risultata veramente più grande. Ma il problema non è semplicemente la “troppa aria” (Barba et al., Visible abdominal distension in functional gut disorders: Objective evaluation, Neurogastroenterology & Motility, 2022 ).
Questo fenomeno prende il nome di dissinergia addomino-frenica: normalmente diaframma e parete addominale si coordinano per adattarsi alle variazioni del contenuto della cavità addominale. In alcune persone questo meccanismo funziona così: il diaframma scende, la parete anteriore perde tono e il contenuto viene redistribuito verso l’esterno.
Una ricerca pubblicata sull’American Journal of Gastroenterology descrive proprio questa risposta: contrazione del diaframma associata al rilassamento della parete addominale, un meccanismo che può contribuire alla distensione nei disturbi dell’interazione intestino-cervello (Damianos et al., Abdominophrenic Dyssynergia: A Narrative Review, American Journal of Gastroenterology, 2023 ).
Ma c’è un esperimento ancora più curioso. Dodici donne hanno riferito di gonfiarsi dopo avere mangiato semplicemente della lattuga. I ricercatori hanno allora confrontato la capacità della lattuga di produrre gas attraverso la fermentazione con quella di altri alimenti e hanno osservato con la TAC che cosa accade realmente nell’addome delle pazienti.
La fermentazione della lattuga produce il 78% di gas in meno rispetto ai fagioli ed è paragonabile a quella della carne, utilizzata nello studio come alimento a bassa produzione di gas. Eppure, dopo aver mangiato lattuga, la circonferenza addominale delle pazienti è aumentata mediamente di circa 3,5 centimetri. E il gas nel colon? Solo circa 39 millilitri in più, con un’incidenza non statisticamente significativa.
E allora cosa ha provocato la dilatazione dell’addome? Semplice: la posizione del diaframma, che è sceso ridistribuendo il normale contenuto dell’addome verso l’esterno (Barba et al., Abdominal distension after eating lettuce: The role of intestinal gas evaluated in vitro and by abdominal CT imaging, Neurogastroenterology & Motility, 2019 ). Ed è questo il dato più sorprendente: la persona non ha immaginato di essere gonfia. La pancia è realmente aumentata di volume, ma è sbagliata la spiegazione del perché è accaduto. E allora l’attenzione si sposta inevitabilmente sul diaframma.
Perché perde elasticità, si irrigidisce e non consente all’addome di espandersi verso l’alto? Ed è qui che entra in gioco un altro elemento che spesso viene sottovalutato: la tensione emotiva.
Un’emozione non rimane soltanto nella mente. Uno stato persistente di allerta modifica la respirazione, il tono muscolare, l’attività del sistema nervoso autonomo, la motilità e la percezione viscerale.
Basta osservare cosa succede quando una persona è molto tesa: il respiro diventa più corto, il torace più rigido, l’addome viene trattenuto e il diaframma perde la sua naturale libertà di movimento.
Sopra l’addome c’è il diaframma. Più in basso, profondamente, c’è lo psoas, uno dei muscoli più affascinanti del corpo umano.
Nella tradizione taoista e in diverse discipline somatiche viene chiamato “muscolo dell’anima”. Non è soltanto un’immagine poetica. Lo psoas nasce dalle vertebre lombari, attraversa profondamente l’addome e raggiunge il femore: collega quindi il tronco alle gambe e partecipa alla postura, alla stabilizzazione e a quei movimenti con cui il corpo si prepara a reagire. Quando compare paura, allerta o tensione prolungata, l’organismo non reagisce soltanto modificando i pensieri. Cambia il respiro, cambia la postura e cambia il tono muscolare.
Nelle discipline somatiche lo psoas viene considerato particolarmente sensibile a questi stati proprio perché appartiene al nucleo profondo attraverso cui il corpo si raccoglie, si protegge e si prepara al movimento. È in questo senso che viene definito “muscolo dell’anima”, perché ciò che viene vissuto emotivamente si traduce in un assetto corporeo di tensione concreto e persistente.
Anche il diaframma fa parte dello stesso dialogo. Una revisione dedicata alle sue funzioni non respiratorie sottolinea il suo ruolo non soltanto nella respirazione, ma anche nella postura, nel movimento lombosacrale e nella relazione tra respirazione, dolore e stato emotivo (Bordoni et al., A review of analgesic and emotive breathing: a multidisciplinary approach, Journal of Multidisciplinary Healthcare, 2016 ).
Diaframma sopra, psoas e strutture profonde lombopelviche sotto, parete addominale davanti. L’intestino lavora all’interno di questo sistema, non sospeso nel vuoto. Per questo una tensione emotiva persistente può diventare anche tensione respiratoria, posturale e viscerale. E se il corpo rimane continuamente in una modalità di difesa, non è difficile comprendere perché anche la digestione, e quindi il gonfiore addominale, possa risentirne.
Quando un organismo vive costantemente con ansia, stress, agitazione, stato di allerta, quindi, non è contratta soltanto la mente. Può cambiare l’intero assetto respiratorio e posturale nel quale l’intestino deve funzionare. Ma questo non significa attribuire ogni gonfiore allo stress. Significa evitare l’errore opposto: attribuirlo sempre al cibo o al buono stato di salute del microbiota.
Ed è anche il motivo per cui i probiotici, pur potendo essere molto utili quando esiste un’indicazione precisa, non sono la soluzione universale per qualsiasi problema intestinale.
Non basta quindi acquistare un prodotto che contenga “miliardi di fermenti”. Bisogna sapere perché viene utilizzato, su quale problema si vuole intervenire e soprattutto non affidarsi ai probiotici scelti casualmente sullo scaffale di un supermercato in base solo all’etichetta. E al marketing.
Se esiste un’alterazione reale del microbiota, sarà corretto occuparsi dei batteri che lo abitano; se prevale la stipsi, bisognerà lavorare sulla motilità; se determinati alimenti provocano fermentazioni eccessive, dovrà essere corretta l’alimentazione.
Ma se una parte importante della distensione nasce dal modo in cui diaframma, parete addominale e sistema nervoso reagiscono alle emozioni, occorrerà agire sull’origine emotiva che genera quella tensione che blocca diaframma e psoas.
Ed è questa la distinzione importante. Perché è importante capire che l’intestino non vive da solo.
Mangiare significa introdurre alimenti dentro un organismo che respira, si muove, si contrae, si rilassa, vive emozioni e reagisce continuamente a ciò che accade. Per questo, quando una pancia continua a gonfiarsi nonostante eliminazioni alimentari, diete sempre più restrittive e numerosi integratori, può essere utile cambiare domanda. Non soltanto: “Che cosa fa questo alimento al mio intestino?”. Ma anche: “Che cosa fa il mio organismo quando provo rabbia, frustrazione, tristezza, malinconia, preoccupazione e ho la testa piena di pensieri che non mi lasciano un solo attimo?”.
E qui il pensiero corre a Cartesio. Nel Seicento René Descartes separò filosoficamente la mente pensante dal corpo materiale. Era il 1637 quando pubblica il Discorso sul metodo e il 1641 quando escono le Meditazioni metafisiche. Quella distinzione contribuisce alla straordinaria crescita della scienza moderna, perché ha permesso di studiare il corpo come una macchina governata da leggi fisiche. Ma tra Seicento e Settecento, con l’affermarsi della rivoluzione scientifica e poi del modello biomedico, quella separazione lascia anche un’eredità pesantissima: la malattia venne sempre più cercata nel corpo isolato dalla mente, dalle emozioni e dall’ambiente nel quale quella persona vive.
Per secoli la medicina occidentale ha così perfezionato la capacità di analizzare organi, tessuti, cellule e molecole, ottenendo risultati straordinari, ma pagando spesso il prezzo della frammentazione. Il cuore da una parte, l’intestino dall’altra, il cervello altrove e le emozioni confinate nella psicologia.
Oggi proprio la scienza sta ricucendo quella frattura. La psiconeuroendocrinoimmunologia studia le comunicazioni continue tra psiche, sistema nervoso, ormoni e sistema immunitario, mentre la ricerca sull’asse intestino-cervello mostra quanto sia artificiale pensare che ciò che accade nella mente possa essere separato da ciò che accade nell’addome.
In realtà le medicine tradizionali lo avevano compreso molto prima: mente e corpo non sono mai stati due organismi differenti.
Continuare a trattarli come tali è uno dei danni più profondi lasciati dal paradigma cartesiano alla medicina moderna. Ed è proprio qui che bisogna cambiare prospettiva: dietro una patologia non va cercato soltanto l’organo che manifesta il sintomo, ma anche il terreno emotivo, neurovegetativo e biologico nel quale quel sintomo ha potuto svilupparsi. Se non si interviene anche sull’origine emotiva, nessuna terapia avrà mai successo.
La salute non è qualcosa da inseguire quando si perde.
È qualcosa da coltivare ogni giorno
Giorgio Barbieri
Naturopata Epigenetista
Studio Buona Vita – Salute Integrata, Epigenetica e Medicina Cinese
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