Negli alveari
|Le api alle prese con l’estate rovente: “Cercano acqua senza trovarla. Fioriture anticipate: è cambiato tutto”
Il cambiamento climatico stravolge il calendario degli apicoltori. La famiglia Fortini gestisce oltre mille alveari in provincia: “Le api sanno difendersi dalle alte temperature, ma nei campi non trovano più nettare. E per il raccolto non abbiamo più date certe”
Sulle colline, in un pomeriggio che profuma di fiori bruciati dal sole, gli alveari dell’Apicoltura Fortini continuano il loro lavoro silenzioso. Eppure è da anni che qualcosa sta cambiando e a raccontarlo è chi le api le conosce da una vita: Irvano Fortini, apicoltore da 45 anni, titolare con il figlio Michele di un’azienda che gestisce più di mille alveari in provincia di Bergamo. Le api, spiega, sanno difendersi dal caldo. Il problema, piuttosto, è come il cambiamento climatico stia mutando l’ecosistema in cui vivono: l’acqua che manca, il nettare che scarseggia, i campi impoveriti da un’estate di siccità e temperature record.
Il ritmo delle api Fortini lo conosce a memoria. Da settembre a metà aprile gli alveari restano in pianura, dove le colonie sfruttano la fioritura del tarassaco. Poi, con la bella stagione, inizia il nomadismo: prima l’acacia, poi la lunga risalita verso le aree montane della Val Brembana e della Valle Imagna, inseguendo fioritura dopo fioritura.
In verità, il caldo non mette in crisi le api in modo diretto. “Le colonie hanno i propri meccanismi per mantenere sotto controllo la temperatura dell’alveare”, spiega Fortini. Quando fa caldo, le api raccolgono acqua e la nebulizzano dentro l’alveare, un sistema di climatizzazione naturale collaudato da millenni. Il problema è trovarla, quell’acqua: “Ce n’è sempre meno in giro e quindi vanno a cercarla ovunque. Hanno difficoltà anche sulle colline”. Gli apicoltori provano a correre ai ripari, ma non basta lasciare un contenitore pieno. “Non è come con un cane, che gli metti la ciotola e lui beve – sottolinea -. Le api preferiscono le pozzanghere, che sono ricche di sali minerali”.
Se la sete è un problema, quello delle fioriture è la vera emergenza. Le ondate di calore alterano il ciclo dei fiori, e le api faticano sempre di più a trovare il nettare per produrre miele. Quest’anno la stagione si è chiusa con settimane di anticipo. “Prima di metà luglio avevamo già chiuso – ricorda Fortini -. Il prodotto c’è stato e siamo contenti, ma abbiamo dovuto chiudere presto”. Sul raccolto ha pesato anche la lotta alla varroa, l’acaro parassita che si moltiplica all’interno degli alveari e che da circa trent’anni rappresenta una delle principali minacce per le colonie di api.
Eppure il bilancio, nel complesso, è positivo, merito soprattutto di un’alternanza fortunata tra piogge e fioriture. Eppure la provincia racconta storie diverse: “La montagna è andata bene, lì fa un po’ meno caldo. Abbiamo avuto un buon castagno e tiglio e un ottimo rododendro in alta montagna. In pianura invece ci sono state grandi difficoltà”. Tra le vittime più evidenti, la mielata di bosco, tradizionalmente legata proprio ai mesi più caldi: “È sparita, ne abbiamo fatta solo qualche briciola”.
Irvano Fortini (a destra) con il figlio Michele
C’è un paradosso, in tutto questo, che Fortini osserva da anni con un misto di sollievo e amarezza. Il riscaldamento climatico ha allungato la stagione di lavoro: “Abbiamo guadagnato due mesi di lavoro: una volta a marzo e a ottobre era difficile lavorare, c’era la pioggerella e il freddo arrivava presto. Oggi sono due mesi normalissimi”. Più tempo per lavorare, però, non significa più miele: “Nonostante i due mesi extra non abbiamo migliorato la produzione, perché c’è poco da raccogliere. Quando le fioriture arrivano fuori stagione diventa difficile produrre”.
È il calendario stesso, quello su cui generazioni di apicoltori hanno costruito il proprio mestiere, a essere saltato. “Prima sapevi che ad aprile iniziava la fioritura e a settembre si chiudeva, oggi non abbiamo più date certe – sottolinea -. Fiorisce tutto in anticipo e quando le fioriture arrivano così presto le produzioni sono scarse”. Per chi pratica il nomadismo, inseguendo gli alveari di valle in valle, significa rincorrere un calendario che cambia di anno in anno. “Correre dietro al cambiamento climatico è diventato un problema”, sintetizza.
Resta un’ultima possibilità, prima della fine della stagione: l’edera, che fiorisce a settembre e potrebbe regalare un’ultima produzione. “Vedremo se a settembre si riesce a fare ancora qualcosa”, conclude Fortini. Un’altra fioritura da inseguire, in un calendario che, anno dopo anno, diventa sempre più difficile da leggere.


