Una vita a tempo, Ellade Bandini ripercorre la sua straordinaria avventura musicale
Batterista sopraffino e brillante narratore, Ellade Bandini non è solo uno degli strumentisti più importanti della canzone italiana, ma anche un testimone privilegiato di quasi sessant’anni di musica d’autore
C’è un “tempismo imperfetto” che rende questa intervista a Ellade Bandini ancora più intensa: realizzata in occasione dell’uscita della sua autobiografia, vede la luce nei giorni dell’ultimo saluto a Francesco Guccini, con cui Bandini ha condiviso decenni di concerti, dischi e amicizia. Quando si dice l’amara ironia del destino. Batterista sopraffino e brillante narratore, Ellade Bandini non è solo uno degli strumentisti più importanti della canzone italiana, ma anche un testimone privilegiato di quasi sessant’anni di musica d’autore. Da Mina a Fabrizio De André, da Fabio Concato a Paolo Conte, fino al compianto Guccini, il suo tocco, in studio come dal vivo, rimane un’impronta indelebile in alcune delle pagine più belle della canzone italiana.
Con “L’Ellìade – Vita epica di un batterista” (Arcana), Bandini ripercorre una carriera straordinaria fatta di incontri, aneddoti e passione, raccontando dall’interno un universo irripetibile. Un viaggio attraverso decenni di musica italiana, con l’ironia, la curiosità e l’umanità che da sempre lo contraddistinguono. Hai attraversato oltre cinquant’anni di musica italiana. Quando hai capito che la batteria sarebbe potuta diventare il tuo lavoro?
Fin dal piccolo, con cucchiai, forchette e piccoli rami secchi, percuotevo ovunque fosse possibile: su tronchi tagliati all’altezza giusta nei parchi, tavoli e sedie. Mi allenavo a casa accompagnando i brani che trasmetteva la radio. Volevo solo suonare, non mi importava nulla di tutto il resto. Un pomeriggio mio padre mi portò in una sala da ballo, dove venimmo accolti da un signore, Vinicio Tumiati, considerato in quegli anni uno dei batteristi più in voga nella mia città, Ferrara. Mi fece accompagnare sulla sua batteria un disco a mia scelta per poter giudicare se avevo predisposizione alla musica. Scelsi un brano dei The Champs, “Tequila”: andò tutto bene e Tumiati consigliò a mio padre di mandarmi a prendere alcune lezioni dal Maestro Roul Ferretti. Un bel giorno un signore suonò il campanello di casa Bandini, era venuto per chiedere a mio padre se potevo entrare a far parte della sua orchestra e, nonostante avessi solo sedici anni, mio padre non vide nessuna alternativa se non quella di dare il permesso. Prima di salire sul palco quel caporchestra mi mise in mano un libretto di colore grigio, o verde, non ricordo di preciso: era il libretto dell’ENPALS su cui venivano segnati i contributi. Fu quello il momento in cui mi resi conto che sarebbe stata una vera professione. Quel libretto, col passare degli anni, è andato sparendo; la maggior parte dei giovani musicisti credo non sappiano neanche della sua passata esistenza.
Hai suonato con artisti molto diversi tra loro. Qual è stata la tua collaborazione più impegnativa dal punto di vista musicale?
Non ci sono stati momenti particolarmente impegnativi. Ho sempre avuto le idee chiare sui miei gusti. La musica mi piace tutta, o quasi, ma so riconoscere quella in cui mi sento più a mio agio. Ho detto molti “No” durante questi sessant’anni di professione; non sono un arrivista e per nulla competitivo, non amo affrontare sfide professionali per le quali non provo particolare interesse, solo perché alla fine verrei pagato. Cerco di fare tutto con il massimo impegno, ma non basta: alla fine è il risultato che conta e quello deve essere giusto. Se un pezzo non è nelle mie corde, resterebbe sempre “un pressappoco”. Le artiste e gli artisti con cui ho suonato fanno parte di generi che ho assimilato fin da ragazzo nelle sale da ballo, mentre, ad esempio, non potrei mai partecipare a una session di stile latino: non l’ho mai approfondito e sarei un disastro, nonostante mi piaccia tantissimo ascoltarlo.

Molti musicisti ti considerano un “batterista per le canzoni” più che un batterista votato al virtuosismo. Quanto conta, per te, mettersi al servizio del brano?
Hanno pienamente ragione. Quando viaggio amo ascoltare brani musicali e non virtuosi assoli di batteria, che ascolto solo quando ritengo che ne valga la pena. La musica è come le parole: ha senso solo quando si riesce a formare frasi con cui si possa dialogare coerentemente con gli altri strumenti. L’assolo ha un valore nel momento in cui si ha qualcosa da raccontare; in caso contrario è solo un esercizio fatto bene, ma senza una storia personale. Mi piacciono le soluzioni dei grandi maestri come Max Roach, Joe Morello, Philly Joe Jones, Art Blakey, Elvin Jones, Buddy Rich, Gene Krupa, Tony Williams, Steve Gadd, Bill Stewart e tantissimi altri, tutti diversi e riconoscibili. La batteria è uno strumento in equilibrio tra suono e rumore, ma tra i due estremi il passo è breve: dipende se si vuole impressionare o emozionare. C’è chi suona gli stessi esercizi che tutti hanno studiato, facendo a gara a chi li fa più veloci, e c’è chi racconta sui tamburi le giornate sempre diverse della propria vita: ecco, a me piacerebbe fare parte di questa seconda categoria, in cui basta anche un solo colpo al momento giusto sul tamburo giusto.
Il tuo stile è immediatamente riconoscibile. Come si costruisce una personalità musicale così forte senza cadere nell’esibizionismo o cercare continuamente di stare sotto i riflettori?
Penso che sia principalmente questione di carattere, di come sei cresciuto, di come sei stato educato e da cosa hai ascoltato. Un musicista, più sa, e meglio sarà per la sua carriera, ma non è detto che in ogni brano debba mettere tutto il suo sapere. Questo vale molto nel mio caso. Ritengo di avere una cultura didattica molto scarsa, ma credo di poterla compensare con una buona intuizione sul modo di affrontare un brano, su quello che devo o non devo fare.
Negli anni Settanta la scena musicale italiana era un laboratorio creativo straordinario. Che cosa si è perso, oggi, di quello spirito e che cosa, invece, ritrovi ancora nei giovani musicisti?
Spotify è più un problema che altro. Le persone che hanno troppo vogliono sempre di più e si annoiano velocemente di ciò che possiedono; il consumismo ha fatto un buon lavoro per rovinare quel poco di buono e arricchire in modo sproporzionato chi peggiorerà sempre di più la situazione. C’è troppo materiale già confezionato in rete, che viene ascoltato velocemente ma non assimilato nel modo giusto. Penso che tutta questa tecnologia faccia sembrare tutto facile e credo che lo sia veramente, ma la colpa è dei ragazzi o della macchina? I giovani sono bravissimi e velocissimi nell’uso della tecnologia, da cui sono ormai totalmente dipendenti, ma se dovesse venire a mancare, come se la caverebbero? Forse sarebbero più lenti anche nelle cose più banali. Non vedo nelle loro espressioni soddisfazione o meraviglia in ciò che fanno: probabilmente, nel profondo del loro subconscio, c’è la consapevolezza che il merito delle cose che fanno non è loro. Ma questa risposta prendila come le solite frasi che i vecchi continuano a ripetere da sempre (ride). Ricordiamoci che sono sempre stati i giovani a cambiare le cose, per cui speriamo che anche oggi facciano le scelte giuste.

Hai vissuto sia l’epoca delle registrazioni analogiche sia quella delle produzioni digitali. Ritieni che sia cambiato anche l’approccio al lavoro in studio di registrazione?
Questa è una risposta alla quale non posso rispondere per mancanza di esperienze. Valgono le risposte precedenti. Io sono un batterista, sono stato un turnista per anni in sale di registrazione dove sono rimasto sempre dalla parte del vetro rispetto alla regia. Ho lavorato con tecnici bravi e altri meno bravi; il mio ruolo era di adattarmi ad ambedue i casi. Entravo in regia solo per riascoltare i brani; per essere sincero, spesso li riascoltavo in cuffia perché la maggioranza avrebbe ascoltato quei brani nello stesso modo, quindi di digitale e analogico non ne so niente. Il lavoro in quegli anni era talmente tanto che non restavo in studio per assistere a missaggi o a sovraincisioni: non mi interessava, piuttosto andavo a registrare in un altro studio o a suonare in qualche club.
Oggi molti giovani batteristi crescono guardando video e tutorial, mentre un tempo si imparava a suonare “sui dischi”. Pensi che sia cambiato anche il modo di ascoltare la musica?
Seguire i tutorial è una grande comodità: puoi vedere la postura sullo strumento, come si possono eseguire gli esercizi, tutte possibilità che non puoi avere ascoltando un disco che ti fa solamente immaginare, con il risultato di avere solamente un suggerimento che puoi elaborare secondo la tua fantasia, rendendo maggiormente personale il risultato e non un copia-incolla.

Da qualche anno suoni anche con alcuni musicisti di Bergamo: Rosalba Piccinni, Nicola Mazzucconi, Joe La Viola e Paolo Manzolini. Ti va di parlarci di questa collaborazione?
Ma sono fantastici! È un divertimento unico. Rosalba è un talento naturale, ha una grande predisposizione per la musica e il palco, ha passione, musicalità, empatia con il pubblico, è sempre pronta a migliorare: una vera creativa. Paolo Manzolini è un musicista che non si spaventa davanti a nulla, preparatissimo e pronto ad affrontare qualsiasi repertorio, un grande chitarrista. Joe La Viola ha un suono e una potenza da fare tremare il pavimento, sa tenere il palco come una rockstar. Che cosa dire di Nik? Che è un bravo ragazzo? Perché, oltretutto, lo è veramente, ma è davvero un fuoriclasse, con un entusiasmo contagioso. Nik è un grande talento e quando ci si mette fa molto male (ride). Ho sempre più voglia di suonare con loro.
Nomina tre dischi della tua carriera che raccontano meglio di altri chi è Ellade Bandini.
“Terra in Bocca” de I Giganti, “Fabio Concato” e “Concerti” di Paolo Conte.
Dopo una vita trascorsa dietro i tamburi, che cosa continua a darti entusiasmo ogni volta che sali su un palco?
Che è sempre una prima volta.


