il sistema di difesa
Quando il corpo non riesce più a spegnere l’allarme
L’infiammazione, è un sistema di difesa che si è sviluppato per proteggerci dalle infezioni, limitare i danni e permettere ai tessuti di ripararsi, ma se prolungata può diventare un problema
Quando sentiamo parlare di infiammazione, la prima reazione è quasi sempre quella di considerarla un nemico da combattere: un’articolazione si gonfia, la gola diventa rossa, una ferita pulsa, compare la febbre e subito cerchiamo qualcosa che possa spegnere il dolore e riportare il corpo alla normalità. Eppure l’infiammazione, prima di diventare un problema, è una delle risposte più intelligenti e indispensabili del nostro organismo, un sistema di difesa che si è sviluppato nel corso dell’evoluzione per proteggerci dalle infezioni, limitare i danni e permettere ai tessuti di ripararsi.
Quando ci feriamo, per esempio, i vasi sanguigni si dilatano e diventano più permeabili, consentendo alle cellule del sistema immunitario di raggiungere rapidamente la zona colpita. Il rossore e il calore indicano che il flusso sanguigno è aumentato, il gonfiore crea uno spazio nel quale possono avvenire le operazioni di difesa e riparazione, mentre il dolore ci costringe a non utilizzare troppo la parte danneggiata. Nel frattempo, cellule immunitarie specializzate eliminano microrganismi, residui cellulari e frammenti di tessuto, preparando il terreno alla guarigione.
Senza questa risposta, molte ferite non si rimarginerebbero correttamente e anche un’infezione apparentemente banale potrebbe diffondersi senza incontrare resistenza. Il problema, dunque, non è che l’infiammazione si accenda: il problema nasce quando, dopo aver svolto il proprio compito, non riesce più a spegnersi.
Per molto tempo si è immaginato che l’infiammazione terminasse semplicemente quando veniva eliminata la causa che l’aveva provocata: sconfitto il batterio, riparata la ferita o rimosso il tessuto danneggiato, la risposta immunitaria si sarebbe esaurita da sola, come un fuoco destinato a spegnersi quando non trova più combustibile.
La ricerca ha però mostrato che la conclusione dell’infiammazione non è affatto un fenomeno passivo. L’organismo deve attivare un vero programma biologico di “risoluzione”, producendo segnali capaci di interrompere il richiamo di nuove cellule infiammatorie, favorire la rimozione di quelle ormai inutili e accompagnare il tessuto verso il recupero della propria funzione.
Una revisione pubblicata su Nature Reviews Immunology ha descritto alcune famiglie di molecole coinvolte in questo processo, tra cui lipossine, resolvine, protectine e maresine. Questi mediatori non si limitano a bloccare l’infiammazione, ma aiutano i macrofagi a eliminare cellule morte, residui e microrganismi, permettendo al tessuto di tornare progressivamente all’equilibrio (Basil e Levy, Specialized pro-resolving mediators: endogenous regulators of infection and inflammation, Nature Reviews Immunology, 2016).
La scoperta cambia il modo stesso in cui dovremmo guardare all’infiammazione: guarire non significa soltanto essere capaci di organizzare una buona difesa, ma anche sapere quando quella difesa deve terminare. Un esercito che continua a combattere dopo la fine della guerra, infatti, non protegge più il territorio, ma comincia inevitabilmente a danneggiarlo.
In alcune situazioni la causa dell’infiammazione non viene completamente eliminata; in altre il danno continua a ripetersi oppure i meccanismi incaricati di concludere la risposta non funzionano in modo efficace. Il sistema immunitario può allora rimanere attivo per settimane, mesi o anni, talvolta provocando disturbi evidenti, altre volte continuando a lavorare a un’intensità molto più bassa, senza febbre, arrossamento o dolore facilmente riconoscibili.
È ciò che viene comunemente definito infiammazione cronica di basso grado: non una versione più debole e prolungata della classica infiammazione acuta, ma una condizione nella quale una parte del sistema immunitario rimane costantemente sollecitatada segnali che l’organismo continua a interpretare come una possibile minaccia.
Non sono necessari, peraltro, virus o batteri. Le cellule immunitarie sanno riconoscere anche i segnali liberati dai nostri stessi tessuti quando sono danneggiati, sottoposti a stress metabolico o incapaci di funzionare correttamente. Il fumo, la carenza cronica di sonno, l’inattività fisica, alcuni processi metabolici alterati e la presenza di infiammazioni locali persistenti possono contribuire, in modi differenti, a mantenere attiva questa comunicazione.
Uno degli esempi più importanti è rappresentato dal grasso viscerale, quello che si accumula in profondità nell’addome, intorno agli organi interni. Il tessuto adiposo non è infatti un semplice magazzino nel quale conserviamo le calorie in eccesso, ma un organo metabolicamente attivo che comunica con il sistema immunitario attraverso ormoni, adipokine e mediatori infiammatori. Quando le cellule adipose aumentano eccessivamente di volume, possono entrare in sofferenza e richiamare macrofagi, alimentando un’infiammazione locale che finisce per avere conseguenze sull’intero metabolismo. La relazione tra infiammazione del tessuto adiposo, insulino-resistenza e complicanze metaboliche è ormai documentata da numerosi studi, pur restando un processo complesso nel quale non tutti i passaggi sono ancora completamente chiariti (Reilly e Saltiel, Adapting to obesity with adipose tissue inflammation, Nature Reviews Endocrinology, 2017; revisione su PubMed).
Anche il movimento svolge un ruolo che va ben oltre il semplice consumo di calorie. Il muscolo utilizzato regolarmente produce sostanze capaci di influenzare il metabolismo e la risposta immunitaria, mentre l’esercizio contribuisce a migliorare la sensibilità all’insulina, ridurre il grasso viscerale e modificare la produzione di alcuni mediatori infiammatori. Non “brucia” direttamente l’infiammazione, come talvolta si legge, ma cambia il terreno biologico che può mantenerla attiva (Petersen e Pedersen, The anti-inflammatory effect of exercise, Journal of Applied Physiology, 2005).
L’infiammazione acuta concentra la propria forza in un punto preciso e per un periodo limitato; quella cronica, invece, espone a lungo i tessuti a molecole che, pur essendo state prodotte per proteggerci, possono progressivamente alterare la risposta all’insulina, il funzionamento delle pareti arteriose, il metabolismo e i normali processi di riparazione.
Le patologie cardiovascolari, il diabete, i tumori e le malattie neurodegenerative dipendono da numerosi fattori epigenetici, ambientali, metabolici e individuali. L’infiammazione può esserne, a seconda dei casi, una causa, una conseguenza oppure un amplificatore, capace di accelerare un processo già iniziato.
Una delle dimostrazioni più importanti del ruolo diretto nelle malattie cardiovascolari arriva dal trial internazionale CANTOS, pubblicato nel 2017 sul New England Journal of Medicine. Lo studio ha coinvolto oltre diecimila persone che avevano già avuto un infarto e che, nonostante il trattamento, presentavano ancora un valore elevato di proteina C-reattiva ad alta sensibilità. I ricercatori hanno utilizzato canakinumab, un anticorpo monoclonale capace di bloccare l’interleuchina-1 beta, una molecola coinvolta nella cascata infiammatoria.
Alla dose risultata efficace, il trattamento ha ridotto il rischio di nuovi eventi cardiovascolari senza diminuire il colesterolo LDL, offrendo una prova concreta del fatto che l’infiammazione non è soltanto un indicatore associato all’aterosclerosi, ma può partecipare direttamente alla sua progressione (Ridker e collaboratori, Antiinflammatory Therapy with Canakinumab for Atherosclerotic Disease, New England Journal of Medicine, 2017).
Lo stesso studio, tuttavia, rivela anche un aspetto fondamentale: tra le persone trattate aumenta l’incidenza delle infezioni fatali. Ridurre una specifica via infiammatoria ha protetto in parte il sistema cardiovascolare, ma ha anche interferito con una funzione necessaria delle difese immunitarie. È la conferma che l’obiettivo non può essere quello di eliminare indiscriminatamente l’infiammazione, ma di restituirle misura, precisione e capacità di risolversi.
Ma l’infiammazione silenziosa si può misurare? In realtà non esiste un singolo esame capace di fotografare tutta l’infiammazione presente nell’organismo. La proteina C-reattiva, soprattutto quando viene misurata con metodica ad alta sensibilità, può fornire informazioni utili in determinati contesti, ma può aumentare per molte ragioni: un’infezione recente, un trauma, una malattia infiammatoria, un esercizio particolarmente intenso o uno squilibrio metabolico.
Un singolo valore non indica automaticamente dove si trovi il problema, quale ne sia la causa e da quanto tempo sia presente. Anche interleuchina-6, TNF-alfa e altri mediatori utilizzati nella ricerca non costituiscono un semplice pannello universale dell’infiammazione silenziosa.
È più utile leggere l’insieme dello stato di salute della persona: la circonferenza addominale, la composizione corporea, la glicemia, i trigliceridi, la pressione arteriosa, il sonno, il movimento, il fumo e la presenza di possibili focolai infiammatori persistenti. Tra questi, anche la salute della bocca merita maggiore attenzione: una revisione di studi clinici randomizzati ha osservato che il trattamento della parodontite può ridurre nel tempo i livelli di proteina C-reattiva, suggerendo che un’infiammazione localizzata nelle gengive possa contribuire al carico infiammatorio sistemico (Luthra e collaboratori, Treatment of periodontitis and C-reactive protein: a systematic review and meta-analysis of randomized clinical trials, Journal of Clinical Periodontology, 2023).
Ecco perché prima di spegnere l’infiammazione, bisogna capire che cosa la alimenta. Quando una risposta difensiva continua ad attivarsi, la domanda più utile non dovrebbe essere soltanto quale sostanza antinfiammatoria assumere, ma quale segnale stia costringendo l’organismo a mantenerla accesa.
Un farmaco, una spezia o un integratore possono modulare alcuni passaggi della risposta, ma non possono eliminare il fumo, una parodontite trascurata, il grasso viscerale, l’immobilità o una privazione cronica di sonno. Intervenire sul terreno significa allora muoversi con regolarità, preservare la massa muscolare, ridurre gradualmente l’eccesso di grasso addominale, migliorare il riposo, curare denti e gengive, limitare gli eccessi alimentari e alcolici e individuare eventuali condizioni che continuano a richiamare l’attenzione del sistema immunitario.
L’infiammazione è uno degli strumenti con cui il corpo ci protegge e non dovrebbe essere descritta come un errore da cancellare. Diventa pericolosa quando perde il proprio confine, la propria durata e soprattutto la capacità di concludersi.
La salute, dunque, non consiste nell’avere un organismo che non reagisce mai, ma nell’avere un organismo capace di reagire con forza quando è necessario e, una volta superato il pericolo, di riconoscere che la battaglia è terminata e deporre finalmente le armi.


La salute non è qualcosa da inseguire quando si perde.
È qualcosa da coltivare ogni giorno
Giorgio Barbieri
Naturopata Epigenetista
Studio Buona Vita – Salute Integrata, Epigenetica e Medicina Cinese
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