La trappola dell’effetto tunnel. Come la mancanza di empatia e la presunzione del potere distruggono il futuro (da Nolan a Osnos)
Esiste un momento preciso, nella cinematografia recente di Christopher Nolan, in cui l’illusione del controllo si infrange contro la realtà della storia. Nel finale di “Oppenheimer”, il fisico che ha domato l’atomo scopre che il vero motore del mondo non risiede nelle equazioni quantistiche, ma nelle ciniche stanze della politica maccartista. Una parabola analoga si consuma nella sua “Odissea”, dove l’inganno del Cavallo di Troia — concepito da Odisseo come strumento di liberazione — si capovolge in una spirale di violenza incontrollabile. Questo cortocircuito narrativo non è solo grande cinema: è la rappresentazione di quello che possiamo definire il “pericolo antropologico” del nostro tempo — l’intelletto umano che, isolandosi nella propria presunzione e concentrandosi su un obiettivo specifico, diventa cieco agli effetti che produce fuori e dentro di sé.
Questa stessa distorsione è al centro di una delle indagini giornalistiche più lucide degli ultimi anni. Nel saggio “Il prezzo del potere” (Mondadori, 2026), Evan Osnos esplora l’universo degli ultraricchi di Wall Street e della Silicon Valley. Come emerso anche nell’intervista con Eugenio Cau per il podcast Globo de Il Post (episodio “I ricchi, gli ultraricchi e noi, con Evan Osnos”, 5 agosto 2026) Osnos mappa la mancanza di empatia dei moderni magnati della tecnologia: uomini intrappolati in un’ambizione sfrenata, custodi di fortune inimmaginabili, ossessionati da uno status fine a se stesso e alla ricerca di una soddisfazione che non arriva mai.
Il parallelismo tra lo scienziato nucleare del Novecento e i tecnocrati descritti da Osnos è netto. Entrambi agiscono dentro un “effetto tunnel”. L’orizzonte di Oppenheimer si fermava al successo del test di Los Alamos e alla resa del nemico; l’orizzonte dei magnati digitali si arresta all’ottimizzazione di un algoritmo o alla massimizzazione dei profitti, convinti che l’innovazione sia un fine giusto a prescindere dal contesto. In entrambi i casi la razionalità si scinde dall’empatia. Fuori dal campo visivo restano le macerie reali: la reazione a catena della Guerra Fredda per il primo, l’erosione delle fondamenta democratiche e la polarizzazione sociale per i secondi. Non è un caso che proprio un Kennedy compaia, nel film di Nolan, come voce della riparazione.
Nella scena conclusiva di Oppenheimer, un assistente del Senato comunica a Lewis Strauss la bocciatura della sua nomina a Segretario del Commercio. Strauss chiede, polemico, chi si sia messo contro di lui: la risposta è il nome di un giovane senatore del Massachusetts, John F. Kennedy, la cui opposizione nasceva dall’indignazione per il boicottaggio che Strauss aveva orchestrato contro Oppenheimer e la comunità scientifica. È l’inizio della riparazione pubblica dello scienziato, che culminerà nel conferimento del Premio Enrico Fermi.
Davanti a queste fortune immense e a un potere tecnologico senza precedenti, risuona ancora più attuale, allora, il monito (citato da Osnos nel suo dialogo a Il Post) che lo stesso Kennedy rivolse alla classe dirigente della sua epoca: “A chi ha avuto tanto, tanto verrà richiesto”. Nella visione di JFK, talento, ricchezza e influenza non sono privilegi da consumare in una bolla narcisistica, ma debiti morali contratti con la collettività. I magnati di Osnos fanno l’opposto: sottraggono il proprio “tanto” alla responsabilità sociale, trasformando il successo in un’isola fortificata. Questa dinamica non danneggia solo l’esterno: agisce come un veleno lento anche dentro i suoi protagonisti. Nelle opere di Nolan il trionfo dell’ingegno coincide sempre con l’inizio di un calvario morale. Oppenheimer è perseguitato dalle visioni dei corpi carbonizzati dei civili giapponesi, scoprendosi svuotato. L’Odisseo nolaniano sperimenta la cancellazione della propria identità, diventando letteralmente “Nessuno” pur di vincere, fino a non essere più riconosciuto da Penelope. Allo stesso modo, i miliardari di Osnos finiscono per mercificare le proprie relazioni umane, isolandosi in torri d’avorio che alimentano fobie e alienazione.
Ma questo ecosistema di ambizioni non si muove nel vuoto: il terzo attore del dramma è l’apparato politico. Sia in Osnos sia in Nolan, lo Stato si rivela profondamente cinico. All’inizio adotta queste figure per opportunismo — il generale Groves concede risorse illimitate a Oppenheimer, i partiti occidentali lusingano i capitali della Silicon Valley — concedendo l’illusione di essere al comando del progresso. Ma è una libertà vigilata. Non appena l’attivismo pacifista dello scienziato diventa scomodo, il sistema organizza l’udienza farsa del 1954 per farne un capro espiatorio. Una dinamica speculare investe i CEO tecnologici: quando la rabbia popolare esplode contro le disuguaglianze, i governi imbastiscono audizioni e commissioni antitrust, scaricando gli stessi visionari che prima proteggevano.
Qui emerge la vera radice della crisi contemporanea. Non un’asimmetria tra chi ha la forza e chi ha la responsabilità, ma una convergenza a due facce: magnati tecnologici e classe politica condividono lo stesso identico difetto cognitivo, applicato a scale diverse, ma la politica vi aggiunge un secondo livello. Non si limita a restringere il proprio orizzonte all’ottimizzazione del consenso, esattamente come i tecnocrati restringono il loro all’ottimizzazione dell’algoritmo o del profitto: se ne serve. Gli strumenti nati dall’assenza di empatia altrui — la profilazione dei dati, gli algoritmi di targeting, le piattaforme costruite per massimizzare l’engagement — diventano l’arsenale con cui la politica costruisce il proprio consenso a breve termine. Non è complicità involontaria, è un rapporto parassitario: la politica non subisce l’effetto tunnel dei magnati come un danno collaterale, ne trae vantaggio diretto, riciclando la loro cecità etica in propria efficienza elettorale.
Concentrati ossessivamente sulla ricerca del consenso immediato e sul successo elettorale a breve termine, i leader politici contemporanei hanno ridotto il cittadino a consumatore di slogan da profilare — usando spesso gli stessi strumenti con cui i tecnocrati riducono l’utente a dato da monetizzare, e appropriandosene senza mai interrogarsi sul prezzo democratico di quello scambio. L’obiettivo non è più immaginare un modello di Paese nel medio e lungo periodo — governare la transizione ecologica, l’intelligenza artificiale, le sfide demografiche — ma vincere la prossima tornata di sondaggi, esattamente come per Oppenheimer l’obiettivo si fermava al test di Los Alamos e per i magnati digitali si ferma al prossimo trimestre di crescita. Questo vuoto ideale viene riempito dai flussi finanziari di Wall Street e dagli algoritmi privati non perché la politica ne sia sopraffatta dall’esterno, ma perché ha trovato in quegli strumenti una scorciatoia comoda: perché costruire una visione, quando si può affittare l’efficacia di chi ha già rinunciato a costruirla?
Si dimentica l’essenza stessa della missione pubblica, che Robert F. Kennedy riassumeva in una celebre dichiarazione di fede democratica: “Tutto ciò che rende la vita degna di essere vissuta – famiglia, lavoro, istruzione, un luogo dove allevare i propri figli e dove trovare riposo – tutto dipende dalle decisioni del governo; tutto può essere spazzato via da un governo che non presta ascolto alle richieste della gente. Quindi l’essenza stessa dell’umanità può essere tutelata e protetta solamente laddove c’è un governo che deve rispondere non solo ai ricchi, non solo ai fedeli di una particolare religione o agli esponenti di una particolare razza ma a tutto il popolo.” — ed è proprio questa capacità di rispondere a tutti, che richiede una visione più ampia del ciclo elettorale, ciò che il tunnel del consenso immediato erode, e che la politica sceglie di non ricostruire finché può prendere in prestito quello altrui.
Questa asfissia della visione strategica trova una declinazione quasi manualistica nel laboratorio politico italiano, ormai incanalato lungo i binari che condurranno alle elezioni del 2027. Per la prima volta in vent’anni, entrambi gli schieramenti principali si presenteranno al voto avendo già governato — e già logorato — le proprie ricette. La risposta a questa maturità forzata non è però una rigenerazione ideale, ma un arroccamento ingegneristico sulle regole del gioco: il dibattito si concentra sulle riforme dei meccanismi di voto e sui bonus di maggioranza, concepiti per blindare la stabilità parlamentare o calcolare i futuri equilibri di coalizione.
Le regole del gioco, in democrazia, non sono un dettaglio tecnico: garantire governabilità e rappresentatività, evitare le derive estremiste, presidiare responsabilmente il sistema con correttivi quando le proposte in campo appaiono inadeguate — tutto questo è parte legittima, anzi necessaria, della cura di una democrazia matura. Il problema non è la riforma in sé, ma la sua ricorrenza a ogni tornata elettorale e la sua pretesa di bastare a se stessa. Quando la politica non ha nulla da proporre all’altezza della missione che dovrebbe perseguire, le regole smettono di essere lo strumento che rende possibile un progetto di Paese e diventano il progetto stesso — un sostituto, non una cornice. È l’equivalente politico dell’equazione della bomba di Oppenheimer — non solo per analogia, ma per identità di struttura: un calcolo iper-specializzato per risolvere il problema immediato della sopravvivenza al potere, privo di qualsiasi riflessione su cosa quel potere debba effettivamente edificare.
La maggioranza di governo si muove nel perimetro della pura conservazione tattica, gestendo le contingenze macroeconomiche senza proporre una direzione che vada oltre la retorica identitaria o la gestione burocratica dei fondi. Le opposizioni faticano a uscire dalla logica reattiva del “campo largo”, un’alchimia geometrica fondata sulla sommatoria aritmetica delle sigle partitiche anziché sulla sintesi di un progetto condiviso e proiettato sui prossimi trent’anni. In entrambi i casi, non si tratta di una politica priva degli strumenti per vedere oltre — si tratta di una politica che ha scelto, esattamente come i magnati di Osnos, di non guardare.
L’elettore italiano si trova così davanti a un’offerta politica strutturalmente asfittica, dove il dibattito pubblico è saturo di micro-battaglie destinate a svanire nell’arco di un ciclo di notifiche, mentre i nodi strutturali storici — dalla crisi demografica all’impoverimento del tessuto industriale, fino al declino del sistema educativo e sanitario — restano fuori da qualsiasi programmazione reale. Il monito che unisce la scrittura di Evan Osnos, l’eredità civile dei fratelli Kennedy e la macchina da presa di Christopher Nolan non è più, allora, un semplice invito a colmare un vuoto lasciato da altri. È un invito a riconoscere che la politica, quando si riduce a mera ingegneria del consenso a breve termine, non subisce passivamente l’appalto della scrittura del futuro alle oligarchie economiche o alle derive tecnocratiche — lo cerca attivamente, attingendo agli strumenti che la mancanza di empatia altrui ha messo a disposizione, con lo stesso gesto miope con cui Oppenheimer concesse la bomba e i magnati concedono l’algoritmo, ma con l’aggravante di trarne un vantaggio consapevole. Se i partiti continueranno a confondere la conquista temporanea del potere con la realizzazione di un disegno di Paese, la democrazia italiana, avviata verso il cruciale spartiacque del 2027, rischierà di ridursi a un rito privo di sostanza — non per debolezza subita, ma per una miopia coltivata e, quando conviene, sfruttata.
Nel luglio del 2004, un giovane senatore ancora sconosciuto al grande pubblico pose alla Democratic National Convention una domanda che sembra scritta apposta per questo tempo: “Vogliamo una politica di speranza o una politica del cinismo?”. Barack Obama la rivolgeva a un’America divisa, ma il suo senso resta universale — ed è la stessa domanda che il cortocircuito tra Nolan e Osnos ci consegna, spogliata di ogni retorica: si può continuare a scambiare la sopravvivenza tattica per governo, l’ingegneria del consenso per visione, senza pagarne il prezzo? Serve ritrovare una politica che abbia la capacità di leggere il proprio tempo invece di limitarsi a sondarlo, il coraggio e la passione di proporsi non con calcoli di opportunità ma con riforme istituzionali, economiche e sociali all’altezza delle sfide reali, e la perseveranza di provare a realizzarle anche quando il ritorno non è immediato. Solo così la speranza nel futuro può tornare a essere un sentimento e un progetto collettivo — costruito insieme, non subìto da soli — e il tunnel può riaprirsi.
Alberto Colombelli, Diplomato ISPI in Affari europei
Componente Presidenza nazionale Libertà Eguale


