L'intervista al manager
|“Pogačar già motivato dopo la caduta, ma non pensa a un rientro forzato. È il più grande di sempre”
Alex Carera, che per un breve periodo della sua vita ha vissuto a Bergamo, gestisce con il fratello Johnny la A&J che fra i tanti corridori ha in dote il fuoriclasse sloveno reduce dal ritiro alla Vuelta a España
Bergamo.”Ho avuto giorni migliori, ma Tadej è sereno, tornerà ancora più determinato”. Alex Carera non è proprio abituato a vedere il “suo” Tadej Pogačar, che gestisce dai tempi della categoria Juniores, steso in un letto, circondato da medici ed esperti, tutti preoccupati. Anche se lui, almeno così pare, se la vive serena. Poche ore dopo la caduta di sabato che lo ha costretto al ritiro dalla Vuelta a España che stava dominando, posta una foto sui social tutto incerottato e malconcio, mentre in sottofondo c’è “Stayin’ Alive“, colonna sonora de “La febbre del sabato sera”. La stessa febbre che verrà nei prossimi mesi a chi lo immaginava già a braccia alzate al Mondiale o al Lombardia (al via da Bergamo il 10 ottobre, ndr), magari dopo qualche “fuga” folle delle sue.
Sì, perché rivedere Pogačar in sella quest’anno è davvero “improbabile”, come ha chiosato dallo stesso Carera, che per un breve lasso della sua vita ha trascorso in terra bergamasca, dove vive il suo socio, il fratello Johnny, con il quale da quasi trent’anni comanda la A&J, agenzia-impero del ciclismo, e non solo, con oltre sessanta atleti gestiti. A fare capolino nella lista, appunto, lui, Tadej Pogačar.
Solo un sasso in mezzo alla strada che portava verso Xeraco, vicino a Valencia, ha impedito allo sloveno di crogiolarsi della tripla corona, che appartiene a un club ristretto di corridori, otto, fra i quali Felice Gimondi: atleti capaci di trionfare in tutti e tre i grandi giri in programma. Ovvero Giro d’Italia, Tour de France e Vuelta a España. Un paradosso pensare che “Pogi” non sia ancora lì dentro. Per uno che ha vinto 130 corse, cinque Tour de France, un Giro, tutte le classiche “Monumento” eccetto la Roubaix e due mondiali. Sì, arriverà anche la Vuelta, ma la sfortuna, al momento, lo ha respinto.
La prognosi della caduta parla di una frattura scomposta della clavicola, una frattura cervicale stabile e una commozione cerebrale. Lunedì sera è stato operato con successo a Barcellona dal chirurgo ortopedico Xavier Mir. Ora è ancora in ospedale, prima di iniziare quella che sarà la fase di recupero.
Carera, la risposta è prevedibile, ma come sta reagendo Tadej?
Guardi, quando ho parlato dopo l’incidente con lui, il suo primo pensiero era quello di guarire, a prescindere dal tempo necessario. Quello soltanto i medici lo possono dire. Non ha parlato di gare o di rientri vari, lui per ora ha solamente voglia di recuperare.
Quindi, in questo momento, non pensa al rientro?
È il solito Tadej, sempre motivato. L’ho visto lì, sul suo lettino, a guardare le gare sul web, come un semplice appassionato: mountain bike e Vuelta. Però non pensava alla data di rientro: in questo momento, è assolutamente prematuro parlarne. Dopo l’operazione di lunedì sera, i medici e i fisioterapisti, giorno per giorno, valuteranno i tempi di recupero.
Lei che lo conosce bene, lo reputa possibile?
È molto difficile. Non è impossibile perché è il fisico degli atleti, non di noi persone normali, quindi la speranza c’è sempre. Ma credo che in questo momento non sia una priorità né di Tadej, né di A&J, ma nemmeno del team UAE.
Torniamo al principio. Lei lo conosce da quasi dieci anni. Come lo ha scoperto e come è nato il vostro rapporto?
Il nostro rapporto è nato a un Giro della Lunigiana di circa dieci anni fa. Ci fu segnalato da un nostro collaboratore, Andrea Noè (ex corridore già in maglia rosa al Giro d’Italia, ndr). Dopodiché l’abbiamo incontrato in Slovenia e da lì è partito il nostro rapporto di lavoro, che dura fino a oggi.
Avrebbe mai immaginato che sarebbe diventato quello che è oggi?
Allora, se lei all’epoca mi avesse chiesto se questo ragazzo un giorno avrebbe potuto vincere il Tour de France, sì, certo, avrei risposto di sì. Che potesse vincere un Giro d’Italia o una Liegi, sì. Ma dire che diventasse il numero uno della storia del ciclismo, no. Sarei stato un pazzo a pensare ad una cosa del genere. Lo stesso Pogačar mi avrebbe preso per folle. Anche perché, nell’arco della carriera, soprattutto quando tu incontri un ragazzo che è poco più che maggiorenne, sono troppe le variabili della vita: dalle motivazioni del corridore fino alle opportunità che si creano. È impossibile avere una certezza, nonostante il talento. Ci vuole determinazione, fortuna, voglia di arrivare e continuità.
Quindi per lei Pogačar è il numero uno di tutti i tempi? Ha già superato Merckx?
Secondo me sì. Se guardiamo non solo il numero delle vittorie, ma anche il numero delle nazioni e dei corridori che partecipano rispetto al ciclismo degli Anni Settanta, non si può paragonare. E da quando ha iniziato non ha mai smesso di dimostrare la propria superiorità. Se si pensa poi che questo è il suo primo ritiro in una corsa a tappe dalla categoria Juniores: non è mai sceso dal podio in una corsa a tappe di tre settimane che ha terminato (dalla Vuelta del 2019, ndr). Ha un qualcosa di straordinario.
Oltre alla Vuelta, ora mancano la Roubaix e le Olimpiadi.
Il suo desiderio più grande è la Roubaix.
Ci ha già provato due volte, nel 2025 e nel 2026: due volte secondo.
Già al primo tentativo ci è andato vicinissimo. Al secondo è subentrata un po’ di sfortuna. Il ciclismo, a volte, è uno sport talmente duro: quest’anno ha bucato proprio nel momento in cui non c’era l’ammiraglia dietro. Farsi diversi chilometri con una bici non tua, nel ciclismo moderno, è tosta: una volta giunti al velodromo, Van Aert era più fresco.
Avete mai parlato della possibilità di provare la tripletta Giro-Tour-Vuelta nella stessa stagione?
No.
Come mai?
Non è tanto una questione fisica, ma se sommiamo il numero di giorni delle gare, i giorni di arrivo prima, quelli di riposo, più gli altri di preparazione in altura, vorrebbe dire stare circa 120 giornate sempre fuori di casa. Perché fare una corsa, tornare a casa, ripartire, è una cosa; stare via altri quattro mesi è un’altra. Inoltre c’è un altro aspetto: il rispetto per i compagni di squadra. È giusto che ognuno di loro abbia delle ambizioni (su tutti Almeida e Del Toro) e, di conseguenza, i propri spazi nei grandi giri.
Dopo un infortunio così importante, la domanda è inevitabile: secondo lei, Tadej tornerà lo stesso di prima?
Sì. Anzi, può essere solo una spinta. Di solito i grandi campioni si differenziano dagli altri dal modo in cui reagiscono alle sconfitte. Se devo pensare a come si è rialzato dalla caduta della Liegi-Bastogne-Liegi, che gli ha purtroppo fatto perdere il Tour de France nel 2023, mi viene da pensare che reagirà in ugual modo.
Per quanto tempo pensa che Tadej possa ancora essere il numero uno?
Fino a quando lo vorrà lui. Io credo che oggi, col divario presente tra lui e gli altri, non sarà un’impresa facile scalzarlo dalla vetta.
Nel 2027 lo vedremo al Giro d’Italia?
No, non sappiamo nulla. I programmi non vengono mai discussi prima di dicembre. Questa è la prerogativa. Quindi al momento non abbiamo parlato di nulla.


