Tip Toe getta uno sguardo fosco sul prossimo futuro della comunita LGBTQ, sollevando un’importante riflessione politica e mediatica
A cavallo fra maggio e giugno scorsi, nel podcast Salta Intro e sul profilo TikTok di Serial Minds avevamo parlato di una serie inglese di Channel 4, che ancora non era arrivata in Italia e che speravamo potesse trovare un qualche spazio. La miniserie, di soli cinque episodi, si intitolava Tip Toe, era creata da Russell T Davies (già padre di Queer as Folk e “rilanciatore” moderno di Doctor Who) e vedeva protagonisti due attori di spessore come Alan Cumming (l’Eli Gold di The Good Wife) e David Morissey (il Governor di The Walking Dead).
Ebbene, alla fine la miniserie è arrivata anche in Italia, su Hbo Max, e possiamo parlarne liberamente. Si dovrebbe riuscire a fare senza spoiler, anche se deve essercene per forza uno, che però è riferito alla primissima scena del pilot, penso si possa fare dai.
All’inizio del primo episodio di Tip Toe ci troviamo di fronte a una scena tragica e inaspettata. Siamo in una stradina di Manchester, di fronte a delle villette a schiera, e diversi personaggi (che poi scopriremo essere i vari protagonisti della serie) mostrano segni inequivocabili di un grosso trauma: sguardi di terrore e incredulità, pianti, apatia, occhi nel vuoto.
La camera continua a muoversi finché lentamente si arrampica su un lampione, dove troviamo un uomo impiccato. Si tratta del personaggio di Alan Cumming, di cui in quel momento non sappiamo assolutamente niente. L’intera miniserie verrà dunque raccontata in flashback, per spiegarci come si è arrivati a quel punto, partendo da una situazione che possiamo immaginare spinosa solo perché abbiamo già visto il finale, ma che si presenta come abbastanza ordinaria: un uomo gay, Leo (Alan Cumming) si trova per sbaglio chiuso fuori casa, mezzo nudo, e deve chiedere aiuto al vicino Clive (Morissey), padre di famiglia con moglie e due figli maschi.
I due sono vicini da casa da anni, ma non hanno mai interagito più di tanto, perché appartenenti a mondi molto diversi: Leo gestisce un bar gay in Canal Street, mentre Clive è un elettricista che lavora nelle case dei clienti. Se non fosse che una serie di eventi ulteriori, fra cui la scoperta, da parte di Leo, che qualcuno entra in casa sua usando la chiave che lui ha dato a Clive (ci entra “tip toe”, in punta di piedi), scatenerà una faida incontrollabile, di cui conosciamo già l’amara conclusione.

E dobbiamo partire proprio da qui, dal fatto che sappiamo come la serie finisce, e che sarà un finale tragico. Quello che Russell T Davies scrive, mettendoci sulle spalle il peso di una conclusione che abbiamo sempre bene in mente durante la visione, è una sorta di manifesto politico e di monito sociale e civile, con il quale l’autore gallese (anch’egli dichiaratamente gay) prova a metterci in guardia su alcune derive della società occidentale attuale.
Come forse avrete intuito, tanto che non lo considero un grande spoiler, il problema che comincia a montare fra Leo e Clive parte dalla (sempre meno) sotterranea omofobia di Clive, passando per l’attivismo dichiarato e consapevole di Leo, intrecciandosi con altre questioni familiari di Clive che preferisco non spoilerare, ma che in qualche modo alimentano e triggerano la sua insofferenza, basata su ignoranza e pregiudizi.
Per certi versi, la cosa potrebbe sembrare anche troppo “facile”. Da una parte un personaggio gay intelligente e colto, dall’altra un rozzo elettricista omofobo e pure novax: sembrerebbe quasi che Davies abbia scelto buoni e cattivi tagliandoli con l’accetta, sacrificando qualunque spessore in nome dell’effetto emotivo cotto e mangiato.
Ma così non è, anzi. La scrittura di Davies coltiva la relazione fra i due personaggi in modo estremamente preciso, facendo montare la faida con grande fluidità e coerenza. Leo, per esempio, non è un uomo che si lancia subito in chissà quasi filippiche color arcobaleno, blastando il vicino omofobo con isteria woke. È invece uno che vuole provare a dialogare, comunicare, anche quando sente una tensione forte. Clive, allo stesso tempo, mostra in più di un’occasione il tentativo di provare a capire, pur con risorse limitate, arrivando a lavorare all’impianto elettrico nel locale di Leo.
Quella a cui assistiamo non è una guerra aperta e stucchevole che parte dal minuto uno, bensì una spirale di incomunicabilità e odio che sfugge alla comprensione e al controllo di entrambi i personaggi. Con questo, naturalmente, non si vuole dire che ci sia il tentativo di condividere colpe e responsabilità. Davies è un autore gay che mette in scena una storia dove il protagonista appartenente alla comunità LGBTQ finisce impiccato a un lampione.
Allo stesso tempo, il cuore del monito lanciato dall’autore riguarda proprio l’incapacità di comunicare, e un progressivo allontanamento fra le parti che suggerisce ad alcuni personaggi, megafono dello stesso autore, che la vita per le persone queer stia peggiorando invece di migliorare, come se il picco del loro benessere fosse già stato toccato, e la società avesse cominciato un percorso di regressione politica e culturale.
Ma il vero cuore di Tip Toe non è nemmeno il riconoscimento di questo problema, quanto la sua apparente inevitabilità: a nulla servono i tentativi di Leo di instaurare un dialogo aperto e onesto con il suo vicino, che finisce molto spesso in litigi, sfuriate, scoppi di emotività incontrollabile; e, paradossalmente, a nulla sembra servire un certo desiderio dello stesso Clive di comprendere meglio il mondo in cui è inserito e che sembra volergli insegnare qualcosa.
Quello che vediamo, dunque, sono due personaggi che uno scontro totale e violento nemmeno lo vorrebbero, pur con le singole differenze e pur sapendo che, ovviamente, la storia ci porta a parteggiare per quello che omofobo non è. Eppure, quello scontro avviene comunque, come se i protagonisti, anche con le loro buone intenzioni, venissero trascinati da una forza mediatica e storica a cui non riescono a opporre resistenza.
Il messaggio politico e culturale di Russell T Davies è dunque chiaro: stiamo attenti, perché nessun diritto è acquisito per sempre, e l’umanità è sempre in grado di regredire, quando manca l’educazione, la condivisione, il racconto, e quando anzi i media si riempiono di contenuti contrari, reazionari, che portano le persone a sentire il peso di un giudizio che punta sulla colpa, sulla vergogna, sulle divisioni in tribù.
E se un messaggio così palese e così pessimista non si trasforma in un semplice comizio apocalittico, si deve alla bravura con cui Davies lo trasforma in un rapporto fra veri esseri umani, fra vittime (a vario titolo) di una narrazione che tutto spezza e tutto travolge. Un piccola storia di provincia che diventa metafora di una minaccia molto più grande, in cui anche la migliore buona volontà del singolo non può fermare la tragedia annunciata. Una miniserie dura, tosta, dolorosa, ma assolutamente da vedere.
Perché seguire Tip Toe: Russell T Davies costruisce un messaggio apertamente politico, ma reso vero e concreto da una storia pienamente umana e ricca di emozione.
Perché mollare Tip Toe: se cercate lo svago leggero per non pensare troppo al fatto che avete finito le vacanze, ecco, qui la faccenda è un po’ più pesante.
Diego Castelli nasce a Milano nel 1982 e non ha memorie d’infanzia che non siano legate a film, serie tv, romanzi, videogiochi. Da oltre quindici anni costruisce palinsesti a Mediaset in qualità di Channel Manager. Nel 2010 fonda serialminds.com, sito di riferimento per gli appassionati di serie tv. Per Bergamonews cura una rubrica di recensioni sui nuovi prodotti dell’industria.



