“Quello che vediamo succedere al clima era previsto da decenni”
Il climatologo Claudio Cassardo: “Il caldo di questa estate non è stato un susseguirsi di ondate, ma un’unica lunga ondata”. “Dobbiamo adattarci al clima che abbiamo già cambiato, ma dobbiamo anche ridurre le emissioni di gas serra, altrimenti continueremo a peggiorarlo”
Caldo eccezionale persistente, siccità, crisi idrica, incendi, ma anche precipitazioni violente, grandinate e alluvioni. L’estate 2026 ha mostrato con particolare evidenza non più una sequenza di fenomeni isolati, ma la manifestazione continua del cambiamento climatico, previsto da decenni dalla comunità scientifica. Secondo l’Onu, la temperatura media globale è destinata a superare la soglia di più di un grado e mezzo dai livelli preindustriali, il limite più ambizioso dell’Accordo di Parigi, già entro i prossimi anni.
Il caldo estremo persistente alimenta la siccità, ma la stessa atmosfera più calda contiene più vapore acqueo e può generare precipitazioni più intense. Ma non basta raccontare le conseguenze: occorre ricordare le cause. Mentre l’adattamento è indispensabile per convivere con il clima che abbiamo già modificato, la mitigazione resta decisiva: ridurre le emissioni di gas serra per evitare che il clima dei prossimi decenni diventi ancora più difficile da gestire.
Ne parliamo con Claudio Cassardo, professore all’Università di Torino e professore invitato alla Ewha Womans University di Seoul, scienziato del cambiamento climatico, meteorologo e fisico dell’atmosfera. Alla ricerca affianca da anni un’intensa attività di divulgazione. All’Università di Torino ha ideato e tiene il corso “Clima e cambiamenti
climatici” aperto agli studenti di tutte le discipline e fruibile anche online, con lezioni in diretta e videoregistrate.
Professore, che estate abbiamo vissuto dal punto di vista climatico?
“L’estate 2026, intesa come trimestre da giugno ad agosto, è risultata a Torino la più calda anche rispetto a quella del 2003 che, fino a ieri, era considerata quasi imbattibile. Non è successo solo a Torino ma in diverse località del Nord Italia (a Bergamo è stata la terza estate più calda di sempre dopo quelle del 2003 e del 2022, ndr). Nel 2003 erano stati molto caldi giugno e agosto, ma non tanto luglio. Quest’anno, invece, abbiamo avuto tre mesi tutti caldi, soprattutto luglio, con una sequenza quasi ininterrotta di giorni con temperature sopra la media, anche di molto. A mio giudizio, è stata un’unica ondata di calore con piccole pause, iniziata nella terza decade di maggio. L’ondata di giugno è continuata a luglio e proseguita ad agosto, con la sola ultima decade meno calda”.
Perché un’ondata di calore così persistente?
“La causa meteorologica del caldo è la presenza di condizioni di alta pressione che stazionano dalle parti della nostra penisola. L’alta pressione produce diversi effetti. Innanzitutto, il soleggiamento scalda. Poi, con l’alta pressione l’atmosfera tende a scendere: le correnti verticali schiacciano l’aria e, comprimendola, la riscaldano. È lo stesso effetto che rende caldo il vento di caduta, il föhn. Inoltre, il calore si accumula nel tempo. I primi due-tre giorni sono sopportabili perché le temperature minime tendono, comunque, a essere più basse. Poi il calore rimane negli edifici senza il tempo sufficiente per perdere quello trattenuto durante il giorno, perché d’estate le notti sono brevi. Il cemento e l’asfalto si surriscaldano, un effetto particolarmente evidente nelle città e negli altri ambienti urbanizzati. Il giorno dopo si riparte da valori già più alti, così che il calore si intensifica progressivamente”.
Ci spieghi il nesso con il riscaldamento globale.
“Ci sono due aspetti. Il primo è che la temperatura tende ad aumentare nel tempo. Se cinquant’anni fa la soglia dei 30 gradi era superata raramente, ora lo è molto più frequentemente. Faccio sempre l’analogia di un bambino che salta mentre sta salendo sulla scala mobile. Facendo gli stessi saltelli, quando la scala mobile procede lui sale e arriva più in alto. La stessa cosa succede con le temperature, così che la soglia del caldo tende a non essere più i 30-32 gradi ma i 35.
Il secondo aspetto, per l’Italia e il Mediterraneo occidentale, è una modifica della circolazione atmosferica a grande scala, che ci porta ad avere più situazioni anticicloniche. Una volta, quando si parlava di alta pressione, ci si riferiva all’anticiclone delle Azzorre, che si distendeva da ovest verso est. L’anticiclone africano poteva al massimo lambire la Sicilia. Adesso queste ondulazioni della circolazione sono salite verso nord e si sono spostate sul Mediterraneo occidentale. Qualche volta determinano delle isole di alta pressione che vanno a posizionarsi sull’Europa centrale o sull’Italia, dove quest’anno sono arrivate molto spesso. Questa modifica della circolazione atmosferica è legata al riscaldamento globale. In Italia la caratteristica di questa estate è stata proprio l’alta pressione praticamente quasi stazionaria”.
E il caldo persistente che cosa produce?
“L’incremento della temperatura significa che molecole più energetiche possono dare luogo a fenomeni più intensi. Li vediamo quando arrivano impulsi freschi che penetrano nelle zone dove c’è tutto questo calore immagazzinato. La differenza di temperatura con l’aria fresca proveniente dalle zone polari può essere molto alta, generando fenomeni localizzati come temporali o cicloni di estrema intensità”.
Insomma, siccità e precipitazioni estreme sono due facce della stessa medaglia.
“Sì. L’alta pressione, per sua natura, non permette lo sviluppo delle nubi che producono precipitazioni. I temporali, però, sono l’altra faccia della stessa medaglia. Se abbiamo una massa d’aria calda, oltre a essere più energetica, aumentando la temperatura aumenta anche il contenuto di vapore acqueo: è la legge di Clausius-Clapeyron. L’atmosfera può contenere circa il 7 per cento di vapore acqueo in più per ogni grado in più. Negli ultimi quarant’anni nel Nord Italia la temperatura è mediamente aumentata di circa 2 gradi: significa una capacità dell’atmosfera di contenere circa il 15-16 per cento in più di vapore acqueo, che può condensare e dare precipitazioni. Già solo per effetto di questa legge, una perturbazione che quarant’anni fa avrebbe fatto cadere 100 millimetri d’acqua oggi può scaricarne 115-116. Poi il temporale è un fenomeno accentratore, che massimizza le precipitazioni in aree estremamente localizzate. Può piovere in un Comune e non in quello vicino. E questo quantitativo d’acqua rischia di finire tutto su un territorio estremamente limitato, non assorbito dal terreno inaridito. Quando è secco, infatti, è come se fosse cemento: l’acqua non riesce a penetrare e va tutta nei fiumi, erodendo e provocando tutti i danni che sappiamo”.
Anche una pioggia molto intensa può non risolvere la siccità.
“Non bagna neanche per l’agricoltura, salvo la fortuna di essere nell’area marginale del temporale, dove si può ricevere un bell’acquazzone senza grandine e senza troppo vento. Altrimenti la maggior parte dell’acqua scorre e finisce nei canali vicini, senza penetrare nel terreno. Uno si immagina: sono caduti 80 millimetri, quindi la siccità è finita. No. Di quegli 80 millimetri ne saranno penetrati sì e no 5, perché il terreno è secco”.
Tutti questi fenomeni erano previsti dalla scienza.
“Sì, è tutto scritto già da tempo e chiaramente dall’Ipcc, l’organismo scientifico delle Nazioni Unite che fa il punto sulle conoscenze sul cambiamento climatico, non solo nell’ultimo rapporto ma anche nei precedenti. Stiamo emettendo gas serra e incrementando l’effetto serra naturale che, di per sé, non è negativo: ci permette di vivere, altrimenti il pianeta sarebbe circa 18 gradi più freddo. Tuttavia, quel grado in più di riscaldamento degli ultimi 100-150 anni, che adesso sta diventando un grado e mezzo tendendo ai due gradi in più, sta producendo tutti gli effetti negativi di cui stiamo parlando. Sembra un quantitativo molto piccolo, ma è come con la febbre. Anche un grado in più rispetto ai 37 gradi della nostra temperatura sembra poco, ma con un grado in più non si sta bene. Il clima ha questo problema e lo stiamo creando noi. Per risolverlo bisogna smettere di generare emissioni di gas serra. Non è semplice: non si possono azzerare da oggi a domani, anche se molte delle tecnologie necessarie ci sono già. Non è possibile applicarle in pochi giorni in tutto il mondo, serve tempo. Però bisogna avere la voglia di farlo, perché altrimenti continuiamo a emettere le sostanze che fanno aumentare la temperatura media globale”.
Ma se azzerassimo domani le emissioni, il clima non tornerebbe affatto presto quello di prima.
“Esatto. Se avessimo la possibilità di azzerare le emissioni da domani, cosa che mi sembra impossibile, non è che da domani torneremmo come un secolo fa. Tutto quello che abbiamo immesso resta a lungo: la CO₂, soprattutto, il principale gas serra, viene rimossa molto lentamente dall’atmosfera. Se azzerassimo domani le emissioni di CO₂, ci vorrebbe tempo prima che il sistema raggiunga un equilibrio, mentre le temperature continuerebbero ad aumentare. Poi tenderebbero a stabilizzarsi, ma servono decenni. Tutto quanto si deve fare oggi non avrà effetti immediati, ma tra 30, 40, 50 anni. È qualcosa che si fa per i nostri figli e i nostri nipoti”.
Nel frattempo, dobbiamo adattarci.
“Sì. Se vogliamo combattere il cambiamento climatico subito, l’opzione è l’adattamento. Ormai l’atmosfera si sta scaldando e continuerà a farlo per i prossimi trent’anni, se azzeriamo le emissioni oppure no. Dobbiamo adattarci. Il riscaldamento non è l’unico problema, perché vi sono associati anche tutti i fenomeni violenti, come le grandinate giganti. E non è detto che le misure di adattamento possano essere uguali: sono molto dipendenti dalla zona”.
In prima linea c’è soprattutto l’agricoltura.
“Sì. E quello che sta succedendo in Piemonte è diverso da quello che sta succedendo in Sicilia. Faccio l’esempio del vino. In Sicilia, dove la siccità è cronica già da anni, si utilizza il metodo di allevamento delle viti ad alberello, che permette alle piante di sopravvivere molto meglio. Questo metodo è stato sviluppato naturalmente e consente alle piante di produrre senza l’acqua di cui avrebbero bisogno. È un esempio di adattamento della tradizione della coltivazione, che ora dovrebbe essere seguito dalla scienza. Abbiamo le previsioni climatiche e modelli con cui possiamo simulare la crescita delle colture e, sulla base di queste valutazioni, capire quale sia la pianta migliore per il futuro”.
Anche l’alta montagna sta diventando più instabile, come mostra il disastro tra Tibet e Nepal.
“È un fatto successo molto di recente, per cui ogni giorno emergono nuove notizie. Da quello che si vede, non si è staccato semplicemente il ghiacciaio: è franata una porzione di montagna e, insieme alla roccia, è caduto anche il ghiaccio. All’origine, quindi, c’è un distacco roccioso, scivolato a valle per circa 2.500 metri di dislivello, grazie alla forza di gravità, con un’energia pazzesca che ha liquefatto il ghiaccio quasi istantaneamente, formando un torrente di fango precipitato verso il basso. Il nesso con il cambiamento climatico è dibattuto, perché non c’erano strumenti lì che potessero dimostrarlo. Però è un’ipotesi plausibile che il distacco roccioso sia stato favorito anche dal degrado del
permafrost. Stiamo parlando di zone intorno ai 5.000 metri, dove il ghiaccio di notte, anche se di giorno fonde, si riforma. Se questo succede in profondità, l’acqua quando ghiaccia aumenta di volume e ciò potrebbe allargare le fessurazioni presenti nella roccia, rendendola più instabile. Probabilmente non è stata l’unica causa: c’erano già fratturazioni dovute a processi erosivi e geologici. Però il degrado del permafrost potrebbe essere stato il colpo di grazia finale a un sistema già instabile. È probabile, che senza il riscaldamento che stiamo vivendo, quella porzione di terreno sarebbe rimasta un po’ più solida. Magari sarebbe caduta lo stesso, ma di meno, oppure sarebbe precipitata più avanti nel tempo. Invece tutto questo si sta accelerando”.
Un fenomeno che può riguardare anche le Alpi?
“Sì. Distacchi di ghiaccio o frane con presenza di ghiaccio ci sono anche sulle Alpi. Anche recentemente c’è stato un distacco sul Monviso, senza problemi perché si è smaltito sul terreno e non è crollato in un fiume. Nel caso del Nepal il problema è stato soprattutto nelle conseguenze, perché tutto è stato amplificato. Il materiale è finito nel sistema fluviale, sbarrando in parte i corsi d’acqua e formando anche dei laghi. Tutta l’interazione di quel sistema ha accentuato le conseguenze di un fenomeno comunque enorme. Negli ultimi venti, trent’anni, nelle stesse zone, ci sono stati altri distacchi simili che non hanno provocato gli stessi danni. Sono fenomeni ai quali purtroppo dovremmo iniziare ad abituarci”.
Eppure, continua la resistenza a riconoscere le cause del riscaldamento globale. Perché?
“Con Climalteranti, il sito che riunisce ricercatori ed esperti di cambiamento climatico, affrontiamo questo discorso quotidianamente. Per me è una cosa incredibile, non capisco come si possa negare l’evidenza. Però il negazionismo è qualcosa a cui ci stiamo abituando in molti settori, anche in medicina. C’è questo complottismo. E i social amplificano tutto. Ci portano notizie utili in tempo reale e ci permettono di accedere più facilmente alle informazioni. Ma, paradossalmente, è anche più facile arrivare alle
notizie false. Le bolle create dai social diventano spesso molto escludenti. Chi crede alle teorie complottistiche o nega ciò che dice la scienza si rinchiude in una bolla, rifiutando di ascoltare tutto ciò che lo confuta. Si ascoltano solo tra loro e finiscono per rafforzarsi a vicenda in un’opinione sbagliata”.
Lei distingue però tra negazionisti e scettici.
“Con il corso sui cambiamenti climatici aperto a tutti non cerco di convincere i negazionisti, perché la giudico un’impresa quasi senza speranza, ma gli scettici. Confido ancora che i negazionisti siano una piccola minoranza che urla tanto, mentre gli scettici siano una grande maggioranza che, avendo dei dubbi, cerca delle risposte. Lo scettico è aperto al confronto. Tra l’altro, uno scienziato è scettico per natura, perché non crede per fede. Se un altro gli dice di avere una teoria nuova che spiega tutto meglio, vuole che sia dimostrata o vuole provare lui stesso a verificarla. Credo che gli scettici abbiano voglia di promuovere conoscenze corrette. È anche questo che mi spinge a continuare a tenere il
corso”.
Oggi pesa molto la polarizzazione politica.
“La politica risponde al proprio elettorato. Le destre sono molto legate a tutto ciò che ruota intorno a chi genera le emissioni, non solo ai produttori di petrolio ma anche alle industrie che ne sono i principali consumatori. Noi scienziati proponiamo di azzerare le emissioni, che vuol dire cambiare proprio il paradigma della nostra società, rinunciando a un’ottica basata sui combustibili fossili e spingendo sulle energie alternative, che non sono a emissioni zero, ma ne producono molte di meno. Questo comporta cambiamenti molto forti che certa politica non vuole affrontare. Il problema è questo”.


