Quando lo scrittore Ohm Bauman arriva in una remota locanda nel cuore dell’Irlanda per spargere le ceneri dei suoi genitori, quello che dovrebbe essere un semplice viaggio di commiato si trasforma rapidamente in un incubo. Tra traumi passati e presenze oscure, il malcapitato sarà costretto a fare i conti con verità che ha cercato di seppellire per tutta la vita
- Titolo: Hokum
- Titolo originale: Hokum
- Regia: Damian McCarthy
- Paese di produzione / anno / durata: Irlanda, Emirati Arabi Uniti /2026 / 107 min.
- Sceneggiatura: Damian McCarthy
- Fotografia: Colm Hogan
- Montaggio: Brian Philip Davis
- Musica: Joseph Bishara
- Cast: Adam Scott, Peter Conan, David Wilmot, Florence Ordesh
- Produzione: Image Nation Abu Dhabi, Team Thrives, Spooky Pictures, Tailored Films, Cweature Features
- Distribuzione: Lucky Red
- Programmazione: Notorious Cinema Curno, UCI Cinemas Orio, Arcadia Stezzano, Treviglio Anteo spazioCinema

Uno spazio labirintico, in cui si intersecano dimensioni spaziali e temporali. È lo spazio del Bilberry Woods Hotel, situato in una remota zona dell’Irlanda, edificio al centro di “Hokum”, nuovo film di Damian McCarthy, dal 5 agosto al cinema. Uno spazio che è un ritorno al passato. Un viaggio che porta lo scrittore Ohm Bauman (prova psicologicamente intensa di Adam Scott) dagli Stati Uniti all’Europa più remota, per spargere le ceneri dei suoi genitori nel luogo in cui trascorsero la luna di miele. Un semplice viaggio di addio, che diventa un incubo, tra presenze oscure e traumi passati che vogliono tornare a galla.
McCarthy torna ad esplorare i suoi spazi labirintici, che nel film si espandono anche in senso cronologico. Si parte dal romanzo che il protagonista sta scrivendo, l’ultimo di una serie dedicata ai conquistadores, ambientato in una vasta landa desertica, per arrivare all’interno di un hotel. Qui, una suite nuziale (la “stanza della luna di miele”), chiusa da tempo, “ospita” una creatura soprannaturale: una Cailleach, una strega della mitologia irlandese. Un mostro, espressione manifesta del soprannaturale, che diventa qui manifestazione secondaria di un trauma.
La creatura abita il luogo più dolce, simbolo dell’affetto di coppia, che trova in Ohm Bauman il riflesso di un trauma personale. Un male che emerge attraverso la figura mostruosa ma che si insinua, in realtà, anche all’interno del protagonista. Uno scrittore scontroso e cinico, che riesce nell’impresa di risultare antipatico e, nello stesso tempo, di essere compreso. La verità del trauma viene rivelata agli spettatori, elemento di paura ed angoscia che scava oltre i jump scares, non elementi centrali ma compagni (ben eseguiti) di un senso di colpa sempre più manifesto.
Il Bilberry Woods Hotel rimanda inevitabilmente all’Overlook Hotel di “Shining”, pur privilegiando un’esplorazione verticale, in particolare attraverso un montacarichi. A fare la differenza è anche l’ottimo utilizzo delle zone d’ombra, cesellate grazie alla fotografia di Colm Hogan: un lavoro che “mostra” spazi negativi, impossibili da vedere e affidati unicamente all’immaginazione. Un luogo liminale che diventa sempre più claustrofobico e labirintico, fino al proibito (e quindi desiderato) della “stanza della luna di miele”, capace, allo stesso tempo, di trasformarsi nella rappresentazione architettonica della memoria del protagonista. All’interno dell’hotel, Ohm è costretto a confrontarsi con il lutto ed il senso di colpa, con un passato che torna ad abitare, che mina le certezze granitiche del suo carattere scorbutico.
Un’oscurità in cui si muovono elementi di folk horror che finiscono però per risolversi proprio all’interno del protagonista, simulacri di un trauma che trova spazio nella Storia prima di ritrovarsi nella storia personale di Bauman.
Un confronto anche “allucinogeno”, che trova nei traumi passati il proprio punto focale, senza però offrire una lettura univoca del trauma, elemento articolato che continua a sfuggire ad una definizione definitiva. L’alterazione (involontaria) provocata dai funghi allucinogeni travalica il confine tra realtà e allucinazione, lasciando una sensazione di ambiguità rispetto al rimosso del protagonista. Una percezione distorta, amplificata dalla presenza delle capre all’interno del film, che cercano superfici riflettenti, dopo aver ingerito funghi psilocibinici, per amplificare il trip. Uno sguardo nei riflessi è anche quello di Ohm Bauman, che cerca il reale oltre l’allucinazione, ma che, soprattutto, non smette mai di confrontarsi con il proprio riflesso, con il proprio senso di colpa. Un labirinto di percezioni, in cui trovare una svolta, oltre la storia e la memoria.

