Raid israeliani in Cisgiordania, padre Francesco Cavallini e gli “Artigiani della pace”: “Piccoli fiammiferi in una stanza buia”
“Malgrado le difficoltà va tutto bene. Malgrado Nablus, dove spesso c’è l’esercito e ci sono scontri, noi continuiamo a fare il nostro servizio, costruiamo relazioni, seminiamo briciole di bene”. Una scelta di presenza che, nelle parole del gesuita, assume un significato ancora più forte proprio davanti alla violenza: “Accendiamo quei fiammiferi che fanno luce, anche se piccoli, in una stanza buia”
Cisgiordania. Torna a crescere la tensione nei territori palestinesi occupati. Nelle ultime settimane la Cisgiordania è stata teatro di nuove incursioni militari israeliane, arresti e scontri, mentre si sono moltiplicati gli episodi di violenza attribuiti a coloni israeliani. Tra le aree maggiormente interessate dalle operazioni c’è quella di Nablus, dove sono state segnalate incursioni militari in diverse località e arresti. Secondo i media palestinesi, decine di persone sono state fermate nel corso dei blitz condotti dalle forze israeliane, che definiscono le proprie operazioni come attività di contrasto al terrorismo.
Uno degli episodi più gravi si è verificato a Qusra, a sud di Nablus, dove è stata incendiata la moschea di al-Rahma. Secondo fonti locali citate dai media palestinesi, l’incendio sarebbe stato appiccato da coloni israeliani. Nelle stesse giornate sono stati segnalati attacchi contro abitazioni e proprietà palestinesi e la costruzione di nuovi avamposti.
Le operazioni militari hanno interessato anche il governatorato di Jenin, con incursioni e perquisizioni in diverse località. Secondo le fonti palestinesi, le forze israeliane hanno fatto irruzione anche in abitazioni e complessi residenziali che ospitano persone sfollate dal campo profughi di Jenin. In varie zone della Cisgiordania sono stati inoltre istituiti posti di blocco e imposte restrizioni alla circolazione.
La situazione resta dunque estremamente fragile, con una spirale di violenza che coinvolge esercito, coloni e popolazione palestinese. È in questo contesto che si inserisce l’esperienza di un gruppo di giovani italiani impegnati in un percorso molto diverso: quello della presenza, del servizio e dell’incontro.
La testimonianza
A guidare l’esperienza sul campo c’è padre Francesco Cavallini, gesuita bergamasco e coordinatore degli “Artigiani della pace”, il progetto che porta giovani italiani nei territori palestinesi per attività di volontariato, incontro e condivisione. Le esperienze coinvolgono realtà diverse, da Betlemme a Nablus, da Jenin a Taybeh. “Sono molto contento perché il primo turno ha finito bene il servizio nei territori occupati e il secondo turno è iniziato con 22 ragazzi in luoghi molto significativi, come la Tenda delle Nazioni a Betlemme”, racconta padre Cavallini.
I giovani sono presenti anche nelle aree più colpite dalle tensioni. “Siamo presenti, anche se la situazione è veramente drammatica, a Nablus, Jenin e Taybeh”, spiega il gesuita. Proprio a Taybeh, villaggio cristiano della Cisgiordania, il gruppo svolge attività a sostegno della comunità locale, incontrando in particolare bambini, ragazzi e anziani. La presenza dei volontari comprende anche attività nelle parrocchie e iniziative rivolte ai più giovani e agli anziani. Il servizio, però, non è soltanto un’attività di volontariato. Per Cavallini significa soprattutto costruire relazioni in un contesto segnato dalla paura e dall’incertezza.
“In contemporanea con i due campi di lavoro per i giovani è iniziato anche un pellegrinaggio spirituale ed esistenziale per un altro tipo di persone”, racconta. Anche nelle giornate più difficili, l’esperienza continua. “Malgrado le difficoltà va tutto bene. Malgrado Nablus, dove spesso c’è l’esercito e ci sono scontri, noi continuiamo a fare il nostro servizio, costruiamo relazioni, seminiamo briciole di bene”. Una scelta di presenza che, nelle parole del gesuita, assume un significato ancora più forte proprio davanti alla violenza. “Accendiamo quei fiammiferi che fanno luce, anche se piccoli, in una stanza buia”.
È questa l’immagine che accompagna il lavoro degli “Artigiani della pace”: non la pretesa di risolvere un conflitto, ma la volontà di esserci, condividere la vita delle comunità locali e costruire legami. Piccoli gesti che cercano di tenere accesa, anche nei momenti più difficili, una luce di speranza.

