La lettera
Superamento del woke? Forse parliamo solo di un riallineamento dei piani
Negli Stati Uniti, proprio in questi giorni, Alexandria Ocasio-Cortez abbia parlato di “Woke 1.0”, riconoscendo implicitamente l’esistenza di una fase politica e culturale che sta lasciando spazio a una nuova stagione
Caro direttore, da qualche tempo il dibattito politico, soprattutto nel campo progressista, sembra essere attraversato da una domanda: è arrivato il momento di superare il “woke”? È una domanda legittima, ma credo che rischi di essere posta nel modo sbagliato. Forse, più che di un semplice superamento, dovremmo parlare di un riallineamento dei piani. Ci sono infatti almeno due piani che nella discussione politica tendiamo troppo spesso a sovrapporre: quello dei princìpi e quello dell’azione politica. Il primo definisce ciò in cui crediamo, il secondo riguarda il modo in cui trasformiamo quei valori in risposte concrete ai bisogni delle persone.
Il tema dei diritti appartiene pienamente al primo piano. L’uguaglianza, la libertà, la dignità della persona, la lotta alle discriminazioni sono principi che non hanno bisogno di essere archiviati, né devono essere messi in contrapposizione con una politica più concreta. Al contrario, sono proprio quei principi a dirci perché una certa politica debba occuparsi di salute, lavoro, casa, istruzione, servizi pubblici e qualità della vita.
La questione, semmai, è come tenere insieme le due dimensioni. Non è casuale che anche negli Stati Uniti, proprio in questi giorni, Alexandria Ocasio-Cortez abbia parlato di “Woke 1.0”, riconoscendo implicitamente l’esistenza di una fase politica e culturale che sta lasciando spazio a una nuova stagione. È un passaggio significativo non tanto perché una figura della sinistra americana abbia deciso di prendere le distanze da una determinata stagione culturale, quanto perché introduce un concetto interessante: una fase politica può esaurirsi senza che debbano esaurirsi i valori che l’hanno attraversata.
È possibile, cioè, cambiare linguaggio, priorità e modalità dell’azione senza cambiare idea su ciò che riteniamo giusto. Ed è probabilmente quello che sta accadendo in una parte significativa del centrosinistra occidentale. Sempre più spesso il discorso progressista torna a concentrarsi su ciò che costituisce la base materiale della vita delle persone: il lavoro e la sua qualità, il potere d’acquisto, la sanità pubblica, la casa, l’energia, i servizi, la possibilità per i giovani di costruirsi un futuro.
Non perché questi temi siano più “di sinistra” dei diritti. Ma perché è attraverso questi temi che una visione progressista può dimostrare di essere capace di tradurre i propri valori in una prospettiva di governo. La vicenda del Ruhrgebiet, la grande area industriale tedesca storicamente legata alla cultura operaia e alla socialdemocrazia, dovrebbe farci riflettere. Per una parte di quel mondo del lavoro, il messaggio arrivato dalla politica è stato progressivamente percepito in termini molto semplici: da una parte c’era il proprio lavoro, il proprio reddito, la propria identità sociale; dall’altra politiche ambientali che, se non accompagnate da una chiara prospettiva industriale e occupazionale, potevano apparire come una minaccia a ciò che garantiva quella sicurezza.
E così alcuni operai hanno iniziato a votare chi diceva loro, con grande semplicità, che il loro posto di lavoro valeva più di qualsiasi altra considerazione. Soprattutto l’AfD ha saputo occupare quello spazio, presentandosi come forza capace di difendere un mondo produttivo che una parte della politica aveva smesso di rappresentare. E infatti, alle ultime elezioni per il parlamento, l’AfD è arrivata al 18,7%, più che raddoppiando il risultato del 2020.Non sarebbe corretto spiegare con questa sola ragione il successo dell’estrema destra nel Ruhrgebiet, ma sarebbe altrettanto miope ignorare il significato politico di questo fenomeno.
La lezione che possiamo trarne è importante: una politica ideale non può permettersi di apparire come una politica dei sogni. La transizione ambientale, per esempio, non può essere soltanto una questione di obiettivi da raggiungere. Deve essere anche una politica industriale, una politica del lavoro, una politica territoriale. Deve saper dire a chi lavora oggi in un settore destinato a cambiare che il futuro non significa necessariamente perdere il proprio posto, la propria professionalità e la propria dignità, ma può significare avere nuove opportunità e nuove prospettive. Questo vale per l’ambiente come per ogni altra grande sfida del nostro tempo: un ideale diventa politicamente forte quando riesce a farsi concreto.
È forse anche per questo che le città, nei momenti di maggiore difficoltà per l’attrattività del centrosinistra, hanno spesso rappresentato un terreno nel quale la politica progressista ha saputo mantenere una propria forza. Perché nelle amministrazioni locali i princìpi devono necessariamente misurarsi con la realtà: con la qualità dei servizi, con la trasformazione urbana, con le politiche sociali, con la mobilità, con l’ambiente, con lo sviluppo economico e con la capacità di costruire nuove opportunità. È lì che i valori diventano politiche pubbliche. Ed è lì che la credibilità politica si costruisce attraverso la competenza e i risultati.
Per questo non vedo una contraddizione tra una politica dei diritti e una politica della concretezza. Vedo, piuttosto, una relazione necessaria. Difendere il diritto alla salute significa investire nella sanità pubblica e nella sua capacità di rispondere ai bisogni. Difendere l’uguaglianza significa occuparsi di salari, lavoro e mobilità sociale. Parlare di libertà significa anche garantire alle persone le condizioni materiali per poter scegliere della propria vita. Parlare di futuro significa occuparsi della casa, dell’istruzione, dell’energia e delle opportunità per le nuove generazioni. È significativo, del resto, che il Partito Democratico nazionale stia oggi mettendo sempre più al centro della propria proposta temi come sanità pubblica, salari, lavoro, energia e politiche abitative. Non necessariamente perché abbia deciso di definire una nuova stagione come “post-woke”, ma perché sta concretamente riportando al centro dell’azione politica questioni che riguardano la vita quotidiana e le prospettive delle persone.
E forse è proprio questa la discussione che dovremmo avere.
Non se dobbiamo essere più o meno “woke”. E nemmeno se dobbiamo scegliere tra diritti e lavoro, tra ambiente e industria, tra uguaglianza e crescita. Il punto è essere capaci di costruire una politica nella quale queste dimensioni non vengano messe artificialmente una contro l’altra.
Faccio un esempio molto semplice. Il mio amico Lorenzo Pacini è l’attuale (almeno per ora) unico candidato alle primarie per scegliere il candidato Sindaco di Milano. Ora, io e lui abbiamo due modi diametralmente opposti di intendere l’azione politica e infatti lui utilizza come claim della sua campagna la parola “rivoluzione”, che non rientra certamente tra le mie corde. E, infatti, se fossi un cittadino milanese credo proprio che non lo sosterrei in queste primarie. Ma sto apprezzando tantissimo la capacità e la semplicità con le quali sta comunicando elementi semplici e, come piace dire a lui, di sinistra. Radicali, per un certo verso. Un trasporto pubblico a prezzo calmierato o gratuito per le fasce lavoratrici, per esempio. Cosa c’è più “di sinistra” di questo? C’è il lavoro, c’è l’ambiente, c’è la tutela della produzione, c’è l’offerta di qualcosa di pubblico. Ma questo è meno “woke” perché sta parlando di qualcosa di semplice e banale, anziché esplicitare i concetti che stanno sotto? Forse sì, ma è proprio qui che sta il riallineamento dei piani.
Un centrosinistra moderno non può rinunciare ai propri princìpi per inseguire il consenso. Ma allo stesso tempo non può pensare che l’affermazione dei princìpi sia sufficiente, da sola, a costruire consenso e soprattutto a cambiare la realtà.
Forse, allora, il vero riallineamento di cui abbiamo bisogno è proprio questo: riportare sullo stesso piano ciò che a volte abbiamo finito per considerare separatamente. I princìpi devono continuare a indicare la direzione, ma l’azione politica deve avere la forza di trasformarli in qualcosa di riconoscibile, utile e concreto nella vita delle persone.
Perché un ideale non perde la propria forza quando diventa concreto. È proprio quando diventa concreto che dimostra di essere ancora un ideale capace di cambiare le cose.
Con l’occasione, porgo i più cordiali saluti a tutta la redazione e a tutti i lettori.
Alessandro De Bernardis
Segretario cittadino PD


