Dal mal di pancia alle panchine, l’addio di De Roon e la fuga verso Roma. Con la regia di Gasperini
L’ufficialità dell’affare nella serata di domenica, nel giro di poco più di ventiquattr’ore dalla decisione di andarsene lasciando amareggiati i tifosi che lo volevano come leader e capitano silenzioso, ma presente. E che ora attendono le spiegazioni del diretto interessato, che avrebbe deciso alla luce della scarsa considerazione del suo ruolo, oltre che per una situazione tecnica non più a lui favorevole
Bergamo. Pur essendo stato cronologicamente un acquisto più da “ultim’ora”, nella homepage del sito della Roma tra le news in evidenza quando scocca la mezzanotte di lunedì 31 agosto ci sono ancora il comunicato ufficiale dell’acquisto di Leonardo Balerdi e la prima intervista del calciatore argentino arrivato in mattinata. Poi, a seguire, due news sulla Champions League: calendario e avversarie. Di giovedì sera e sabato mattina. Appena sotto, un banner promuove la vendita dei biglietti della prossima partita casalinga: Roma-Atalanta. Destino strano, quello di Marten De Roon, il cui volto compare come copertina del comunicato ufficiale proprio sotto la striscia che ricorda il prossimo impegno interno giallorosso contro la sua adesso ex squadra.
Fa effetto. Maglia giallorossa in mano, numero 15 sulle spalle, un sorriso che la mattina, alla partenza da Milano Linate alla volta della capitale, non si vedeva di certo così smagliante. “L’AS Roma è lieta di annunciare l’arrivo di Marten De Roon dall’Atalanta” si legge nella nota ufficiale. “Il centrocampista ha collezionato 445 partite ufficiali con la squadra bergamasca, segnando 23 gol. In 44 presenze complessive con la nazionale olandese, vanta due partecipazioni ai Mondiali (2022 e 2026)”.

Sul sito ufficiale nerazzurro, invece, la news è in primo piano. “Marten de Roon lascia l’Atalanta”. E ancora a leggerlo un po’ di sensazioni strane le porta con sé. “Il 35enne centrocampista olandese lascia l’Atalanta dopo aver indossato per 445 volte la maglia nerazzurra, accompagnando la squadra nella sua crescita fino ai massimi livelli del calcio italiano ed europeo, con il raggiungimento di traguardi che resteranno per sempre nella storia del Club. La famiglia Percassi, la famiglia Pagliuca e tutto il Club nerazzurro ringraziano sentitamente Marten per il suo straordinario contributo, per l’impegno e la dedizione dimostrati in questi anni, augurandogli le migliori fortune per il suo futuro”. Dieci anni riassunti in tre parole: “Testa, corsa e passione”.
Quel numero, 445, è storia, perché rappresenta il record assoluto di presenze conquistato nella scorsa primavera, superando Bellini. E incarna meglio di tante altre cose ciò che il mediano olandese ha rappresentato per i colori nerazzurri e per gli stessi tifosi che lo hanno salutato ieri, chi con tanta amarezza e chi solo con dispiacere, ancora in attesa di una risposta e di spiegazioni, promesse dallo stesso giocatore a bocce ferme con una story su Instagram: “Ci sono molte cose che voglio dirvi e presto ci sarà modo. Vi voglio bene”.
Una cosa è certa: domenica mattina, ai microfoni di Andrea Riscassi di Rai Sport, lo stesso De Roon ha amesso di avere avuto “mal di pancia dal ritorno post Mondiale”, avvenuto il 22 luglio, quando insieme alla moglie Ricarda ha assistito da bordocampo all’amichevole con il Mantova, per poi unirsi al gruppo il giorno dopo. “L’ultimo mese è stato molto difficile per come sono andate le cose”, ha aggiunto, riferendosi a quella che avrebbe ritenuto una scarsa considerazione da parte di dirigenza e allenatore del suo ruolo di capitano del club.
Un aspetto che si è andato ad unire alla sensazione evidente di non sentirsi più un indispensabile, come era stato fino a pochi mesi fa e nel decennio precedente. Scelte tecniche legittime da parte di Sarri, che lo ha utilizzato come ‘opposto’ di Gianluca Gaetano durante gli allenamenti, in posizione di regista davanti alla difesa, senza però dargli mai minuti nelle prime tre partite stagionali. De Roon avrebbe vissuto questa situazione come una sorta di esclusione dal progetto tecnico. Esclusione che il club nega di aver mai attuato, avendolo considerato al pari di tutti gli altri giocatori della rosa.
“De Roon all’Atalanta non rientrava più nei piani della squadra” ha sostenuto da Roma anche Gasperini, che ha poi sottolineato come si sia mosso in prima persona sia col giocatore che con una telefonata a Luca Percassi: “la società gli ha lasciato libera scelta”, ha aggiunto Gasp. Esattamente come fatto con Djimsiti un mesetto prima, per rispetto della sua storia, ha deciso di accontentarlo anche a costo di (quasi) regalarlo ad una rivale.
Le gerarchie cambiano, fa parte del calcio. Si sa. A maggior ragione quando in atto ci sono rivoluzioni: c’è chi sceglie di prenderne parte come ha fatto Mario Pasalic, che certo è tatticamente più elastico, ma che si trova comunque ad uscire dalla sua comfort zone. E dopo essere partito titolare col Sassuolo senza fascia di capitano al braccio (ce l’aveva ancora Ederson, pur avendo lui molte più presenze) si è presentato in conferenza stampa affermando che “le novità danno la spinta a migliorarti, perché vuoi inserirti, capire cosa vuole lui (mister Sarri, ndr) e dove puoi migliorare te stesso”, dichiarando ancora una volta amore a Bergamo e all’Atalanta.

De Roon invece ha ritenuto di fare una scelta diversa, sentendosi a 35 anni ancora in pieno dovere di andare da qualche altra parte per continuare a dimostrare il suo valore. Ha preferito togliere ogni dubbio scegliendo la Roma, accontentato dall’Atalanta, che nel frattempo aveva già inserito un pezzo da novanta del calcio internazionale come Franck Kessié (arrivato già ben dopo quei “mal di pancia” espressi da De Roon), un’operazione onerosa che è sinonimo di ambizione e volontà del club di investire – come dimostra l’offerta da 40 milioni di euro per Rowe, ancora in attesa di un esito finale – riaffermando lo status internazionale che porta club come il Chelsea a pescare giocatori al costo di 100 milioni di euro (a proposito, Ahanor andrà in prestito al Crystal Palace) a Bergamo, sedendosi al tavolo e ritenendo la società un’interlocutrice con una forte credibilità.
L’ormai ex capitano ha invece preferito mettere in discussione il suo legame coi tifosi e con la città: due anni fa ha anche ricevuto la Benemerenza Civica da parte del Comune di Bergamo (pur essendo residente a Gorle). È una scelta personale e in quanto tale difficilissima, soprattutto per chi ha una famiglia ben radicata sul territorio, ma è legittima e va rispettata, come legittime e da rispettare sono le decisioni di un allenatore alle quali un giocatore che fa parte di gruppo deve attenersi, per il bene in primis del gruppo stesso.
Era forse questo che la gran parte della tifoseria avrebbe voluto dal Marten uomo, prima che giocatore: che fosse, come Rafa Toloi negli ultimi anni, un capitano silenzioso, ma presente, su cui un gruppo può contare. Per tutti fino a quarantott’ore fa era un riferimento, un giocatore diverso da tutti gli altri per come difendeva i colori nerazzurri.

Ora, dopo la scelta di unirsi ad una delle principali rivali, resta solo il ricordo ancora nitido. E porta con sé una scia di rimpianti per un finale non allineato agli undici anni precedenti, che gli toglie lo status di “bandiera”. Ma, poco ma sicuro, non quello di “leggenda”.





