La tolleranza immunologica
Il problema non è avere poche difese, ma difese confuse
La vera capacità del sistema immunitario consiste nel capire quando attaccare, che cosa risparmiare e, soprattutto, quando fermarsi
Con l’avvicinarsi della fine dell’estate ricominciano puntualmente pubblicità e consigli per “preparare le difese” all’autunno. L’idea è semplice e rassicurante: più il sistema immunitario è forte, meglio ci protegge. Ma non è sempre così.
Stimolare indiscriminatamente il sistema immunitario non è necessariamente l’obiettivo corretto, soprattutto nelle persone che soffrono di allergie, infiammazione persistente o patologie autoimmuni. Non esiste infatti un unico stato chiamato “difese basse”. Una persona può ammalarsi spesso perché possiede una risposta insufficiente, ma può anche avere un sistema immunitario iperattivo, disordinato o cronicamente impegnato in reazioni inutili. In alcuni casi il problema è la difficoltà a reagire; in altri è l’incapacità di spegnere l’allarme o di riconoscere correttamente il bersaglio.
Siamo abituati a immaginare il sistema immunitario come un esercito. Deve individuare il nemico, mobilitarsi rapidamente e neutralizzarlo prima che provochi danni. Da questa immagine nasce una delle espressioni più ripetute nel linguaggio della salute: “rinforzare le difese immunitarie”.
Eppure un esercito potentissimo che non sa più distinguere il nemico dalla popolazione che dovrebbe difendere diventa pericoloso. Può reagire contro un granello di polline, una proteina alimentare o una struttura appartenente al nostro stesso organismo. Il problema, in questi casi, non è una difesa debole. È una difesa che ha perso la direzione.
Ma la vera capacità del sistema immunitario non consiste soltanto nell’attaccare. Consiste nel capire quando attaccare, che cosa risparmiare e, soprattutto, quando fermarsi.
Ogni giorno respiriamo pollini, polveri e particelle ambientali, introduciamo con il cibo migliaia di molecole diverse e conviviamo con miliardi di batteri presenti sulla pelle, nella bocca e nell’intestino. Quasi tutto ciò che entra in contatto con il nostro organismo è tecnicamente estraneo, ma non per questo deve essere combattuto.
Se il sistema immunitario reagisse contro ogni sostanza non appartenente al corpo, la vita sarebbe impossibile.
Per evitare questo errore possiede una funzione raffinatissima chiamata tolleranza immunologica: la capacità di riconoscere ciò che non rappresenta un pericolo e di non scatenare una risposta distruttiva. Non è indifferenza e non è debolezza. È un processo attivo, continuamente sorvegliato e regolato.
Nel 2025 il Premio Nobel per la Medicina è stato assegnato proprio alle scoperte sulla tolleranza immunitaria periferica e sulle cellule T regolatorie, cellule che agiscono come veri sorveglianti delle altre difese e impediscono loro di attaccare i nostri tessuti (Nobel Prize, The Nobel Prize in Physiology or Medicine 2025).
È un passaggio importante anche nel modo in cui raccontiamo l’immunità. Per decenni l’attenzione si è concentrata soprattutto sulle cellule che combattono virus, batteri e tumori. Oggi comprendiamo con sempre maggiore chiarezza che una parte decisiva della salute dipende anche dalle cellule che frenano, controllano e impediscono una reazione eccessiva.
Il sistema immunitario, in altre parole, non ha soltanto bisogno di un buon acceleratore. Ha bisogno di freni perfettamente funzionanti.
Ed è qui che emerge uno degli aspetti più sorprendenti: anche una persona sana può possedere cellule immunitarie capaci di riconoscere strutture del proprio organismo.
Durante la loro formazione, molti linfociti potenzialmente autoreattivi vengono eliminati nel timo e nel midollo osseo. Questa selezione, però, non è assoluta. Alcune cellule sfuggono al controllo e raggiungono i tessuti periferici. La salute non dipende quindi dalla completa assenza di cellule pericolose, ma dalla capacità dell’organismo di mantenerle silenziose e sotto sorveglianza.
Una revisione pubblicata nel 2025 mostra che anche persone sane possono conservare linfociti autoreattivi senza sviluppare una malattia, perché diversi meccanismi di tolleranza centrale e periferica ne limitano l’attivazione (Song et al., Autoimmune Diseases: Molecular Pathogenesis and Therapeutic Strategies).
Questo cambia profondamente il modo di leggere il confine tra salute e autoimmunità. Non basta chiedersi se esista oppure no una cellula “sbagliata”. Conta l’ambiente biologico nel quale quella cellula vive: i segnali infiammatori, le infezioni, la predisposizione genetica, gli ormoni, l’integrità delle barriere e l’efficienza dei sistemi regolatori.
Quando questi controlli cedono, una cellula rimasta silenziosa per anni può ricevere segnali che la attivano. Il corpo diventa allora il bersaglio di una risposta nata per proteggerlo.
È ciò che accade nelle malattie autoimmuni, nelle quali il sistema immunitario può colpire la tiroide, le articolazioni, la pelle, l’intestino, il pancreas o il sistema nervoso. Non perché sia semplicemente “troppo forte”, ma perché non riconosce più correttamente ciò che dovrebbe proteggere.
Nelle allergie l’errore è diverso, ma il principio è simile. Il sistema immunitario non attacca direttamente il proprio corpo: reagisce in modo sproporzionato contro sostanze esterne normalmente innocue.
Un polline non possiede artigli, tossine o capacità di invadere i tessuti. Eppure, in una persona allergica, può attivare una risposta pensata originariamente per fronteggiare minacce molto più serie. Il risultato sono starnuti, prurito, lacrimazione, congestione, broncospasmo o, nelle reazioni più gravi, anafilassi.
La reazione non misura quindi la pericolosità reale della sostanza. Misura il significato che il sistema immunitario le ha attribuito.
Le cellule T regolatorie hanno un ruolo centrale anche nel mantenere la tolleranza verso gli allergeni. Una ricerca del 2024 evidenzia che alterazioni del loro numero o della loro funzione possono favorire la perdita di controllo sulle risposte allergiche verso sostanze innocue (Conrad et al., Regulatory T cells and their role in allergic disease).
Questo aiuta a comprendere perché la domanda “come posso aumentare le mie difese?” sia spesso formulata male. Chi soffre di un’allergia non ha necessariamente bisogno di una risposta immunitaria più intensa. Ha bisogno di una risposta più selettiva, capace di riconoscere un polline come innocuo e di riservare le proprie energie alle minacce reali.
Lo stesso principio diventa ancora più interessante quando parliamo di cibo. Mangiare rappresenta infatti una sfida immunologica enorme. Ogni pasto introduce nell’organismo migliaia di proteine e molecole estranee. Eppure, nella maggior parte delle persone, il sistema immunitario le accetta senza produrre una reazione dannosa.
L’intestino non deve quindi soltanto digerire e assorbire. Deve presentare continuamente le sostanze alimentari al sistema immunitario e trasmettere un messaggio preciso: questo è nutrimento, non è un nemico.
Una ricerca pubblicata su Nature Reviews Immunology descrive la tolleranza orale come un processo attivo attraverso il quale gli antigeni alimentari vengono riconosciuti da particolari cellule intestinali e utilizzati per generare popolazioni immunitarie regolatorie; quando questo meccanismo fallisce, può aumentare il rischio di allergie alimentari e malattie infiammatorie intestinali (Cerovic, Pabst e Mowat, The renaissance of oral tolerance: merging tradition and new insights, Nature Reviews Immunology).
Una scoperta ancora più curiosa riguarda il modo in cui il cibo partecipa a questo dialogo. Nel 2024 una ricerca pubblicata su Nature Communications mostra, in un modello animale, che perfino il DNA e l’RNA naturalmente presenti negli alimenti possono attivare segnali utili al mantenimento di cellule intestinali coinvolte nella tolleranza immunitaria (Yang et al., Nature Communications).
Non significa che dobbiamo assumere integratori di acidi nucleici o trasformare questa scoperta nell’ennesima moda commerciale. Significa qualcosa di molto più interessante: il sistema immunitario non osserva il cibo passivamente, ma legge continuamente informazioni biologiche provenienti da ciò che mangiamo.
Tutto questo rende evidente quanto sia riduttivo attribuire ogni disturbo a un singolo alimento “infiammatorio” o eliminare numerosi cibi senza una valutazione precisa. La tolleranza non si costruisce semplicemente togliendo tutto ciò che provoca sospetto. È una funzione complessa, influenzata dall’integrità della mucosa intestinale, dalla varietà alimentare, dal microbiota, dai segnali metabolici e dalla storia immunitaria della persona.
Ma allora è possibile rieducare il sistema immunitario? Per molte malattie autoimmuni le terapie attuali riducono o bloccano parti della risposta immunitaria. Questo può essere necessario e, in numerosi casi, decisivo. Ma indebolire in modo generale le difese espone anche a effetti indesiderati, perché lo stesso sistema che attacca i tessuti, protegge dalle infezioni e sorveglia le cellule anomale.
La ricerca sta quindi inseguendo un obiettivo molto più ambizioso: non spegnere tutto il sistema immunitario, ma insegnargli nuovamente quale bersaglio deve ignorare.
Un lavoro scientifico pubblicato nel 2025 descrive nuove immunoterapie antigeniche progettate per eliminare o silenziare soltanto le risposte responsabili dell’autoimmunità, lasciando intatte le difese utili contro virus e batteri (Buckner et al., Antigen-specific immunotherapies for autoimmune disease).
Si apre così una prospettiva radicalmente diversa. Non più un sistema immunitario più debole o più forte, ma un sistema immunitario più preciso. Ed è proprio la precisione il vero cuore dell’immunità.
Prima di rinforzare le difese, quindi, bisogna capire che cosa stanno facendo. Un percorso serio deve considerare la storia clinica, l’alimentazione, la funzionalità intestinale, il sonno, lo stress, le esposizioni ambientali e le caratteristiche individuali, senza ricorrere automaticamente allo stesso integratore o allo stesso rimedio per tutti.
Il sistema immunitario sano non è quello che combatte continuamente. È quello che sa distinguere.
Deve riconoscere una minaccia reale, reagire con forza sufficiente, proteggere i propri tessuti, tollerare il cibo e i microrganismi utili e, quando il pericolo è terminato, interrompere la risposta.
La sua forma più evoluta di intelligenza non è l’attacco.
È la capacità di sapere quando non attaccare.


La salute non è qualcosa da inseguire quando si perde.
È qualcosa da coltivare ogni giorno
Giorgio Barbieri
Naturopata Epigenetista
Studio Buona Vita – Salute Integrata, Epigenetica e Medicina Cinese
📍 Treviolo (BG) – Via Fratelli Calvi, 9
📍 Milano – Piazza Wagner, 4
☎️ 338.2370407
📩 info@studiobuonavita.it
🌐 www.studiobuonavita.it

