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Io, Silvia e la faglia che passa da Bergamo

Una lunga discussione con un’amica di sinistra mi ha fatto capire una cosa: non ho una casa politica. E che il punto di rottura, curiosamente, porta il nome di un nostro concittadino

Sabato scorso ho passato un pomeriggio a discutere con Silvia, una cara amica di sinistra. Non un litigio: una di quelle conversazioni lunghe, oneste, in cui a un certo punto ti accorgi che la distanza è più grande di quanto pensassi. Silvia è orgogliosamente convinta delle sue idee, e le espone meglio di come io riesca a esporre le mie. Proprio per questo il pomeriggio mi ha lasciato addosso qualcosa che non mi aspettavo: la sensazione precisa, non più vaga, di non avere una rappresentanza politica. Non è una posa da disilluso. È una constatazione aritmetica, e provo a spiegarla partendo da tre cose che vorrei sentir dire da un partito che conta.

La prima. Sostenere l’Ucraina con armi, denaro e copertura politica e, nello stesso tempo, aprire un’interlocuzione seria con Mosca – una sola, europea, non ventisette telefonate scoordinate, o nessuna addirittura. So che a molti questo suona come una contraddizione: o le armi o il dialogo. Non lo è. Per trattare bisogna avere la pistola sul tavolo. Non per usarla: perché senza, quella che chiamiamo trattativa è un’altra cosa, si chiama dettatura delle condizioni. Chi mi accusa di essere guerrafondaio dovrebbe spiegarmi che cosa esattamente porta al tavolo, oltre alle buone intenzioni, e perché Putin dovrebbe trovarlo interessante.

La seconda. Un’integrazione europea vera, cioè con cessione di sovranità, su quattro terreni: i capitali, la difesa comune, l’energia – rinnovabili e nucleare, senza tabù – e la protezione dell’industria europea, sviluppo proprio del digitale. Serve poi regolamentazione del web: limitare le posizioni dominanti, imporre concorrenza vera, vietare i social ai minori sotto una certa età. È esattamente quello che l’Europa prova a fare e che gli Stati Uniti – non solo la Russia – non vogliono che faccia. Chi teme, con ottime ragioni, il potere delle grandi piattaforme dovrebbe essere il primo alleato di questa battaglia, non il più sospettoso.

La terza. Superare l’unanimità nelle decisioni europee. Vince la maggioranza, e chi perde accetta. Anche quando a perdere siamo noi: è la parte scomoda, e va detta, altrimenti la proposta è gratis. Non esiste democrazia, nemmeno un’assemblea di condominio, che funzioni all’unanimità. Non si può prendere il pallone e andare a casa perché gli altri bambini vogliono giocare in un altro modo.

Pensavo fossero posizioni di buon senso, largamente diffuse. Ho scoperto che sono di buon senso soprattutto per me.

Il pacifismo, e l’articolo 11

Il punto su cui Silvia e io ci siamo arenati è la parola pacifismo. Quello che ho sentito è che spendere per difesa, sicurezza e deterrenza sia in sé un cedimento, perché la Costituzione ripudia la guerra. Resta quindi la diplomazia, senza deterrenza, con il disarmo come orizzonte. Ecco: l’articolo 11 lo abbiamo letto tutti a metà. Dice che l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Ma prosegue: l’Italia consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni. La seconda metà di quell’articolo è la base costituzionale della cessione di sovranità all’Europa. È il fondamento giuridico della difesa comune, non un ostacolo. Il costituente non immaginava un’Italia disarmata: immaginava un’Italia che rinunciasse a pezzi di sé per costruire qualcosa di più grande.

Chi paga

Non ho intenzione di scansare la domanda più seria, che è quella dei soldi. La sicurezza costa, e se si spende di più da una parte in genere si spende di meno da un’altra. Chi promette il contrario mente. Faccio però due osservazioni. La prima è una domanda che rivolgo a me stesso prima che agli altri: che senso ha costruire un ospedale, se poi può essere bombardato? Nel piccolo: che senso ha arredare casa con cura, riempirla di cose a cui teniamo, e poi lasciare la porta aperta? La sicurezza non è in competizione con il welfare. È la condizione perché il welfare esista ancora fra dieci anni.

La seconda è che l’equazione “più difesa uguale meno sanità” non è automatica. Un’Europa strategicamente autonoma, non ricattabile sull’energia, con una base industriale che produce ciò di cui ha bisogno, è un’Europa che cresce di più. E un Paese che cresce genera risorse aggiuntive, non solo le sposta. Non è un pasto gratis, ma non è nemmeno il gioco a somma zero che ci raccontiamo.

Gli americani e i figli

Che gli Stati Uniti vogliano scaricarci, in fondo, mi sembra giusto: è quello che si fa con i figli, si cerca di renderli autonomi. Ma la metafora regge solo fino a un certo punto. Gli americani non ci hanno protetti per generosità: hanno fatto il loro interesse, e la protezione militare l’abbiamo pagata in influenza accettata, su politica estera, su tecnologia, su commercio. Con Trump il conto è diventato semplicemente esplicito. L’autosufficienza militare europea non serve solo a difenderci da Mosca e da altri. Serve a smettere di pagare quella seconda bolletta.

La faglia si chiama Gori

E qui arriva la parte che riguarda Bergamo. Nella conversazione con Silvia, a un certo punto è emerso che stavamo guardando la stessa persona. Giorgio Gori, nostro ex sindaco, oggi europarlamentare del Pd, in questi giorni al centro dello scontro sulla linea di politica estera del centrosinistra. Alla domanda diretta se resti o rompa, ha risposto che è nel Partito Democratico e che si batte, con i riformisti, perché il partito tenga il punto. C’è chi scommette che prima o poi se ne andrà; lui per ora dice il contrario, e va preso in parola.

Il fatto è che Silvia e io vogliamo entrambi qualcosa da Gori. Lei vorrebbe che uscisse dal Pd, per liberare il partito da quella che considera una zavorra e farlo fiorire in un rapporto pieno con Avs e Cinque Stelle: solo così, dice, molti giovani tornerebbero a votarlo. Io vorrei l’esatto contrario: che il Pd diventasse Gori. Due bergamaschi, la stessa faglia, due desideri opposti. Non credo esista immagine più chiara di dove passi oggi la frattura del centrosinistra italiano.

E mi costringe a essere più preciso su cosa intendo quando dico che non ho casa politica. Non è vero che nessuno rappresenta le mie idee. Azione le rappresenta quasi alla lettera, e dentro il Pd c’è un’area riformista che le condivide. Il problema non è l’assenza di rappresentanza: è la sua irrilevanza. Azione è al 3%. I riformisti del Pd sono minoranza in un partito che, pur di tenere in piedi il campo largo, sembra disposto ad avvicinarsi alle posizioni di chi su Ucraina e difesa la pensa in modo opposto. Sono due lamentele diverse, e la seconda fa più male: significa che queste idee non sono impensabili, sono solo perdenti.

L’inferno visto troppo tardi

Sarei quasi curioso di vedere la sinistra vincere alla grande alle prossime elezioni, e capire davvero come intende gestire un mondo in cui l’ombrello americano si chiude. Quasi. Perché mi resta in mente una frase che la politologa franco-tunisina Asma Mhalla riprende da Hobbes nel suo ultimo libro, Resistere ai tempi oscuri (Einaudi, 2026): l’inferno è la verità vista troppo tardi.

Vorrei sbagliarmi. Mi piacerebbe che un rappresentante bergamasco della sinistra – del Pd, di Avs, dei Cinque Stelle – mi spiegasse, senza slogan, come si difende l’Europa se l’Europa decide di non difendersi. Non chiedo di essere convinto: chiedo di essere rassicurato. Questo giornale, credo, è ben disposto ad accogliere una replica argomentata, e la leggerei sul serio.

Non voglio però che passi l’idea che il problema stia da una parte sola. Sull’altro fronte, con tutti i distinguo del caso, non vedo garanzie migliori: una destra che rilancia l’identità sovranista proprio mentre servirebbe il contrario, e che sull’Europa dice a Bruxelles il contrario di quel che dice a casa, non mi mette al riparo dallo stesso inferno. Semplicemente ci arriverebbe da un’altra strada.

Silvia, a fine pomeriggio, su una cosa era d’accordo con me: che l’Italia in questi giorni si è comportata malissimo con la Spagna, e che indebolire la coesione europea per qualche titolo di giornale è esattamente ciò che vogliono i nemici dell’Europa. Non è molto. Ma è successo davanti a un caffè, tra due persone che non voteranno mai lo stesso partito, e in questo momento mi sembra più di quanto riescano a fare i partiti. Da qualche parte bisognerà pur ricominciare.