Il Veneto approva una legge sul suicidio assistito. E la Lombardia resta ferma: “Mancano i numeri”
Il tema spacca la coalizione di centrodestra. Tra i consiglieri bergamaschi aperture trasversali: favorevoli alla regolamentazione Forza Italia e Pd, la Lega lascia libertà di coscienza, Fratelli d’Italia contrario chiede una legge nazionale. Il prossimo 15 settembre l’Associazione Luca Coscioni presenterà al Pirellone 15 mila firme
Il Veneto mette nero su bianco le procedure per il suicidio medicalmente assistito. Con 32 voti favorevoli, 14 contrari e 5 astensioni il Consiglio regionale veneto ha approvato mercoledì 2 settembre la legge sul fine vita. È la quarta Regione italiana, dopo Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna, a intervenire sulla materia e soprattutto la prima amministrata dal centrodestra a farlo, dopo un confronto lungo che ha costretto la maggioranza a rivedere più volte il testo per trovare un equilibrio tra sensibilità diverse.
A Milano, quel voto è arrivato come un sasso in uno stagno fermo. In Lombardia il dossier non ha oggi un iter legislativo in corso, e il precedente più recente racconta perché: nel novembre 2024 l’Aula regionale aveva fermato il primo progetto di legge di iniziativa popolare sul suicidio medicalmente assistito, proposto dall’associazione Luca Coscioni, approvando una pregiudiziale di costituzionalità, con la maggioranza che sosteneva fosse materia di competenza statale. Da allora, silenzio. Anche perché, osserva chi conosce gli equilibri del Consiglio regionale, al momento non ci sarebbero i numeri per approvare una legge. E la frattura non corre solo tra centrodestra e centrosinistra, ma attraversa partiti e schieramenti.
È proprio questo uno degli elementi che emergono ascoltando i consiglieri bergamaschi. Una delle posizioni più nette a a favore di una legge regionale arriva da Jonathan Lobati, di Forza Italia, per cui la Lombardia dovrebbe seguire la strada aperta dal Veneto. “Mi dispiace, ironicamente, che ci siamo fatti bagnare il naso – afferma -. La politica deve assumersi la responsabilità di quello che i cittadini stanno chiedendo con forza”. La sua non è però un’apertura indiscriminata: “Serve costruire un percorso regolato e sottoposto a garanzie, un sistema capace di monitorare le situazioni di grande sofferenza e di accertare l’assoluta certezza dell’irreversibilità della malattia”. Lobati inquadra la questione nel campo dei diritti individuali: “Dobbiamo curare con tutte le forze chi vuole combattere, ma rispettare anche chi si sente costretto, dall’accanimento terapeutico, a restare in una situazione di vita irreversibile con atroci sofferenze”.
Su una linea simile, pur con argomentazioni proprie, si muove Davide Casati del Partito Democratico. Per lui la Corte costituzionale ha già tracciato le condizioni entro cui il suicidio medicalmente assistito è legittimo – capacità di intendere e volere, irreversibilità della malattia, sofferenze intollerabili, dipendenza da trattamenti di sostegno vitale -, quello che manca sono le modalità operative. “Non si può mettere la testa sotto la sabbia – sostiene -. La scelta della maggioranza lombarda di non legiferare è una forma di inerzia che lascia il personale sanitario senza indicazioni concrete”. Più duro il giudizio dell’altro consigliere dem bergamasco, Jacopo Scandella, che legge il voto veneto come un’occasione persa. “È triste vedere altre Regioni superarci e riempire un vuoto inaccettabile lasciato dal Parlamento – riflette -. È vergognoso che Roma non abbia legiferato, ma altrettanto grave è che la Regione abbia scelto di non farlo: a oggi mancano i numeri, non c’è una vera apertura dalla maggioranza”.
I consiglieri dem Casati (a sinistra) e Scandella
Il voto veneto conferma quanto sia difficile incasellare il fine vita negli schieramenti tradizionali: la legge è passata grazie a un fronte trasversale, con molti esponenti della Lega favorevoli – l’ex governatore Luca Zaia, tra i promotori del provvedimento, è oggi tra gli aspiranti leader del partito -, mentre Fratelli d’Italia ha votato compatta contro. La stessa frattura si ritrova, simile, tra i bergamaschi.
Roberto Anelli, consigliere del Carroccio, parte da un principio di metodo: sulle questioni etiche i partiti non dovrebbero imporre una linea. Nel merito, però, si dice favorevole, “chiaramente rispettando le condizioni poste dalla Corte. Se queste sono rispettate, non vedo perché ci si debba fermare”. Una posizione che non coincide con quella dell’altro leghista bergamasco al Pirellone, Giovanni Malanchini. “Da un lato legislativo la materia è nazionale, pertanto non può essere normata dalle Regioni – sottolinea -. È un tema che chiama in causa la coscienza delle singole persone, non lo inquadrerei nell’ambito del dibattito politico. L’importante – aggiunge – è non assumere posizioni ideologiche, perché in gioco ci sono fattori morali ed etici fondamentali per la tenuta delle nostre comunità”. Segno che la distanza, sul fine vita, non separa solo i partiti tra loro, ma attraversa gli stessi gruppi consiliari.
Fratelli d’Italia tiene invece la linea. Per Alberto Mazzoleni il compito della sanità pubblica resta “la tutela e la cura della vita, soprattutto nelle sue fasi più complesse”, e la materia dovrebbe essere regolata da “un quadro legislativo nazionale chiaro e uniforme”, accompagnato da investimenti su cure palliative e terapia del dolore. Lo stesso ragionamento, quasi parola per parola, arriva da Michele Schiavi: “Ritengo che si tratti di una materia che spetta al legislatore nazionale e che, quindi, debba essere regolamentata dal Parlamento, non dalle singole Regioni”.
Anche Forza Italia, però, mostra una sensibilità articolata. Ivan Rota, da credente, racconta di interrogarsi sul tema da tempo, ma parte dal carattere laico dello Stato e dal rispetto delle diverse convinzioni. Il suo timore è che il tema venga rinviato all’infinito: “La politica deve assumersi le proprie responsabilità e non procrastinare i tempi, decidendo di non decidere. Se il legislatore nazionale non ha affrontato la questione, è giusto che siano le regioni a pronunciarsi in base alle singole sensibilità”.
I consiglieri regionali di centrodestra. Pietro Macconi, al centro, è passato in Futuro Nazionale uscendo dalla coalizione
È qui il punto vero della vicenda lombarda: chi è favorevole a una legge non coincide con il centrosinistra, chi è contrario non coincide con il centrodestra. La Lega lascia spazio alla libertà di coscienza e tra i suoi esponenti bergamaschi emergono aperture; Fratelli d’Italia mantiene una linea decisamente contraria a un intervento regionale. Nel Pd, che nel 2024 aveva votato compatto, le sensibilità restano diverse anche per la presenza di culture politiche diverse, incluse quelle di area cattolico-democratica di tradizione Margherita. “Nel gruppo regionale dem non ci sono divisioni – assicura Scandella -. Qualche modifica alla proposta Coscioni sarebbe stata possibile, ma non è in discussione la necessità di arrivare a una normativa”.
Il risultato, per ora, è un Veneto che corre e una Lombardia che resta ferma. Non perché il tema sia sparito dal dibattito, ma perché trasformare posizioni individuali in una maggioranza d’Aula è tutt’altra impresa. Resta da capire quale sarà il destino della legge veneta sul piano istituzionale e giuridico: bisognerà vedere se il Governo deciderà di impugnarla, un passaggio che farà da precedente per le altre Regioni che stanno valutando norme analoghe.
A Palazzo Lombardia, intanto, il dossier resta sospeso. La Corte costituzionale ha già tracciato il perimetro entro cui può essere praticato il suicidio medicalmente assistito e le Regioni si interrogano sulle procedure, ma sul piano politico non c’è oggi una maggioranza pronta a trasformare quel perimetro in una legge regionale.
L’associazione Luca Coscioni ha però annunciato che il prossimo 15 settembre presenterà al Consiglio regionale 15 mila firme per chiedere che venga discusso il secondo progetto di legge ‘Liberi subito’, per garantire tempi e procedure certi per la verifica delle condizioni e l’attuazione del suicidio medicalmente assistito. “Il triplo di quelle necessarie – sottolineano dall’associazione -. Dalla votazione sul primo progetto sono arrivate due ulteriori sentenze della Cassazione, una sulla legge della Regione Toscana e una depositata lo scorso 24 luglio. In Aula porteremo la voce di migliaia di lombardi”.
Il voto di Venezia, più che chiudere la partita, la riapre. E a metà settembre il tema tornerà a bussare alle porte del Consiglio regionale.
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