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Il bivio del PD
Giuseppe Conte

Gli elettori delle primarie potrebbero, a ragione, preferire l’originale, cioè Conte

Per anni la telenovela del cosiddetto “Campo largo” ha visto baci e abbracci. D’altronde, si trattava semplicemente di dire No a tutto quanto proponesse o facesse il governo. Non è stato difficile procedere uniti. Anche perché il modo di opporsi al governo concepito dall’Opposizione non è mai stata quello di “un governo in attesa”, di un “governo ombra”. Posizione comodissima: perché si può fare propaganda ogni giorno, senza che perciò il governo cada, così da essere obbligati a sostituirlo, pur non avendo un’idea in testa. Ora la ricreazione dell’opposizione è finita.

Tra meno di un anno si torna alle urne. Il Campo largo coltiva la legittima ambizione di andare al governo. A questo punto, servono due elementi essenziali: un solo programma di governo e un solo candidato come futuro Primo ministro. Qui le cose si sono subito ingarbugliate. Il PD nei sondaggi oscilla attorno al 22%, il M5S attorno al 15%: a chi spetta la leadership? I numeri dicono Schlein, ma, in caso di primarie di coalizione, Conte è più avanti della Schlein. A questo punto, il PD ha trovato  l’escamotage: prima il programma, poi la leadership. La statuizione è del tutto ragionevole. Alla quale Conte ha obbiettato: “il mio programma lo conoscete, coincide con il vostro”. Così, la questione dell’Ucraina è balzata in primo piano e ha rotto l’idillio.

Per quanto sia stata oramai cancellata nel PD della Schlein ogni traccia dell’antica concezione leninista, staliniana e togliattiana per la quale la politica interna è solo una variabile dipendente della politica estera, è difficile evitare la centralità della questione Ucraina. Nell’ottobre del 2022, all’inizio della XIX Legislatura, la Russia aveva invaso da pochi mesi l’Ucraina, ma tutti si aspettavano, per cinismo o per rassegnazione, che Putin avrebbe liquidato la pratica in breve: un fantoccio qualsiasi a Kiev, l’Ucraina trasformata in una Bielorussia molto più grande.

L’Ucraina ha resistito, mentre la posta in gioco si è fatta sempre più chiara per l’Europa. Dentro un crescente disordine mondiale, la UE è capace di interporsi quale “quarto Impero” tra Usa, Cina e Russia o è destinata a fare la fine del carciofo, sfogliato dal primo che passa? Per impedire che le accada qualcosa del genere deve costruire una struttura istituzionale, politica e militare in grado di difendersi dalle minacce. Ciò nel momento in cui Trump tende a liberarsi della Nato, che finora ha garantito la sicurezza.

Così l’UE, volente o nolente, oggi si trova sul confine, dove gli Ucraini combattono e muoiono per sé e per noi. Ma Conte si è messo a trumpeggiare: se divento Capo del governo, in quattro e quattr’otto convinco Putin e Zelenzky a firmare la pace. Quello che non è riuscito a Trump, lo farò io! Il primo passo di questa strategia da pacificatore gradasso è non dare armi a Kiev. A quel punto, un’Ucraina disarmata non può che arrendersi e la resa sarà chiamata pace. Qualcosa di analogo aveva già scritto Tacito. Questa linea di politica internazionale coincide con quella di AVS – lo si sapeva – ma anche con quella di Salvini e Vannacci. Secondo costoro e secondo Trump, la Resistenza ucraina è un attacco alla pace. Dietro, tuttavia, ce ne sta un’altra, più profonda: quella del sovranismo/nazionalismo di Salvini e Vannacci: “Che ci importa del mondo?”. A noi interessa la sanità, l’istruzione, le pensioni, il benessere degli Italiani… Perciò niente soldi per la difesa, tampoco per aiutare la Resistenza ucraina.

Perciò Alice-Schlein si trova costretta davanti ad un bivio: seguire il sovranismo (di sinistra?) di Conte e AVS per garantirsi la leadership attraverso le primarie oppure rompere l’alleanza con Conte? Se la sua piattaforma coincidesse con quella di Conte, non è affatto sicura di uscire vincitrice dalle primarie e ancor meno dalle elezioni. Gli elettori delle primarie potrebbero, a ragione, preferire l’originale, cioè Conte. E gli elettori delle politiche, perché non dovrebbero votare Vannacci o Salvini, i più sovranisti e “pacifisti” di tutti? E se rompe con Conte, non ha più i numeri per sorpassare la coalizione a guida Meloni.


giovanni cominelli

*Giovanni Cominelli si laurea in Filosofia nel 1968, dopo studi all’Università cattolica di Milano, alla Freie Universität di Berlino e all’Università statale di Milano.

Esperto di politiche dell’istruzione. Eletto in Consiglio comunale a Milano e nel Consiglio regionale della Lombardia dal 1980 al 1990.