Matteo Lancini: “Abbiamo adulti poco significativi, non si interessano dei giovani”
Lo psicologo e psicoterapeuta, presidente della Fondazione Minotauro, commenta il trend emerso dal Rapporto OsMed 2025 sull’uso dei medicinali nel nostro Paese, pubblicato nei giorni scorsi dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa)
“L’aumento dell’uso degli psicofarmaci tra bambini e ragazzi deve preoccuparci e farci riflettere”. Così Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, presidente della Fondazione Minotauro, commenta il trend emerso dal Rapporto OsMed 2025 sull’uso dei medicinali nel nostro Paese, pubblicato nei giorni scorsi dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa). Il ricorso a questi farmaci è cresciuto soprattutto nella fascia dai 12 ai 17 anni, nella quale il consumo è di 142,2 confezioni per 1.000 bambini e la prevalenza d’uso dell’1,56%. Abbiamo chiesto un parere a Matteo Lancini.
Come vanno letti questi dati? Dobbiamo essere preoccupati?
Certamente. È motivo di preoccupazione il fatto che dei minori debbano ricorrere agli psicofarmaci per sopravvivere psichicamente, stare meglio o affrontare il disagio in una fase della crescita che certamente può porre delle difficoltà ma andrebbero vissute come un fenomeno fisiologico dello sviluppo. Al tempo stesso, possiamo leggere questi dati come il frutto di una maggior attenzione alla salute mentale. A volte c’è ancora lo stigma, ma grazie al lavoro compiuto negli anni dalla psicologia oltre che dalla psichiatria è aumentata la consapevolezza del fatto che il disagio può essere parte della crescita ed è possibile parlarne. Da psicologo e psicoterapeuta sono portato a vedere il rischio di farmacologizzare eccessivamente il disagio e il dolore, ma in alcuni casi il ricorso agli psicofarmaci è necessario: occorre valutare ciascuna situazione perché è diversa dalle altre.
Ci spieghi
In alcune diagnosi psichiatriche si corre il rischio che il ricorso allo psicofarmaco costituisca un modo per anestetizzare e medicalizzare il dolore. A mio parere bisogna essere molto cauti, soprattutto quando si tratta di una fase di sviluppo delicata come quella dell’età evolutiva. Fermo restando che ogni situazione va valutata singolarmente, auspico che l’utilizzo di questi farmaci sia transitorio e che quando saranno diventati adulti non abbiano più la necessità di prenderli. La fase adolescenziale è quella in cui il disagio prende forma e si esprime: dobbiamo sempre starci attenti, perché da una parte non dobbiamo mai sottovalutarlo, va intercettato e bisogna intervenire, dall’altra non si deve cronicizzare il sintomo considerandolo una malattia.
Che cosa intende?
In molti casi il sintomo è espressione di un disagio e se non gli si dà senso, col tempo, la situazione peggiora diventando patologica. In questi casi il dolore permane e rischia di essere messo a tacere solo attraverso i comportamenti. Tutto ciò va letto con cautela e sono molteplici i fattori che vi possono incidere, compresi i modelli di presa in carico che vengono messi in atto.
E quanto incide il comportamento degli adulti?
Enormemente. Incidono i comportamenti dei genitori e più in generale degli adulti all’interno della nostra società, la politica e l’assenza di prospettive future. Invece di preoccuparsi di come intervenire sulla scuola per le nuove generazioni, aiutarle e far sentire loro che c’è un futuro, gli adulti parlano solo di internet e in questo momento esultano per la multa impartita a Meta come se potesse davvero cambiare le cose. La verità è che negli ultimi anni non importa niente a nessuno dei giovani, come dimostrano il disboscamento del pianeta, le politiche economiche e sociali, le criticità del sistema pensionistico e una scuola che sostiene che il problema risiede nel limitare l’accesso a internet che però viene utilizzato costantemente fuori dalle aule dalla scuola stessa.
È una contraddizione?
Si, certo, e i ragazzi lo sanno bene. Trovo incredibile che ci siano adulti, politici e ministri che sostengono che il problema consista nel fatto che gli adolescenti oggi non reggano le frustrazioni perché avrebbero avuto troppo. Siamo in un’epoca lassista: non ci sono mai stati così tanti adulti che si fanno i fatti loro come nel nostro tempo. Si preoccupano solo del proprio lavoro, di fare aperitivi e di andare in palestra, rovinano il pianeta e non pensano alle condizioni in cui lasceranno il Paese alle generazioni che verranno dopo di loro.
C’è molto egoismo, dunque?
Sicuramente. Le ripercussioni sono molteplici: adulti poco significativi hanno portato i giovani a non manifestare il proprio disagio attraverso il conflitto generazionale ma ad attaccare il proprio corpo e la propria mente come evidenzia l’aumento dell’uso di psicofarmaci. Pensano che non funzioni qualcosa dentro di loro ed è drammatico perché, ad eccezione di singoli eventi in cui vengono espresse aggressività e violenza in modo disperato, porta ad attacchi del sé, autolesionismo, ritiro sociale, disturbi della condotta alimentare e nei casi più gravi suicidi.
Come mai si è giunti a questo punto?
Nella nostra epoca gli adolescenti sono sacrificati da adulti che sostengono di amarli tanto ma in realtà non li ascoltano: quando vengono interpellati, gli adulti liquidano la questione sostenendo che tutto dipende dal fatto che i ragazzi ascoltano musica trap, giochino ai videogiochi dove tutto è virtuale oppure utilizzino i social, che fra l’altro hanno creato loro stessi. Non prendono in considerazione il fatto che non vengano date loro reali opportunità di futuro e che si stiano combattendo guerre in cui vengono uccisi tantissimi bambini. Pensiamo alle numerose vittime che stanno mietendo i due conflitti di cui si sta parlando di più ultimamente. La nostra è una società in cui gli adulti non rispettano nemmeno la vita dei minori: ne vengono uccisi decine di migliaia e i ragazzi se ne rendono perfettamente conto.
Potrebbe approfondire questo aspetto?
Questa generazione di ragazzi avrebbe moltissimi motivi per arrabbiarsi e dare vita a un forte conflitto generazionale con gli adulti ma non lo fanno perché si fanno carico delle nostre fragilità. Viviamo in una società in cui invece di preoccuparsi di costruire un futuro si parla solo del male di internet: gli adulti vorrebbero vietare i social ai minori ma sono i primi a usarli. Non viene preso alcun provvedimento a favore delle nuove generazioni: si mettono sempre in campo misure che tolgono a loro e mai alla popolazione adulta. A mio parere, forse, oggi c’è una sola rivoluzione possibile, ma nessuno la farà…
Quale sarebbe?
Si potrebbe attuare se tutti i minori non andassero più a scuola e i genitori fossero d’accordo. Sarebbe l’unico modo per dare un segnale chiaro sulla necessità di creare una società che guardi davvero al futuro per i giovani, ma non lo farà nessuno perché i genitori vogliono che i figli frequentino la stessa scuola che hanno fatto loro. Gli adulti, intanto, vivono su internet con l’intelligenza artificiale e stanno sui social. Con questi ultimi si governano i popoli, ma ai ragazzi viene detto che fanno male…
Che ruolo dovrebbe avere la scuola?
Dovrebbe essere lo spazio in cui si costruisce il futuro. La scuola è il luogo migliore dove crescere, è l’ambiente dove i ragazzi in carne e ossa incontrano gli adulti, ma funziona esattamente come cent’anni fa. Sono cambiati la Chiesa e lo Stato mentre la scuola no.
Per concludere, a suo parere l’esposizione all’aggressività sui social non rende la nostra società più violenta?
Credo che sia riduttivo attribuire la responsabilità di tutto ai social. Questi ultimi rappresentano la nostra società, la politica e il nostro modo di agire anche al di fuori del display. Guardando ai toni in cui si svolge ogni giorno il dibattito politico nel Paese, possiamo constatare che sia intriso di violenza da parte degli adulti. Altri fenomeni come il cyberbullismo si sono diffusi grazie ai gruppi WhatsApp dei genitori: i bambini hanno imparato da loro a parlare male degli altri in rete. La verità è che per gli adulti l’importante è lavarsi la coscienza dando la colpa a internet, ai social, ai videogames o ai cellulari che, ripeto, hanno diffuso loro. I motivi di riflessione non sono pochi e ognuno di noi dovrebbe porsi domande.


