Robin Gosens, cuore a metà tra Schalke e Atalanta: “Bergamo è casa, una passeggiata in Città Alta mi ha cambiato la vita”
L’esterno tedesco si racconta a Bergamonews: “Da bambino non mi piaceva il calcio, poi ho visto lo Schalke. Ora tornando qui da giocatore ho chiuso un cerchio”. Non potrà essere in campo nell’amichevole di sabato per infortunio: “Sono ancora tifoso della Dea: con Sarri andrà benissimo”. Dai ricordi di Gasperini alla Champions, tutto è iniziato in quel 27 maggio 2017, il primo giorno in città: “In quattro anni e mezzo ho conosciuto fratelli per la vita”
Il paese di Emmerich am Rhein si trova al confine tra la Germania e i Paesi Bassi, in territorio tedesco, ma a cavallo del fiume Reno che a pochi chilometri di distanza delimita i due stati. È collocato in un territorio in cui si respira calcio, che fornisce stabilmente una decina di squadre alle prime due categorie del Fussball e, in terra olandese, anche svariate realtà di primo piano del Voetbal. Eppure a Robin Gosens non sembrava proprio interessare quel pallone: “Papà me lo lanciava sempre, ma io mi spostavo… Non c’entravo proprio nulla”. Coincidenza, la sua città d’origine porta lo stesso nome di Lothar Emmerich, leggendario attaccante del Borussia Dortmund il cui abbreviativo “Emma” è diventato il nome dell’ape-mascotte del club. Ma in casa Gosens il tifo era per i rivali storici del Bvb, ovvero lo Schalke 04. Che è il motivo per cui Robin ha scelto di diventare un calciatore.
“Me lo ricordo come se fosse ieri. Andai con mio padre allo stadio, ho impresso quel momento: abbiamo percorso una lunga scala e poi ho visto dall’alto tutto il campo. Qualcosa dentro di me è scattato. Da lì ho sempre sognato di essere come quei giocatori che vedevo lì, sotto di me”, racconta a Bergamonews, portando sul petto il logo del club di Gelsenkirchen, con il quale è tesserato dalla fine di luglio. Un sogno realizzato e mai nascosto, nemmeno quando lo Schalke rischiava la retrocessione in Zweite Liga (ne sono arrivate due nell’ultimo lustro) e l’Atalanta viaggiava ai piani altissimi della classifica di Serie A e sorprendeva l’Europa con le sue prestazioni in Champions League.
Quella Dea di cui il classe 1994 è stato un pezzo di storia, da 157 presenze e 29 gol in quattro anni e mezzo, che avrebbe potuto ritrovare da avversario sabato a Gelsenkirchen, nella Veltins-Arena. Dove la sua vita a sette anni è cambiata, in un giorno in cui, vedendo dei ragazzi con le maglie Königsblau, ha capito che quei palloni lanciati da papà sarebbe stato meglio calciarli piuttosto che evitarli. ‘Avrebbe potuto’, sì, perché una ginocchiata sulla coscia rimediata nell’amichevole di sabato 1 agosto contro l’Hessen Kassel lo costringerà a seguire la partita soltanto dalla tribuna. Una botta forte che ha causato un versamento. Niente di grave, ma che obbliga Gosens ad un periodo di stop. Sarebbe stata la prima volta nella casa del ‘suo’ Schalke, quella che, pochi minuti dopo la firma del contratto, ammirava tenendo in braccio uno dei suoi due figli.
Gosens in allenamento con lo Schalke: i campi sono a fianco della Veltins-Arena. Foto via FC Schalke 04Debutto rimandato di qualche giorno, certo, ma sarebbe stato incredibile esordire proprio in questa partita, dopo tutte le emozioni di questo periodo: l’addio non semplice alla Fiorentina, l’arrivo a Gelsenkirchen…
“Sono qui da due settimane, ma mi sembra sia passato un anno! Sto ancora provando a realizzare tutto. Firmando con lo Schalke ho chiuso un cerchio dopo tanta strada negli scorsi anni. È stato un percorso lungo, che mi ha portato a vivere alti e bassi, ma arrivare qui in questo modo è davvero magico, per me e per tutta la mia famiglia è bellissimo essere tornati dove tutto era iniziato. Certo, non poter giocare la partita con l’Atalanta mi dispiace, perché si affrontano le due squadre del mio cuore, ma magari in futuro in Europa ci saranno altre occasioni, chissà…”.
Cosa le viene in mente pensando a Bergamo?
“È casa. È il posto in cui sono nati i miei due figli. Faccio fatica a pensare ad una sola cosa in particolare, a livello personale, perché ho provato troppe emozioni. Ho ancora tanti amici che sento ogni giorno: De Roon, Djimsiti… Per me sono diventati come fratelli. C’è un legame fortissimo che resterà per sempre. Sportivamente sono stati anni importantissimi per la mia crescita, ma anche a livello di squadra. Mi ha segnato particolarmente anche il periodo del Covid, me lo porterò dentro per sempre, perché secondo me ci ha fatto crescere come popolo. Un popolo di cui io mi sento parte”.
Foto GettySi ricorda il suo primo giorno in città?
“Benissimo. 27 maggio 2017. Con mio papà siamo venuti allo stadio a vedere Atalanta-Chievo (1-0 con gol del Papu, ndr), poi siamo andati in Città Alta a fare una passeggiata. Io ero in dubbio su cosa fare, se trasferirmi dall’Heracles o no, perché sarebbe stata la mia prima volta fuori dalla comfort zone. In più avrei fatto quello step da solo perché mia moglie sarebbe rimasta in Germania. Così con papà ci siamo seduti in un ristorante a mangiare una pizza. Gli ho detto che sentivo delle emozioni buone qui, avevo la sensazione che fosse il passo giusto da fare. Me lo sentivo. Forse perché in Bergamo mi sono identificato, ho trovato la stessa mentalità che riconosco nella mia terra. Le persone che avevo incontrato durante il giorno mi avevano dato questa sensazione. Ero convinto che per la mia carriera sarebbe stato un passaggio determinante. Così abbiamo deciso di accettare la proposta. È stata una giornata fondamentale, perché ha cambiato tutta la mia carriera sportiva, mi ha fatto crescere in questo percorso all’Atalanta in maniera incredibile a livello umano. È iniziato tutto così. E in quel ristorante, al ‘Sole’, sulla Corsarola, ci sono tornato tante volte”.
E l’approccio con i metodi di Gasperini?
“Ricordo bene il primo giorno in ritiro a Clusone. Ero distrutto! Una roba che ho mai sentito nelle gambe. Non vedevo l’ora che finisse la cena, poi alle 20.45 ero a pezzi, già a letto a dormire. Dicevo sempre a mia moglie di chiamarmi prima della cena, così avevo ancora la forza di fare una chiacchierata… Il mister mi ha fatto crescere enormemente, lo ringrazierò per sempre. Certo, non è sempre stato facile”.
L'esultanza di Gosens e compagni con Gasperini durante il 5-1 a Goodison Park con l'Everton. Foto GettyEra l’inizio di un percorso speciale, visto che la vostra Atalanta, la sua, di Hateboer, di Freuler e De Roon, di Muriel e Duvan, di Ilicic e del Papu, non ha vinto, ma ha regalato emozioni uniche ai tifosi bergamaschi. Paradossalmente, forse anche più di quella che ha vinto l’Europa League nel 2024.
“Ancora oggi quando ne parliamo tra di noi, siamo tutti d’accordo che ci è davvero mancato solo un trofeo da stringere tra le mani. Abbiamo raggiunto grandi traguardi: le finali, la qualificazione in Champions League… Mancava solo la ciliegina”.
Secondo lei, quale era la forza di quella squadra?
“Lo spogliatoio. C’erano caratteri diversi, anche particolari, ma avevamo un equilibrio pazzesco. Dopo gli allenamenti stavamo due o tre ore a chiacchierare, per il gusto di stare insieme. Non c’era mai fretta di andare a casa, spesso andavamo a cena insieme. C’era un rapporto che andava oltre il calcio. E credo che da fuori si sia riconosciuta l’unione del gruppo, l’identificazione con la squadra, con la città, con i tifosi”.
Ha un ricordo calcistico che culla con amore più di altri?
“La prima qualificazione in Champions League, battendo il Sassuolo e festeggiando sotto la pioggia di Reggio Emilia. Era la prima volta quasi per tutti. Certo, poi c’è stato il paradosso di Zagabria, all’esordio assoluto in Champions con la Dinamo: eravamo carichi a palla, ma abbiamo perso 4-0 facendo una figuraccia totale. Dopo la partita eravamo in spogliatoio, Gasperini non parlava. Ed era sintomatico, perché di solito quando facevamo schifo lui buttava giù tutto! Quel silenzio significava tutto, perché non si aspettava una partita così, due mesi dopo esserci sentiti al top. Ma ci ha aiutato a capire il nuovo contesto a cui ci trovavamo, la discrepanza di livello tra noi e la Champions League”.
Atalanta-Valencia 4-1. Foto GettyQuella Champions che poi ad agosto, nel silenzio di Lisbona in pieno Covid, una buona fetta di Bergamo ha sognato anche di vincere.
“Non lo dimenticherò mai, perché ho ancora quella sensazione che avremmo potuto andare avanti. Abbiamo avuto degli infortuni, siamo arrivati corti a livello di uomini. Se fossimo arrivati al completo forse sarebbe stato diverso, poi avremmo giocato la semifinale contro il RB Lipsia, che era una sorpresa come noi… Chissà. Abbiamo sentito la mancanza di Ilicic, che in quel periodo non dico meritasse il Pallone d’Oro, ma di certo non era lontano. Con lui forse sarebbe stato un altro discorso”.
Vi sentite ancora, con Ilicic e con gli altri di quel gruppo?
“Ho chiamato Josip quando mi sono trasferito a Firenze. Ma siamo ancora tutti in contatto tra di noi. E anche questo è bello, perché con Hateboer ad esempio è nata un’amicizia stupenda, come con Freuler, Djimsiti, Toloi, Palomino, De Roon e tanti altri. Ho rivisto Muriel a Bergamo, abbiamo parlato per due ore. In un mondo veloce come quello del calcio queste cose non capitano spesso, è inusuale che un gruppo crei un rapporto così stretto”.
Gosens abbraccia Ilicic. Foto GettyDi questa nuova Atalanta che idea si sta facendo?
“Sono davvero molto curioso. Mister Sarri è un grandissimo allenatore, che ha un’identità chiara e sa esattamente cosa vuole. Si vedono già i principi che sta applicando: da avversario ricordo come fosse molto difficile affrontare il suo possesso palla, leggendo i collegamenti tra le tre linee, ma anche le catene laterali, movimenti fatti alla perfezione. Seguirli è davvero difficile, considerando le distanze così strette tra i giocatori e il modo in cui aprono il gioco rende molto complicato anticipare le giocate. Venendo da dieci anni con lo stesso stile di gioco, passare dalla difesa a tre a quattro è uno switch importante. Ma la società ha fatto investimenti importanti e mi auguro che andrà tutto alla grande, anche perché io mi definisco ancora tifoso nerazzurro”.
Ha lavorato con Palladino alla Fiorentina nella stagione 2024/25: semifinale di Conference League, sesto posto in campionato con 65 punti, un percorso rilevante anche per lei personalmente, visto che sotto la sua gestione ha ritrovato la nazionale tedesca. È stato sorpreso di non vederlo confermato all’Atalanta?
“Da fuori la mia impressione è che abbia fatto un buon lavoro, con la squadra e anche con i giocatori a livello individuale, ma a me sembra che non sia stata una scelta ‘contro’ Raffaele, ma più per optare per un reset totale, intraprendere una strada completamente diversa, con una nuova identità”.
La Conference League ha imparato a conoscerla negli ultimi due anni con la Fiorentina, come in passato l’Europa League e la Champions. Cosa si deve aspettare l’Atalanta all’interno di questa nuova esperienza?
“Io amo il calcio romantico, sono fatto così. Andare a giocare in paesi che nessuno conosce, contro squadre sconosciute, è un’esperienza che mi fa impazzire. Vero, la Champions è la cosa più bella, ma penso ad esempio al viaggio a Jagellonia in Polonia a novembre: due ore e mezza di aereo, altre di pullman per arrivare a giocare una partita a -13 gradi. Tanti miei compagni pensavamo: ‘ma dove ca… siamo?’. Ma io ero affascinato da tutto questo. Trasferte impossibili in posti che non rivedrai quasi mai più: l’Atalanta deve attendersi questo, di affrontare squadre con nuovi stili di gioco. Viaggi lunghi e magari pesanti, tornare il venerdì per poi giocare di nuovo domenica a mezzogiorno. Pesa, toglie energie, ma la verità è che resta un’altra grande occasione per conquistare il trofeo visto che l’Atalanta parte come una delle favorite”.
Gosens alla Fiorentina con mister Palladino. Foto GettyOra è tornato in Germania per la sua seconda esperienza dopo la stagione all’Union Berlino nella stagione 2023/24, in una squadra neopromossa dopo 3 stagioni di Zweite Liga, in un gruppo con esperienza da vendere e tanta leadership. Che aspettative avete per la stagione? E quali obiettivi personali si è posto?
“L’esperienza è indispensabile perché in Bundesliga bisogna anche sopravvivere a momenti difficili, soprattutto per una squadra che ha tanti leader, ma anche tanti giocatori che non sono abituati alla massima serie. Quindi ci aspettiamo una stagione di difficoltà, ma nella quale puntiamo a stabilirci. Il primo anno è sempre molto difficile, perché non sai esattamente che livello hai rispetto agli altri. Una cosa è certa: lo Schalke 04 deve stare in Bundesliga, dobbiamo restare in questa categoria. Personalmente mi aspetto di essere un valore aggiunto, secondo me il modulo con tre difensori e due quinti è perfetto per le mie caratteristiche. In spogliatoio voglio essere uno che alza la voce, che fa il leader per i giovani e che dà l’esempio. Ed è un ruolo in cui mi trovo molto bene”.
Gosens a Gelsenkirchen ritrova Edin Dzeko come compagno per la terza volta in carriera, dopo aver condiviso con lui lo spogliatoio all’Inter e alla Fiorentina per 6 mesi.
Viene da una nazione che calcisticamente sta affrontando una crisi paragonabile a quella del calcio italiano, anche se almeno i Mondiali li gioca… Lei ha conosciuto entrambe le realtà e ha anche frequentato la nazionale tedesca dal 2020 al 2025: vede delle similitudini nelle due crisi?
“Un conto è trovare il problema, un altro rilevare quale possa essere la soluzione migliore. Non è sicuramente facile. Anche qui in Germania, come in Italia, sappiamo qual è il problema, ma non sappiamo risolverlo”.
Chiudiamo con un sorriso: lei intanto al nuovo ct tedesco Klopp ha fatto gol. Liverpool-Atalanta 0-2, 25 novembre 2020.
“Esattamente! Magari ripartiamo da lì…”.


