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Guccini, si è spenta la voce dell’indignazione e del sogno
Foto Getty

Sono passati gli anni, i decenni: Guccini ha continuato a esercitare una forte presa sui giovani di più generazioni, diventati poi adulti con grandi ideali da passare in staffetta di coinvolgimento

Se n’è andato a 86 anni Francesco Guccini, in un 6 agosto di bollini rossi per l’afa opprimente. Ha interpretato il sentire di un tempo lungo nel secolo breve. Era sbocciato alle cronache con un anno di anticipo sulla fioritura del 68 e del maggio francese, dilagato oltre ogni frontiera, anche quelle della cortina orientale.

“Stagioni” era il titolo di una sua raccolta (ne ha fatte più di 20 memorabili): lui, l’uomo, il ribelle, il romantico, il sognatore e cantautore e molto altro ancora, acquartierato sull’Appennino, a scandire le “stagioni” di un impegno robusto di sensibilizzazione e di riflessione, di etica su alcuni temi forti del vivere. Prendiamo la pace. Cantava Auschwitz e correva il 1967, quando la compose. Un repertorio di vigore civile, ma anche un ispiratore di sogni, un suscitatore di emozioni.

Sono passati gli anni, i decenni: Guccini ha continuato a esercitare una forte presa sui giovani di più generazioni, diventati poi adulti con grandi ideali da passare in staffetta di coinvolgimento. Li contagiava con il suo carisma, con la genuinità del suo stile di vita che faceva da cielo alle sue canzoni, alla sua scrittura. Sapeva essere istrionico, urticante, ironico, satirico. Soprattutto sapeva anche commuovere, emozionare, mettere i brividi con certe canzoni che resteranno memoria storica e patrimonio epocale. In un incontro, che era stato un viaggio attorno all’uomo e all’intellettuale, si era raccontato con sincerità, davanti a una bottiglia di immancabile lambrusco, che amava portare anche sul palco dei suoi concerti.

Riprendo qui i passi salienti di quella indimenticata e indimenticabile conversazione. C’è una frase che è sintesi di uno stile di vita: “Sapersi accontentare”. Era la filosofia di un docente e intellettuale valdimagnino, direttore del Liceo Lussana a Bergamo in anni non facili, Costantino Locatelli. In sintonia perfetta con Guccini, a rispettiva insaputa, ma convergenti!

Un “montanaro dell’Appennino”

Compositore di canzoni, scrittore, attore: quale è il genere espressivo preferito da Francesco Guccini?

Sono soprattutto uno scrittore. Che sia poi di libri o di canzoni, c’è poca differenza.

Guccini è di una popolarità radicale. Massima genuinità, canzoni che interpretano l’animo della gente. Se Gaber era metropolitano, lei è “campagnolo”. Come si vede allo specchio?

Preferisco vedermi nei panni del montanaro. Uno dell’Appennino. Sono attaccato alle mie radici. È un imprinting che ho avuto da piccolo, anche se non nato in montagna bensì in pianura. Sono arrivato in montagna che avevo pochi mesi e qui ho imparato a mangiare, a camminare, a parlare. Molto legato, a vita, ai posti di questo mio Appennino. La mia cultura di base è stata e rimane quella lì. Sono rimasto legato moltissimo a questo modo di vedere le cose.

Quanto può servire la canzone a veicolare messaggi?

Non ho mai voluto lanciare messaggi. La canzone è un tramite per lanciare le idee, che poi possono essere interpretate in maniera diversa. Non è detto che il pensiero
dell’autore sia quello giusto, quello fondamentale. È un modo di narrare quello che si sente e si pensa.

“Meglio una sana festa popolare”

Che tipo di pubblico occorre per percepire il messaggio delle sue canzoni? Qual è il pubblico ideale a cui si rivolge e con cui parla? Dove lo trova?

Lo trovo quando faccio i concerti, lo avvicino nella gente che mi viene a trovare, nell’affetto più che nell’ammirazione di fans. Le luci della ribalta mi lasciano a disagio. Non sono abituato a frequentare il bel mondo. Sono molto schivo, preferisco una sana festa popolare.

Dove trova le fonti di ispirazione? E ci sono ancora? Ora la vita s’è omogeneizzata…

Non lo so. Sono lampi improvvisi che ti possono arrivare. Sono idee che ti capitano magari mentre non ci pensi. A volte un granello che, a forza di pensarci, diventa un
qualcosa di più, prende spessore.

Chi sono gli autori che sente più affini, come cantanti e come scrittori?

Per quanto riguarda la canzone, è meglio lasciar perdere perché mi attirerei solo antipatie o simpatie gratuite. Come autori letterari, quelli sono tanti, tantissimi. Sono sempre stato un grandissimo lettore, fin da ragazzino. I libri macinati sono stati tanti. La mia è la somma di tanti autori che mi sono rimasti dentro nel corso degli anni.

“Sono fatto così, vivo così”

La coerenza tematica e culturale paga? Quali sono i temi nuovi che gli sono venuti sottomano?

Non lo so proprio se ho dei temi nuovi. Ho fatto dei pezzi nuovi, che propongo nei miei concerti ed ho anche altre idee per altre canzoni. Ma solo alla fine, quando li
compatto per fare il lavoro discografico, mi accorgo che c’è un filone conduttore principale rispetto ad altri secondari.

La sua musica, i testi delle sue canzoni, i suoi libri infiammano intere generazioni: quale la formula vincente nel trovare sempre la chiave giusta per comunicare con i giovani? 

“Auschwitz” è del 1966 prima interpretata dall’Equipe 84 poi l’anno dopo da me. È un motivo che ancor oggi ha delle cose da dire. Sono canzoni che attraverso il tempo
non hanno perso il loro significato. Poi credo anche la mia personalità: che non è un’invenzione ad uso della stampa. Io sono fatto così, vivo così. Si vede che posso
piacere sia ai giovani sia ai meno giovani.

Che differenze nota tra gli adolescenti delle varie fasce anagrafiche? Come si confronta con le nuove generazioni?

Io penso che gli adolescenti siano sempre uguali dai tempi degli antichi romani fino ai giorni nostri. Le istanze delle nuove generazioni sono poi sempre le stesse.

“Meglio i paesini delle città”

Internet, e-mail, cellulari, social hanno avvicinato le persone o le hanno allontanate tra loro? Come concilia le sue abitudini con le nuove tecnologie?

Non ne voglio sapere nulla. Io ho un computer e lo adopero per scrivere e basta. Non voglio sapere niente di internet, di poste elettroniche, di telefonini. Non ho il cellulare e non me ne importa niente. Non ho neppure la patente di guida, anche se mi servo dell’auto. Sono rimasto alla prima metà del secolo scorso.

Quali rimedi e precauzioni contro indifferenza e solitudine?

Magari lasciare una grande città e venire ad abitare in un piccolo paese. Uno che voglia metter su famiglia, sta bene anche nei paesini. Dipende dal modo di pensare e di vedere. C’è una tendenza in atto ed evidente: molta gente sta abbandonando le città.

Che cosa detesta del nostro vivere?

Detesto la faciloneria che fa da concime alla non-cultura imperversante. Non mi piacciono i richiami dei desideri facili, ai quali la gente può attingere, sotto l’impulso seducente della televisione. Adesso i sogni degli adolescenti e delle ragazzine sono quelli di fare il calciatore o le veline o del Grande Fratello. Io mi impongo di credere che non tutti da grande vogliano prendere queste strade. Almeno, lo voglio sperare.

“Il mio traguardo: accontentarsi”

Ha dei rimpianti, dei rimorsi? E quali attese eventualmente?

Rimorsi, direi di no; rimpianti, chi non ne ha? Ma tutto sommato, per usare un modo di dire emiliano, se deve andar male, che vada così. Il mio traguardo fisso resta uno solo: sapersi accontentare.

La speranza tiene vivi i nostri giorni e scalda il cuore. Come la respira Guccini?

La speranza la vedo come una domanda che ciascuno si pone continuamente, sapendo benissimo che la risposta non ci sarà, ma sapendo altrettanto benissimo che bisogna continuare a farsela.