La dolorosa storia del nostro sistema elettorale
È facile prevedere un periodo di instabilità, elezioni a ripetizione e, amarissimus in fundo, una crisi di sistema, mentre si avvicina il cambio del Presidente della Repubblica nel 2029
Il sistema elettorale è l’istituzione più importante del sistema politico-istituzionale di un Paese democratico. È la matrice con cui una democrazia si riproduce nel tempo, affidando ai cittadini-elettori la responsabilità, il diritto e il dovere di rigenerarla. Benchè non sia stato inserito nella Costituzione, come aveva proposto Costantino Mortati nella Commissione dei 75, al tempo della Costituente, esso ha funzionato per anni come istituzione stabile e intoccabile, regolato dalla Legge n. 1058 del 7 ottobre 1947 e
dalle successive: la Legge n. 6 del 20 gennaio 1948 per le elezioni alla Camera e la legge n. 29 del 6 febbraio 1948 per il Senato. Utilizzava il cosiddetto “metodo D’Hondt”, un modello matematico che trasforma i voti ottenuti dai partiti in seggi, secondo un criterio proporzionale, anche se tende a favorire leggermente i partiti maggiori.
La possibilità per l’elettore di votare per tre o quattro candidati, a seconda dell’ampiezza delle circoscrizioni elettorali, rendeva feroce la lotta politica interna di quasi tutti i partiti e spingeva i partiti e i candidati a raccogliere finanziamenti in modo spregiudicato, come poi sarà documentato dalla vicenda di Mani pulite. Nel gennaio del 1988 il democristiano Mario Segni lanciò il “Manifesto dei 31”, nel quale si proponeva l’adozione del sistema uninominale a doppio turno, sul modello francese. Il referendum del 9-10 giugno 1991 ridusse le preferenze per la Camera una sola, con il 95,6% di Sì. La legge elettorale storica fu così sostituita dal “Mattarellum” nel 1993. Il 75% dei seggi era eletto in Collegi unici uninominali, il 25% riservato a quote proporzionali di partito.
Era l’illusione pervicace che si potesse arrivare al “governo forte” per via di legge elettorale, senza mettere mano a modifiche costituzionali in senso presidenziale. La stabilità-forza non venne: tre governi dal 1996 al 2001. La missione era impossibile: perché la Costituzione del ’48 non prevede un governo forte e lascia ai partiti il dominio sulle istituzioni. L’ultima istituzione a cadere sotto il dominio fu il sistema elettorale. Accadde con la Legge n. 270 del 21 dicembre 2005 – denominata “Porcellum” – nomen est omen – dal suo stesso ideatore Roberto Calderoli: sistema proporzionale, liste bloccate dei partiti e premio di maggioranza.
Sono passati 21 anni, sono arrivati l’Italicum (mai applicato) e il Rosatellum, ma la sostanza del problema è sempre la stessa con il cosiddetto “Stabilicum” in discussione in questi giorni al Senato: poiché il governo è un’istituzione debole, si tenta di fortificarlo con una modifica ennesima della Legge elettorale, il tutto accompagnato da scambi ricorrenti di medesime accuse alla maggioranza di turno da parte dell’opposizione di turno.
Nel 2017 la Meloni attaccò il Rosatellum, perché introduceva una “democrazia finta”, a causa delle liste. Oggi le ripropone. E le preferenze? Secondo la sua ammissione, “la palude” di maggioranza/opposizione le ha respinte. L’eventuale reintegro è oggetto di discussione. La posta in gioco è il controllo del leader di partito sugli eletti. La forza dei leader non risiede più nei partiti, ormai ridotti a puri comitati elettorali, ma nei gruppi parlamentari.
E la proposta di ballottaggio? Se nessuna delle coalizioni supera il 42%, si farebbe un secondo turno con premio che riconoscerebbe alla maggioranza il 55%. Con ciò la stabilità sarebbe favorita. Ma Salvini, che teme di fermarsi sotto il 4%, sa che può contare di più nella contrattazione di coalizione per le candidature con un turno unico. Perciò lo ha sepolto. Quanto all’opposizione, punta sui benefici del Rosatellum. Ciò che si prospetta, all’indomani delle elezioni, è un equilibrio fragile di maggioranze – che rischiano di essere minoranza di un corpo elettorale a crescita astensionista. È facile prevedere un periodo di instabilità, elezioni a ripetizione e, amarissimus in fundo, una crisi di sistema, mentre si avvicina il cambio del Presidente della Repubblica nel 2029. Nel 2027 si vota anche in Spagna, Francia, Polonia e, forse, in Germania, se AFD avanzerà in questi week-end nella misura prevista dai sondaggi. I rischi di una “Finis Europae” stanno sul nostro tavolo.
*Giovanni Cominelli si laurea in Filosofia nel 1968, dopo studi all’Università cattolica di Milano, alla Freie Universität di Berlino e all’Università statale di Milano.
Esperto di politiche dell’istruzione. Eletto in Consiglio comunale a Milano e nel Consiglio regionale della Lombardia dal 1980 al 1990.


