Dietro le quinte
Custodire la montagna: un giorno alla Baita Cernello, il rifugio che vive grazie ai suoi volontari
Dal rifornimento in elicottero alle colazioni all’alba: la vita di un rifugista nella struttura gestita dal Cai di Alzano Lombardo in Alta Val Seriana. Un rapporto con la natura che si costruisce senza proclami, un turno alla volta
Valgoglio. I salmerini pescati nel lago finiscono in tavola la sera stessa. I rifiuti tornano a valle con lo stesso elicottero che rifornisce con le scorte. Sono le sei del mattino quando alla Baita Cernello si aprono le finestre. L’aria è frizzante, il sole fa capolino sulle cime che circondano lo specchio d’acqua. A 1.956 metri sopra Valgoglio niente si spreca ed è così, senza proclami, che da quasi cinquant’anni una settantina di volontari tengono in vita un rifugio per chi cammina in Alta Val Seriana.
Ci si arriva dal sentiero Cai 228, un’ora e mezza di cammino dalla località Bortolotti, costeggiando nel primo tratto la condotta forzata che scende dai laghi verso la centrale di Aviasco. Poi si entra nei boschi, prima di iniziare l’ascesa verso la contrada dove i guardiani dell’Enel vigilano sulle dighe. Negli anni Trenta il lago Cernello venne sbarrato per alimentare la centrale idroelettrica: nel Dopoguerra furono costruiti dei fabbricati per ospitare gli operai impegnati nella manutenzione. Chiuso il cantiere, le baracche restarono lì, di proprietà dell’Enel, e iniziarono a essere usate dai pastori durante la transumanza.
Solo nel 1976 la sottosezione del Cai di Alzano Lombardo ne ottenne la concessione e trasformò gli edifici in una capanna sociale. “Quando l’abbiamo ritirata c’era ancora la ‘sosta’, il legno dove i pastori mettevano la ostignata per fare la polenta”, ricorda Walter Masserini, presidente del Cai di Alzano.
Ogni mattone, ogni trave, è arrivato a quasi 2 mila metri sulle spalle di chi ha voluto che questo posto esistesse: venticinque chili a viaggio, dal paese fino al pianoro sopra il lago Sucotto. ”È giusto rispettare quello che queste persone hanno fatto”, osserva Linda Rota, giovane responsabile della Baita Cernello.
Il momento di svolta più recente porta la data del Covid. “C’era il rischio che non riaprisse più, avevo vent’anni – racconta Rota -. Ho preso l’iniziativa e mi sono proposta di prendere la responsabilità della gestione. Con me sono entrati molti ragazzi”. Da allora la baita ha cambiato passo: cucina e bagno rinnovati, un servizio più completo, la risposta a un afflusso di escursionisti in costante crescita. “La nuova generazione ha voglia di fare senza voler apparire: per il Cai di Alzano è un vero orgoglio”, osserva Masserini.
A gestire la baita, aperta da giugno ai primi di ottobre, si alternano cinque volontari a settimana, una settantina in tutto, parte degli oltre trecento soci della sottosezione. I ruoli si dividono fin dal mattino – chi resta in cucina, chi prepara le torte, chi serve ai tavoli – mentre le prime colazioni vengono servite alle persone che si sono fermate a dormire sfruttando i 16 posti letto della struttura. Alle 7,30 arrivano già i primi escursionisti, diretti al Monte Madonnino, al Pradella o lungo il giro dei laghi. “Ultimamente accogliamo anche tanti stranieri, sono arrivati turisti anche dal Kazakistan – racconta Claudio Curnis, uno dei volontari -. Qualche sera fa sono venuti scout da Pesaro e Forlì, ma anche dalla Toscana”.
Dopo le 10,30 l’afflusso si intensifica e a mezzogiorno la baita è piena. È il momento cruciale della giornata. “Sforniamo una decina di torte al giorno e finiscono sempre tutte – spiega Rota -. Alle 10 già ci chiedono se è pronto il brasato con la polenta, ma i piatti escono dalla cucina tassativamente dopo le 12”. In cucina, tra rosmarino, salvia e alloro, a occuparsi dei fornelli nel giorno della nostra visita c’è Gianbattista Acerbis. “Da rifugio vero, la carne non manca mai – spiega -. Tagli che magari non si mangiano spesso a casa: settimana scorsa abbiamo preparato cinque chili di capriolo, ieri il cinghiale”.
Nel pomeriggio, mentre il sole scende dietro il monte Secco, si prepara qualche aperitivo per chi si ferma ancora, e la cena per chi resta a dormire. Un menù che cambia ogni giorno, tra vellutate di verdure, brasati e salmerini pescati nel Cernello donati alla baita dai pescatori di passaggio. Dopo cena arriva il momento forse più autentico: carte, chiacchiere, a volte uno strumento musicale intona ballate alpine prima di andare a dormire.
Vivere a 2 mila metri significa anche fare i conti con la logistica. “Nell’approvvigionamento dei viveri cerchiamo di aiutare le piccole aziende del posto – spiega Rota -, così come realtà che lavorano con il sociale”. Il rifornimento avviene via aria, solitamente due volte a stagione: a maggio prima dell’apertura e ad agosto quando le scorte iniziano a scarseggiare, un elicottero compie una decina di voli da un punto di raccolta fuori dall’abitato di Valgoglio, sganciando bancali di formaggi, salumi e bibite vicino al magazzino.
Foto BergamonewsA terra, un operatore dell’azienda e diversi volontari devono scaricare in fretta: bastano circa tre minuti per ogni andata e ritorno, il tempo di liberare la piazzola per il volo successivo. Nei viaggi di rientro, l’elicottero porta a valle anche i rifiuti differenziati, destinati poi alla discarica.
C’è poi un motivo meno pratico e più profondo che tiene insieme una settantina di volontari attorno a questo rifugio. “In montagna a volte arrivano persone inesperte, ma scoprono posti in cui non sono mai stati – riflette Luca Cortinovis, volontario del Cai di Nembro e istruttore di scialpinismo -. La soddisfazione di vederli dire: ‘Sono arrivato, ce l’ho fatta’. È una cosa bellissima che solo la montagna sa dare, e con poco. Non serve tutto quello che si ha ora, i social e così via”.
Non sempre, però, la montagna è accogliente. Un tempo, ricorda Masserini, gli inverni erano ben altra cosa: “Ora nevica meno, ma trent’anni fa in inverno la baita scompariva sommersa dalla neve. La individuavamo solo grazie ai pali della luce. Per entrare dovevamo scavare un tunnel”.
E c’è un temporale che Rota non dimentica: “Si vedevano i fulmini cadere a terra, toccavano il suolo a cinquanta metri dalla baita. Un gruppo di escursionisti stava scendendo dal Madonnino, avevamo una paura tremenda. Sono arrivati di corsa, si sono rifugiati all’interno. Il tetto si muoveva per le raffiche di vento, dalla copertura sono volate delle pietre, dalla stufa nella sala da pranzo si vedeva scendere l’acqua”.
C’è un aspetto di questo lavoro che nessuno dei volontari racconta come un merito, perché per loro è semplicemente la normalità: la cura della montagna passa anche da qui, da chi tiene aperta una baita, smaltisce i rifiuti portandoli a valle in elicottero, sceglie i fornitori locali, insegna a chi arriva impreparato a rispettare un ambiente che non perdona. Non è un tema che i volontari mettono al centro dei loro racconti, eppure attraversa ogni gesto della giornata, dalla raccolta differenziata caricata sull’elicottero fino ai salmerini pescati nel lago e cucinati la sera stessa, in un ciclo che non spreca nulla.
Veduta sul lago Sucotto dalla Baita Cernello. Foto BergamonewsÈ un rapporto con la natura che si costruisce senza proclami, un turno alla volta: la manutenzione di un edificio esposto a inverni sempre più imprevedibili, la scelta di non snaturare un luogo raggiungibile solo a piedi, l’accompagnare gli escursionisti meno esperti a muoversi con rispetto tra i cinque laghi. La montagna, qui, non è uno sfondo da fotografare: è un equilibrio che si mantiene lavorando, ospitando. Quasi sempre in silenzio.
Alcuni dei volontari del Cai di Alzano. Foto BergamonewsGuarda la 12ª puntata integrale di “Dietro le quinte” nel video in apertura di articolo. Riprese e montaggio di Maurizio Bonfanti.
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