L’impatto delle tensioni geopolitiche in Medio Oriente e del rialzo del petrolio sull’inflazione e sui rendimenti obbligazionari
Settembre 2026 si apre con un chiaro segnale di stress sui mercati obbligazionari globali: i rendimenti dei titoli di Stato delle principali economie avanzate sono tornati a salire con decisione, toccando in molti casi livelli che non si vedevano da anni. I Treasury americani a dieci anni si aggirano intorno al 4,8%, il trentennale ha superato il 5,25%, mentre in Giappone il decennale ha infranto la soglia del 3% per la prima volta dal 1996. Al centro di questo movimento c’è il ritorno delle tensioni geopolitiche in Medio Oriente e il conseguente rialzo del prezzo del petrolio, con il Brent oltre i 95 dollari e il WTI stabilmente sopra i 90.
Lo Stretto di Hormuz e le infrastrutture energetiche della regione tornano a rappresentare un punto di vulnerabilità sistemica, alimentando un premio di rischio che si trasmette rapidamente all’inflazione. Le banche centrali si trovano così a fronteggiare un nuovo shock dal lato dell’offerta proprio mentre cercavano di consolidare i progressi disinflazionistici degli anni precedenti. Il rialzo dei rendimenti nominali e reali riduce i benefici della tradizionale diversificazione tra azioni e obbligazioni e costringe gli investitori a rivedere duration, settori e premi al rischio. In Europa e in Italia le pressioni si riflettono sulla curva dei BTP e sul costo del debito, mentre i mercati azionari iniziano a scontare un costo del capitale più elevato.
La settimana appena conclusa a Piazza Affari si è rivelata piuttosto impegnativa, soprattutto per il FTSE MIB, che ha chiuso in territorio negativo con una flessione dello 0,98% (+15,92% dall’inizio dell’anno), attestandosi a i circa l’1-1,1%, attestandosi a 52.100 punti. Dopo un avvio di settembre ancora caratterizzato da una certa incertezza, l’indice delle blue chip italiane ha dovuto fare i conti con un mix di fattori esterni poco favorevoli, tra i quali le rinnovate tensioni geopolitiche in Medio Oriente, il deciso rialzo
del prezzo del petrolio e le attese di un possibile ulteriore irrigidimento monetario da parte delle banche centrali. Il risultato è stato un andamento altalenante, con sedute di debolezza che hanno prevalso.
In questo contesto, le mid e small cap del FTSE Italia STAR hanno mostrato una dinamica simile. L’indice delle “stelle” di Borsa Italiana ha ceduto terreno chiudendo con una flessione dell’1,5% (-0,46% dall’inizio dell’anno), risentendo della maggiore sensibilità dei titoli growth e mid-cap alle oscillazioni di sentiment e ai movimenti dei tassi. Nonostante qualche tentativo di recupero nelle ultime sedute, il bilancio settimanale resta negativo e conferma una fase di consolidamento dopo i progressi dei mesi estivi.
Sempre negativo, ma più resistente, si è rivelato il FTSE Italia Growth, che ha limitato le perdite ad un – 0,36% (+7,92% dall’inizio dell’anno). Il mercato delle PMI quotate su Euronext Growth Milan ha dimostrato quindi una discreta tenuta, probabilmente grazie a una minore esposizione ai grandi temi macro e a una dinamica più legata a notizie specifiche di singolo titolo. Anche qui, però, non si può parlare di un andamento brillante, con la settimana trascorsa all’insegna della cautela, con scambi non particolarmente
vivaci e un generale atteggiamento wait-and-see da parte degli investitori.
Nella settimana il FTSE MIB ha guidato il ribasso, seguito a ruota dallo STAR, mentre il Growth ha contenuto i danni. Le incertezze geopolitiche e le aspettative sui tassi restano i principali elementi di attenzione per le prossime sedute, in un mercato che sembra ancora in cerca di una direzione più chiara, senza dimenticare che settembre e ottobre sono storicamente mesi deboli per le azioni.
Nella settimana appena conclusa a Piazza Affari, mentre il FTSE MIB chiudeva in leggero ribasso, tre titoli si sono distinti nettamente dal resto del listino: Tenaris, Stellantis e STMicroelectronics. Ognuno di loro ha seguito una dinamica propria, legata a fattori specifici che hanno permesso di andare controcorrente rispetto al clima generale di cautela. Miglior titolo della settimana, Tenaris (+3,66%), che è stata senza dubbio la protagonista assoluta. Il titolo ha capitalizzato in pieno il deciso recupero del petrolio, spinto dalle rinnovate tensioni geopolitiche tra Stati Uniti e Iran. Il Brent è salito di quasi il 7% e il WTI di quasi il 9%, riportando i prezzi su livelli che riaccendono l’interesse per gli investimenti nel settore oil & gas. In questo contesto Tenaris, specializzata in tubi e servizi per l’industria estrattiva, ha trovato un terreno fertile.
Secondo miglior titolo, Stellantis (+2,82%) che dopo una fase di debolezza legata ai dati sulle immatricolazioni, ha trovato nuova linfa dall’approvazione del piano di ristrutturazione di Volkswagen. Il mercato ha interpretato questa mossa come un segnale importante per l’intero settore auto europee. Le case costruttrici stanno affrontando in modo concreto il tema delle sovraccapacità produttive e della necessità di recuperare marginalità. A questo si è aggiunto un rimbalzo tecnico, favorito anche dai buoni
numeri di immatricolazioni registrati in Italia ad agosto, che hanno mostrato una crescita superiore a quella del mercato.
Terzo miglior titolo, STMicroelectronics (+2,70%) che ha beneficiato del miglior tono del settore semiconduttori, sostenuto dai futures sul Nasdaq e da un rinnovato interesse verso i chip legati all’intelligenza artificiale e ai data center. In una settimana in cui molti titoli soffrivano per l’incertezza macro e geopolitica, STM ha mostrato una buona forza relativa, riuscendo a chiudere diverse sedute in territorio positivo e contribuendo a dare un po’ di colore a un listino altrimenti spento.
Peggior titolo della settimana, Brunello Cucinelli (-9,17%) che ha risentito in pieno della debolezza che ha colpito l’intero comparto del lusso europeo. Le rinnovate tensioni tra Stati Uniti e Iran, insieme al rafforzamento dello yen, hanno generato preoccupazioni sulla tenuta dei consumi di fascia alta, soprattutto nei mercati asiatici e mediorientali, da sempre strategici per i brand del luxury. Gli investitori hanno preferito alleggerire le posizioni su un settore già considerato costoso dopo i rialzi degli ultimi mesi, penalizzando non solo Cucinelli ma anche Moncler e i grandi nomi francesi. Nemmeno l’inaugurazione della nuova flagship a Parigi è riuscita a invertire il sentiment negativo della settimana.
Secondo e terzo peggiori titoli Avio (-6,99) e Leonardo (-5,68%), i due titoli della difesa. Dopo aver corso a lungo nelle settimane e nei mesi precedenti, il settore ha subito una fase di prese di profitto piuttosto decisa. Le tensioni geopolitiche in Medio Oriente, che di solito sostengono i titoli legati alla difesa, in questa occasione hanno invece alimentato incertezza e volatilità, spingendo molti investitori a ridurre l’esposizione.
Il mercato sembra aver preferito una rotazione verso altri settori, lasciando momentaneamente in secondo piano le storie di crescita legate agli ordini militari. I due titolo hanno anche sofferto di una correzione tecnica e una minore propensione al rischio sul comparto difesa.
Settembre 2026 si apre con un segnale inequivocabile dai mercati obbligazionari globali. I rendimenti dei titoli di Stato delle principali economie avanzate sono tornati a salire con decisione, raggiungendo in molti casi livelli che non si vedevano da anni o addirittura da decenni. I Treasury americani a dieci anni si aggirano intorno al 4,8%, toccando i massimi da inizio 2025 mentre il trentennale ha superato il 5,25%. In Giappone il decennale ha infranto la soglia del 3% per la prima volta dal 1996. I Gilt britannici a lunga scadenza si muovono su livelli non più visti dalla crisi finanziaria globale del 2008, mentre i Bund tedeschi e i titoli francesi mostrano pressioni analoghe. Anche i BTP italiani risentono del movimento, con i rendimenti a lungo termine che risalgono e costringono gli investitori a riesaminare premi al rischio e sostenibilità del debito.
Questo non è un movimento isolato né un semplice aggiustamento tecnico. È il risultato di una combinazione di fattori macroeconomici e geopolitici che stanno ridefinendo il regime di tassi e le correlazioni tra asset class. Al centro di questa dinamica c’è il ritorno delle tensioni in Medio Oriente, con particolare attenzione allo Stretto di Hormuz e alle infrastrutture energetiche della regione e il conseguente rialzo del prezzo del petrolio. Il Brent ha superato i 95 dollari al barile, il WTI si è riportato stabilmente sopra i 90. L’energia torna a essere un vettore di inflazione e di incertezza, proprio nel momento in cui le banche centrali stavano cercando di consolidare i progressi disinflazionistici degli anni precedenti. Il nostro obiettivo è quello di analizzare il canale di trasmissione da shock geopolitico-energetico a inflazione, da inflazione a rendimenti obbligazionari e da rendimenti obbligazionari a valutazioni azionarie e allocazione di portafoglio. Non si tratta di un esercizio teorico. Le implicazioni pratiche per azioni e obbligazioni sono già visibili e rischiano di intensificarsi nella seconda metà del 2026.
Il contesto geopolitico e il canale petrolifero
Lo Stretto di Hormuz continua a rappresentare uno dei punti di maggiore vulnerabilità del sistema energetico mondiale. Attraverso quel passaggio transitano quote rilevanti del petrolio globale e una parte significativa del gas naturale liquefatto destinato all’Asia e all’Europa. Qualsiasi minaccia di interruzione, anche temporanea, o qualsiasi attacco alle infrastrutture di produzione e di esportazione produce effetti immediati sui prezzi. Nel corso del 2026 le tensioni tra Stati Uniti e Iran, e più in generale tra attori regionali, si sono riaccese a più riprese. I mercati hanno inizialmente interpretato molte dichiarazioni come elementi di negoziazione, ma i prezzi del petrolio hanno reagito con decisione ogni volta che il rischio di escalation è apparso concreto.
Il risultato è un premio di rischio energetico che si è sedimentato nei prezzi e che non è facilmente rimovibile in assenza di un accordo stabile e verificabile. Il rialzo del petrolio non è più solo un problema di offerta. Si inserisce in un contesto in cui la domanda globale resta sostenuta dalla crescita americana e dagli investimenti legati all’intelligenza artificiale e ai data center, che richiedono quantità crescenti di energia. L’effetto combinato di offerta a rischio e domanda robusta amplifica la volatilità e rende più difficile per le banche centrali distinguere tra shock temporanei e pressioni persistenti.
Dallo shock energetico all’inflazione
Il petrolio entra nei prezzi al consumo attraverso molteplici canali. Dai carburanti, ai costi di trasporto, all’energia per le imprese e indirettamente attraverso le aspettative di inflazione. Nel 2022-2023 l’Europa aveva già sperimentato quanto un’impennata energetica potesse alimentare una spirale di prezzi secondari. Nel 2026 la situazione si presenta diversa. l’inflazione core era in fase di moderazione e le banche centrali avevano acquisito credibilità nella gestione del processo disinflazionistico. Tuttavia, un
nuovo shock dal lato dell’offerta rischia di interrompere o invertire quella traiettoria. I dati più recenti mostrano già un’accelerazione dell’inflazione headline in diverse economie, trainata dalla componente energetica. La questione cruciale è se e quanto questo aumento si trasferisca ai prezzi core.
Le imprese che subiscono costi energetici più elevati tendono, in un contesto di domanda ancora sufficientemente robusta, a trasferirli sui prezzi finali di vendita. I lavoratori, a loro volta, possono rivendicare aggiustamenti salariali. Se le aspettative di inflazione si disancorano, anche solo parzialmente, il costo di riportarle sotto controllo aumenta in modo non lineare. In Europa l’inflazione è risalita verso livelli che costringono la BCE a rivalutare il percorso di policy. Negli Stati Uniti il quadro è complicato dal fatto che la crescita resta relativamente solida e il mercato del lavoro, pur con segnali di raffreddamento in alcuni segmenti, non mostra ancora una debolezza tale da compensare pienamente le pressioni sui prezzi. Il rischio di stagflazione non è lo scenario di base, ma non può più essere considerato residuale se lo shock energetico dovesse protrarsi ancora per diversi mesi.
Il sell-off obbligazionario e il ritorno dei tassi reali
I mercati obbligazionari hanno reagito in modo classico ma intenso. Quando l’inflazione attesa sale e le banche centrali vengono percepite come più propense a mantenere o aumentare i tassi, i rendimenti nominali salgono. Una parte del movimento, tuttavia, è spiegata dall’aumento dei tassi reali. Gli investitori richiedono un premio maggiore per detenere debito a lunga scadenza in un contesto di maggiore incertezza fiscale e geopolitica. Questo fenomeno è particolarmente evidente sui titoli con una duration maggiore. Il rialzo dei tassi reali riduce il valore attuale dei flussi futuri e compressa i prezzi dei bond. Allo stesso tempo, aumenta il costo del servizio del debito per gli emittenti sovrani e corporate. Paesi con elevati livelli di debito e deficit strutturali, come Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Giappone, sono sotto particolare osservazione. L’Italia, pur avendo un rapporto debito/PIL elevato, beneficia di una certa stabilizzazione relativa e di un interesse degli investitori verso i BTP in contesti di ricerca di rendimento, ma non è immune
al contagio di un rialzo generalizzato dei tassi.
La correlazione tra azioni e obbligazioni, già messa in discussione negli anni post-pandemici, torna a essere un tema centrale. In un regime di inflazione più volatile e di tassi più elevati, le due asset class tendono a muoversi più spesso nella stessa direzione, riducendo i benefici di diversificazione tradizionali del classico portafoglio 60/40. Gli investitori devono quindi rivedere la duration e la composizione del proprio portafoglio obbligazionario, privilegiando in molti casi scadenze intermedie, titoli inflation-linked e, dove appropriato, credito di qualità selezionato.
La reazione delle banche centrali
La BCE si trova di fronte ad una scelta delicata. Dopo aver aumentato i tassi nella prima parte del 2026, i mercati scontano con elevata probabilità un ulteriore rialzo nella riunione di settembre. L’inflazione energetica (da costi) e il rischio di effetti secondari rendono più difficile giustificare una pausa prolungata.
Ma allo stesso tempo, la crescita europea resta moderata e alcuni paesi mostrano segnali di debolezza. Il rischio di un errore di policy – stringere troppo in un contesto di crescita fragile – è concreto, ma il mandato di stabilità dei prezzi prevale. La Fed, sotto la nuova leadership di Warsh, ha inviato messaggi di vigilanza sull’inflazione. I mercati non scontano più un percorso di allentamento significativo e in alcuni scenari contemplano addirittura la possibilità di ulteriori rialzi se i dati dovessero peggiorare. La BoJ, dopo anni di politiche ultra-accomodanti, sta normalizzando i tassi in un contesto di inflazione più elevata e di yen debole, contribuendo al rialzo dei rendimenti globali attraverso i canali del carry trade e dei flussi di capitale. La divergenza tra banche centrali, già evidente da tempo, si complica ulteriormente. Non tutte reagiscono con la stessa intensità e velocità e questo genera volatilità sui cambi e sui flussi di portafoglio cross-border.
Implicazioni per i mercati azionari
I mercati azionari non possono ignorare il rialzo dei rendimenti obbligazionari a lungo, nonostante la buona crescita degli utili. Un aumento del tasso risk-free riduce, a parità di altre condizioni, il valore attuale degli utili futuri. Questo effetto è particolarmente pronunciato sui titoli growth e su quelli a multipli elevati, tipici del settore tecnologico e di alcune storie legate all’intelligenza artificiale. Tuttavia, il quadro non è univoco.
Le aziende con potere di pricing e bilanci solidi possono assorbire meglio i costi energetici e finanziari. I settori energy e, in parte, quelli legati alla difesa e alle infrastrutture beneficiano direttamente o indirettamente del nuovo contesto. Le banche possono trarre vantaggio da curve più ripide e da margini di interesse più elevati, almeno finché il credito non mostra segni di deterioramento. Il rischio principale per le azioni è un aumento del premio al rischio richiesto dagli investitori. Se la volatilità obbligazionaria si
trasmette all’equity e se le aspettative di crescita degli utili vengono riviste al ribasso a causa di costi più elevati e di una domanda potenzialmente più debole, le correzioni possono essere ampie. Ad un aumento del premio per il rischio richiesto, gli investitori vogliono un maggiore rendimento che può essere ottenuto solo comprando a prezzi più bassi. Al contrario, se lo shock energetico si rivela temporaneo e le banche centrali riescono a gestire il processo senza innescare una recessione, i mercati azionari possono continuare a trovare sostegno nella crescita degli utili, specialmente nei settori legati alla transizione tecnologica e alla produttività. In Europa e in Italia il quadro è influenzato anche dalla spesa fiscale per difesa e infrastrutture e dalla capacità delle imprese di trasferire i maggiori costi. Le società value e quelle industriali possono essere opportunità relative, mentre i titoli più sensibili ai tassi e alla liquidità restano sotto pressione.
Scenari e considerazioni di portafoglio
Seneca diceva che “La vita si divide in tre tempi: passato, presente e futuro. Di questi il presente è breve, il futuro incerto, il passato sicuro”. Riteniamo quindi utile delineare alcuni scenari. Nello scenario base, le tensioni in Medio Oriente restano elevate ma non degenerano in una chiusura prolungata di Hormuz. Il petrolio si stabilizza su livelli elevati ma non esplosivi, l’inflazione sale temporaneamente e le banche centrali procedono con uno o due rialzi o con un mantenimento prolungato di tassi elevati. I rendimenti
obbligazionari restano alti, la curva può irripidirsi o mostrare volatilità e i mercati azionari registrano una rotazione settoriale con maggiore selettività. Nello scenario avverso, un’escalation significativa interrompe i flussi energetici per mesi.
L’inflazione accelera in modo più persistente, le banche centrali stringono ulteriormente e la crescita globale rallenta fino a una possibile recessione o stagflazione. In questo caso sia azioni che obbligazioni a duration lunga soffrono e i portafogli diversificati tradizionali perdono efficacia. Nello scenario più favorevole, un accordo diplomatico riduce rapidamente il premio di rischio sul petrolio. L’inflazione rientra, le banche centrali possono tornare a una postura più neutrale e i mercati recuperano.
Crediamo che comunque, dal punto di vista dell’allocazione, gli investitori dovrebbero considerare una riduzione della duration eccessiva, un aumento selettivo dell’esposizione a inflation-linked e a credito di qualità, una maggiore attenzione ai settori resilienti o beneficiari dello shock energetico e una rivalutazione del ruolo delle azioni internazionali e delle strategie alternative di diversificazione. Il private credit e altre forme di finanziamento privato, già oggetto di attenzione in passato, devono essere monitorati attentamente in un contesto di tassi più elevati e di un possibile stress di liquidità. La bassa produttività strutturale europea e italiana, tema ricorrente, rende più difficile assorbire shock di offerta senza effetti duraturi sui prezzi e sulla crescita potenziale. Allo stesso tempo, gli investimenti in energia, infrastrutture e tecnologia possono rappresentare un contrappeso se sostenuti da politiche credibili.
Per gli investitori la sfida è duplice. Proteggere i portafogli dalla volatilità dei tassi e dell’inflazione energetica, e cogliere le opportunità che emergono dalla rotazione settoriale e dalla ricerca di rendimento in un contesto di tassi più alti. La selettività, la gestione attiva della duration e una visione chiara degli scenari geopolitici diventano quindi strumenti essenziali.
Il secondo semestre 2026 non sarà probabilmente un periodo di navigazione tranquilla. Sarà un periodo in cui la qualità dell’analisi macroeconomica e la disciplina nell’allocazione faranno la differenza tra portafogli resilienti e portafogli vulnerabili. I dati su petrolio, inflazione, curve dei rendimenti e decisioni delle banche centrali andranno monitorati settimana per settimana. Solo così sarà possibile navigare un contesto in cui geopolitica, energia e politica monetaria sono le forze dominanti sui mercati finanziari globali.
Antonio Tognoli
Ho iniziato a lavorare come analista finanziario nel 1983, occupandomi di economia e politica economica e nel frattempo mi sono laureato in scienze bancarie, finanziarie e assicurative. Oggi mi occupo di analisi macroeconomica all’interno di Corporate Family Office – CFO SIM. Giornalista pubblicista, docente ai corsi post laurea de “24Ore Business School” e dell’Associazione Italiana per l’Analisi Finanziaria – AIAF e co-autore del libro Analisi Finanziaria e Valutazione Aziendale, a cura di Franco Pedriali.


