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Capacità di intendere e di volere: cosa valuta davvero il giudice? Perché la diagnosi, da sola, non basta

C’è una differenza sostanziale tra diagnosi e imputabilità, che aiuta anche a comprendere perché due persone con la stessa diagnosi possano essere valutate diversamente sul piano giuridico

“Era incapace di intendere e di volere.” È una delle espressioni che più spesso ricorrono nei titoli di cronaca quando un grave reato coinvolge una persona con un disturbo mentale. Sono parole che sembrano semplici, quasi intuitive, ma che racchiudono uno dei concetti più complessi del diritto penale e della psichiatria forense. Una diagnosi è davvero sufficiente per stabilire se una persona possa essere ritenuta penalmente responsabile delle proprie azioni? La risposta è molto più complessa di quanto si
possa immaginare.

Il percorso che ha portato all’attuale concetto di imputabilità è il risultato di un’evoluzione durata secoli, durante i quali è cambiato profondamente il modo di interpretare il comportamento umano e la sofferenza psichica. Oggi siamo abituati a considerare la malattia mentale come una condizione che può essere descritta, studiata e trattata. Per molti secoli, però, non è stato così. I comportamenti che apparivano incomprensibili, irrazionali o fuori dall’ordinario venivano interpretati attraverso categorie profondamente diverse da quelle attuali. Nella cultura medievale, ad esempio, spiegazioni religiose e morali occupavano un ruolo centrale: la possessione demoniaca o l’intervento di forze soprannaturali rappresentavano spesso le principali chiavi di lettura di fenomeni che oggi potrebbero essere ricondotti a una sofferenza psichica.

Solo con il progressivo sviluppo del pensiero scientifico e della medicina iniziò ad affermarsi una diversa interpretazione del comportamento umano. La sofferenza psichica divenne sempre più oggetto di osservazione e studio. Con l’Illuminismo si afferma l’idea che la responsabilità penale non possa dipendere esclusivamente dal fatto commesso, ma debba tenere conto anche delle condizioni della persona che lo ha compiuto. Da questo cambiamento prende avvio un lungo processo culturale e giuridico che porterà alla nascita del moderno concetto di imputabilità.

È infatti proprio tra la fine del Settecento e l’Ottocento che il modo di guardare al comportamento umano cambia profondamente. Il diritto inizia a dialogare con la medicina e con le prime discipline psichiatriche, aprendo la strada a una nuova concezione della  responsabilità penale. La domanda non è più soltanto se una persona abbia commesso un reato, ma anche in quali condizioni mentali lo abbia fatto. Nei decenni successivi, con lo sviluppo della psichiatria e della criminologia, questa riflessione si approfondì ulteriormente, dando origine ai primi tentativi di spiegare il comportamento criminale attraverso modelli scientifici. In questo contesto si inserisce la figura di Cesare Lombroso, destinata a influenzare profondamente la nascente criminologia.

Partendo dagli studi di fisiognomica e frenologia e dalle osservazioni condotte su soggetti detenuti, Lombroso elaborò la teoria del cosiddetto “criminale nato”, sostenendo che alcuni individui presentassero caratteristiche biologiche e anatomiche riconoscibili, tali da predisporli al comportamento criminoso. Sebbene queste teorie siano oggi considerate superate, rappresentarono un momento importante nella storia della criminologia perché contribuirono a spostare l’attenzione dall’analisi del reato allo studio dell’autore del reato. Da quel momento il comportamento criminale iniziò a essere osservato non solo come violazione della legge, ma anche come fenomeno da comprendere attraverso strumenti scientifici.

Parallelamente, anche il concetto di infermità mentale andò progressivamente trasformandosi. Se in passato prevaleva una distinzione netta tra «sano» e «folle», con il tempo emerse una visione molto più articolata del funzionamento psichico. La riflessione scientifica e giuridica iniziò infatti a riconoscere che le condizioni mentali possono manifestarsi con caratteristiche e livelli di gravità differenti e che il loro significato, sul piano giuridico, non può essere valutato in modo astratto. Se la nascita della psichiatria forense ha modificato il modo di osservare il comportamento umano, gli sviluppi più recenti hanno cambiato soprattutto il modo di valutare la responsabilità penale.

Per molto tempo si è ritenuto che la presenza di una malattia mentale fosse l’elemento decisivo per stabilire se una persona fosse imputabile o meno. Con l’evoluzione delle conoscenze scientifiche e della giurisprudenza questa impostazione è stata progressivamente superata. Oggi il giudizio sull’imputabilità richiede una valutazione molto più ampia, capace di considerare il concreto funzionamento psichico della persona nel momento in cui il reato è stato commesso. Un passaggio particolarmente significativo in questa evoluzione è rappresentato dalla sentenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione n. 9163 del 2005. La pronuncia ha ribadito che il giudizio sull’imputabilità non può fondarsi esclusivamente sull’etichetta diagnostica attribuita alla persona, ma deve considerare gli effetti concreti che quella condizione ha avuto sul suo funzionamento psichico nel momento in cui il reato è stato commesso.

Questo significa che la domanda non è più: “Di quale disturbo soffre questa persona?”, ma piuttosto: “In che modo quella condizione ha inciso sulla sua capacità di comprendere il significato delle proprie azioni e di autodeterminarsi nel momento del fatto?”.
Oggi, quando il giudice dispone una perizia sull’imputabilità, il quesito non riguarda semplicemente l’esistenza di una malattia mentale. Allo psicologo e allo psichiatra forense è richiesta una valutazione tecnica molto più complessa: ricostruire il funzionamento psicologico dell’individuo nel momento in cui il reato è stato commesso e stabilire se quella condizione abbia compromesso, e in quale misura, la capacità di comprendere il significato delle proprie azioni e di autodeterminarsi. Si tratta di una valutazione che richiede l’integrazione di più dati: la documentazione sanitaria, la storia clinica e personale del periziando, gli atti processuali, i colloqui clinici, le informazioni raccolte durante l’indagine e, generalmente, anche l’impiego di test
psicodiagnostici. Nessun singolo elemento, considerato isolatamente, è sufficiente per rispondere al quesito del giudice.

C’è una differenza sostanziale tra diagnosi e imputabilità, che aiuta anche a comprendere perché due persone con la stessa diagnosi possano essere valutate diversamente sul piano giuridico. La diagnosi descrive una condizione medico-clinica; la valutazione dell’imputabilità, invece, richiede di comprendere quale impatto concreto quella condizione abbia avuto sul comportamento nel momento del fatto. È proprio questo passaggio che rende la perizia psicologico-forense un compito di particolare complessità e responsabilità.
In definitiva, cosa valuta davvero il giudice? Non la sola presenza di una malattia mentale, né la gravità di una diagnosi, ma la capacità concreta della persona, nel momento in cui ha commesso il fatto, di comprendere il significato delle proprie azioni e di autodeterminarsi. È questa complessità a rendere l’imputabilità uno dei temi più delicati e affascinanti della psicologia e della psichiatria forense.


Dott.ssa Sabrina Lucini
Psicologa clinica con specializzazione giuridico forense


Bibliografia
 Codice Penale della Repubblica Italiana, artt. 85, 88 e 89.
 Corte di Cassazione, Sezioni Unite Penali, sentenza 25 gennaio 2005, n. 9163 (dep. 8 marzo 2005), cd. sentenza Raso.
 Fornari U., Trattato di psicopatologia e di psichiatria forensi. Tomo I, IX ed., Utet Giuridica, Torino, febbraio 2024.
 Fornari U., Raso S., Infermità mentale, imputabilità e disturbi di personalità dopo la sentenza delle Sezioni Unite n. 9163/2005.