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Social freezing: un’opportunità, non una macchina del tempo

Il social freezing è un’opportunità in più, non un sostituto delle politiche per la famiglia e della libertà di scelta

Negli ultimi anni il social freezing, cioè il congelamento degli ovociti per preservare la fertilità in età più avanzata, è entrato sempre più spesso nel dibattito pubblico. Se ne parla sui social, nei programmi televisivi e negli ambulatori di ginecologia. Per alcuni rappresenta una delle più importanti conquiste della medicina riproduttiva, capace di offrire nuove opportunità alle donne. Per altre è una scelta difficile, spesso dettata dalle circostanze della vita più che da una reale preferenza. C’è poi chi lo considera un intervento eccessivamente medicalizzato o addirittura qualcosa di innaturale, espressione di una società che pretende di piegare la biologia ai ritmi del lavoro e della carriera. Attorno al social freezing convivono quindi visioni molto diverse, talvolta anche profondamente conflittuali, alimentate da convinzioni etiche, culturali, economiche e personali.

Come accade per molte innovazioni, il rischio è quello di oscillare tra due estremi: considerarlo la soluzione a tutti i problemi oppure demonizzarlo. La realtà, come spesso succede in medicina, è molto più complessa. Dal punto di vista pratico, il percorso è del tutto semplice e richiede alcune settimane. La donna si deve sottoporre innanzitutto a una valutazione della riserva ovarica mediante visita ginecologica, ecografia ed esami ormonali.

Successivamente viene effettuata una stimolazione ovarica con farmaci ormonali, generalmente per 10-12 giorni, per favorire la maturazione contemporanea di più follicoli per ottenere più ovociti invece del singolo ovocita che normalmente matura in ogni ciclo mestruale. Durante questo periodo sono previsti controlli ecografici e dosaggi ormonali per monitorare la risposta delle ovaie. Quando gli ovociti hanno raggiunto la maturità, si procede al prelievo ovocitario (pick-up). L’intervento viene eseguito in regime ambulatoriale o di day hospital, in sedazione leggera o anestesia breve, e consiste nell’aspirazione dei follicoli attraverso un ago introdotto per via transvaginale sotto guida ecografica. La procedura dura generalmente 15-20 minuti e, nella maggior parte dei casi, la paziente può rientrare a casa dopo poche ore.

Quando, anche molti anni dopo, la donna decide di cercare una gravidanza, gli ovociti vengono scongelati e fecondati in laboratorio con gli spermatozoi del partner o di un donatore, nell’ambito di un percorso di procreazione medicalmente assistita (PMA).

L’embrione ottenuto viene quindi trasferito nell’utero. Si tratta della classica tecnica nota come fecondazione in vitro ed embriotransfer ( FIVET). Gli ovociti prelevati e congelati ( vitrificati ) tra 25 e i 30 anni conservano la qualità biologica dell’età in cui sono stati prelevati. È questo il grande vantaggio della vitrificazione, una tecnica ormai consolidata che permette di preservare per anni cellule riproduttive giovani. Pur essendo una procedura oggi molto sicura ed efficace, rimane importante ricordare che la vitrificazione aumenta le probabilità di una futura gravidanza in età più avanzata rispetto a quella del prelievo, ma non può garantirla.

Sarebbe un grave errore pensare che congelare gli ovociti significhi congelare anche il tempo. La medicina può conservare un ovocita, ma non può mettere in pausa l’invecchiamento dell’intero organismo. Gli ovociti vengono prelevati quando sono giovani e biologicamente più validi, ma la gravidanza avviene molti anni dopo, attraverso la FIVET in un organismo che nel frattempo è invecchiato. A quarant’anni o a quarantacinque anni il cuore, i vasi sanguigni, il metabolismo, l’utero e tutti gli altri organi non sono più quelli di una donna di venticinque anni. Gli ovociti possono rimanere “giovani”, ma il resto dell’organismo continua naturalmente a invecchiare. Dopo i quarant’anni aumentano il rischio di ipertensione e preeclampsia, diabete gestazionale, parto pretermine, problemi della placenta e morte fetale intrauterina. Anche il taglio cesareo diventa più frequente e la presenza di fibromi uterini può rendere più complesso l’impianto dell’embrione o il decorso della gravidanza. In altre parole, il social freezing può preservare la qualità degli ovociti, ma non può riportare indietro l’orologio biologico dell’intero organismo. Esiste poi un altro aspetto poco conosciuto. Molte persone immaginano il congelamento degli ovociti come una sorta di “assicurazione” sul futuro. In realtà non è così.

Non tutti gli ovociti sopravvivono allo scongelamento. Non tutti vengono fecondati e non tutti gli embrioni trasferiti nell’utero riescono ad attecchire e a dare origine a una gravidanza evolutiva. Il successo non è mai garantito e dipende da molti fattori. Conta innanzitutto l’età della donna quando gli ovociti vengono vitrificati e il loro numero, ma anche la loro capacità di sopravvivere allo scongelamento. Successivamente entrano in gioco la qualità degli spermatozoi, la fecondazione e lo sviluppo degli embrioni, le condizioni dell’utero e dell’endometrio e la capacità dell’embrione di impiantarsi. Infine, anche l’età e le condizioni di salute della donna al momento della gravidanza hanno un ruolo importante. Per questo gli esperti insistono sull’importanza di un‘informazione corretta e di un counselling personalizzato.

Tutto questo non significa che il social freezing sia una cattiva idea. Al contrario, rappresenta una possibilità importante, soprattutto per le donne che, per motivi personali, familiari, professionali o di salute, prevedono di dover rimandare la maternità. In oncologia, ad esempio, la preservazione della fertilità è ormai una pratica consolidata prima di iniziare terapie che possono compromettere la funzione ovarica. La domanda, però, dovrebbe essere anche un’altra: perché così tante donne si trovano costrette a rinviare la maternità?

La risposta non è nella medicina, nasce dalla società e dalle condizioni nelle quali oggi una donna si trova a costruire il proprio percorso di vita, di lavoro e di maternità. Percorsi universitari sempre più lunghi, precarietà lavorativa, difficoltà economiche, carenza di servizi per l’infanzia, instabilità affettiva, costo delle abitazioni e incertezza sul futuro spingono molte donne e molte coppie a rimandare la decisione di avere un figlio. Non è raro che il desiderio di maternità esista già prima dei 30 anni, ma venga continuamente rinviato perché “non è ancora il momento giusto”.

In questo contesto il social freezing rischia talvolta di diventare una risposta individuale a un problema collettivo. La medicina può aiutare una donna a conservare i propri ovociti, ma non può sostituirsi alle politiche sociali. Se davvero vogliamo favorire la natalità, servono università capaci di sostenere le studentesse che diventano madri, luoghi di lavoro più flessibili, asili nido e servizi per l’infanzia facilmente accessibili, scuole capaci di accompagnare le famiglie anche nella prima età dei figli, congedi realmente condivisi e un’organizzazione sociale che renda possibile avere figli senza dover scegliere tra famiglia e carriera.

Esiste infine un tema delicato che merita attenzione: quello del mercato. La procreazione medicalmente assistita rappresenta un settore in continua crescita, con investimenti molto rilevanti. Come in tutti gli ambiti della sanità, accanto a professionisti seri possono svilupparsi messaggi pubblicitari che enfatizzano i benefici e minimizzano i limiti delle tecniche disponibili. È quindi fondamentale che l’informazione sia equilibrata, basata sulle evidenze scientifiche e libera da aspettative irrealistiche.

Il social freezing non è un mito né un inganno. È una risorsa preziosa della medicina moderna, che può offrire nuove possibilità a molte donne. È il caso, per esempio, delle donne che devono affrontare terapie oncologiche potenzialmente dannose per la funzione ovarica e che desiderano conservare la possibilità di avere un figlio dopo le cure. Ma non è una macchina del tempo e non garantisce automaticamente una maternità in età avanzata. Quando le condizioni della vita lo consentono, dal punto di vista biologico la gravidanza tra i venti e i trent’anni resta quella con le maggiori probabilità di successo e con i minori rischi per madre e bambino. (Ministero della Salute). L’obiettivo, quindi, non dovrebbe essere scegliere tra maternità precoce e congelamento degli ovociti.

Dovrebbe essere costruire una società nella quale ogni donna possa decidere liberamente quando avere un figlio, sapendo di poter contare sia sui progressi della medicina sia su adeguati sostegni sociali. Solo così il social freezing diventa ciò che realmente è: un’opportunità in più, non un sostituto delle politiche per la famiglia e della libertà di scelta. Finanziare tramite il SSN il social freezing può essere un sostegno importante, soprattutto quando esistono motivi medici, ma non deve diventare il modo per evitare di affrontare le cause della denatalità. Il rischio è di trasformare un problema sociale in un problema individuale: invece di cambiare le condizioni che rendono difficile avere figli, si chiede alla donna di adattarsi ad esse, facendo apparire inevitabile ciò che inevitabile non è.


Claudio Crescini
Ginecologo
Presidente Fondazione Confalonieri Ragonese