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Lo sport di questa calda estate: c’è una storia diversa, lontana dagli eccessi raccontati

Viviamo un tempo in cui il racconto prevalente delle generazioni è quello dello scontro: giovani e meno giovani descritti come mondi incomunicabili, distanze rese ancora più rumorose e roboanti da chi, sui social e non solo, trova più conveniente accendere un conflitto che raccontare una continuità

C’è un dettaglio che accomuna i protagonisti di questa estate sportiva, ed è tanto semplice quanto raro: sono ragazzi che vincono senza urlare. In un tempo in cui il successo si misura spesso in decibel, provocazioni e polemiche da social, la generazione che sta riscrivendo i record del tennis, della Formula 1, del calcio e del ciclismo sembra arrivare da un’altra epoca. Educata, composta, quasi timida davanti ai microfoni. E di grande qualità in campo, in pista, in strada e anche fuori.

Sinner, impeccabile sempre

Jannik Sinner ha compiuto ventiquattro anni ad agosto e ha già consegnato al tennis italiano una stagione da record: numero uno del mondo, un bilancio impressionante di vittorie contro pochissime sconfitte, titoli conquistati anche sulla terra rossa — la superficie che un tempo si diceva gli fosse meno congeniale — e la conferma del trionfo a Wimbledon per il secondo anno consecutivo. Sinner parla poco, si scusa quando sbaglia, ringrazia sempre lo staff. Ha costruito un impero fatto di lavoro silenzioso, e proprio per questo il pubblico italiano lo ha adottato come simbolo di una sobrietà che sembrava fuori moda.
Anche nell’immagine che offre di sé, Sinner resta lontano da ogni eccesso: niente tatuaggi vistosi, niente look sopra le righe, un guardaroba curato ma sobrio anche fuori dal campo. Con gli avversari il copione non cambia mai: esultanze contenute, strette di mano rispettose a rete, parole di elogio per chi lo ha battuto o per chi ha sconfitto — persino nei momenti di maggiore rivalità, come quella ormai leggendaria con Carlos Alcaraz, il rapporto è raccontato da entrambi come una stima quasi fraterna più che come un duello personale.

Antonelli, il predestinato senza arroganza

Nella sua seconda stagione in Formula 1, Andrea Kimi Antonelli, nato a Bologna nel 2006, ha stupito il paddock diventando il più giovane pilota della storia a guidare il Mondiale piloti. A metà stagione, dopo undici Gran Premi, il diciannovenne della Mercedes ha già conquistato sei vittorie — un bottino che eguaglia lo storico record italiano di Alberto Ascari nel 1952 per numero di successi in una singola stagione — ed è saldamente al comando della classifica piloti, con un margine di circa cinquanta punti sull’inseguitore più vicino, Lewis Hamilton. Cresciuto nella “motor valley” emiliana, viene descritto da chi lo conosce come un ragazzo umile, quasi schivo fuori
dall’abitacolo, capace di dividere gli studi tra scuola e sport senza mai perdere la testa nonostante il clamore mediatico attorno a lui.
Anche nel modo di correre si nota la stessa misura: niente gesti plateali dopo un sorpasso, niente frecciatine via radio contro gli avversari, nemmeno quando il rivale è il proprio compagno di squadra George Russell, con cui la sfida interna resta serrata ma sempre corretta. Nelle interviste post-gara Antonelli tende a spostare i meriti sulla squadra più che su di sé, un atteggiamento che in un ambiente spesso abituato a ego ingombranti risalta ancora di più.

Bellingham, lo stile inglese

A Madrid, dove gioca nel Real, Jude Bellingham ha ormai lo status di stella globale: appena ventitreenne, ha trascinato l’Inghilterra fino alle semifinali del Mondiale 2026, guadagnandosi più premi di migliore in campo lungo il torneo. Sul rettangolo verde ha la ferocia agonistica di chi vuole vincere tutto; fuori, si racconta di un ragazzo che ha scelto di tenere la famiglia vicino a sé, lontano dai riflettori delle vite patinate a cui il calcio moderno spesso abitua i suoi fenomeni.

Capelli corti, stile essenziale, poche concessioni all’eccentricità: anche l’estetica di Bellingham esprime la stessa sobrietà. Proprio la semifinale contro l’Argentina, persa dall’Inghilterra 2-1 dopo una clamorosa rimonta nel finale, ha finito per mettere in scena due modi opposti di vivere il campo — e resta probabilmente l’episodio più controverso dell’intero torneo. Da una parte un’Inghilterra composta, guidata da un Bellingham mai sopra le righe nemmeno nei momenti di maggiore tensione; dall’altra un’Albiceleste che, secondo la ricostruzione della stampa britannica, ha alzato parecchio i toni della sfida, tra cori negli spogliatoi dedicati alle Falkland/Malvinas, proteste plateali con gli arbitri, tempi morti e una lunga sequela di episodi contestati — al punto che i media inglesi hanno stilato un vero e proprio elenco di comportamenti giudicati antisportivi.
Per larga parte dell’opinione pubblica e della stampa britannica, quel contrasto tra il fair play mostrato dagli inglesi e i toni provocatori e sopra le righe di alcuni protagonisti argentini è stato percepito come un fattore che ha pesato sull’esito della partita, alimentando un dibattito acceso su quanto lo spirito sportivo possa risultare penalizzato di fronte ad atteggiamenti più aggressivi e “border line”. Va detto, per onestà, che si tratta soprattutto della lettura data Oltremanica: dal lato sudamericano prevale piuttosto la narrazione di una rimonta di carattere, firmata da una squadra che ha semplicemente saputo soffrire più dell’avversario. Va comunque riconosciuto che quella lettura britannica, pur non essendo l’unica, è apparsa condivisa piuttosto diffusamente anche al di fuori del Regno Unito da chi ha seguito la partita, complice la mole di episodi contestati che si sono susseguiti sul campo.

Resta il fatto che, esteticamente, il contrasto tra i due stili è apparso evidente anche fuori dal campo: se il look di Bellingham resta minimale, la nazionale sudamericana ha portato in campo — tra tatuaggi vistosi, chiome eccentriche e esultanze plateali dei suoi protagonisti — un’estetica decisamente più esuberante e sopra le righe, specchio di un modo diverso, più teatrale, di vivere la competizione.

Pogačar ed Evenepoel, il ciclismo dei gentiluomini

Anche il ciclismo quest’estate sta rappresentando questa nuova sensibilità. Il Tour de France 2026 ha messo di fronte due autentici fuoriclasse della nuova generazione: lo sloveno Tadej Pogačar, che ha conquistato il suo quinto titolo, entrando nel ristrettissimo club di leggende come Merckx, Hinault, Induráin e Anquetil, e il belga Remco Evenepoel, capace di batterlo in una cronometro e di conquistare due tappe consecutive, chiudendo la Grande Boucle al secondo posto della classifica generale senza mai perdere l’eleganza sportiva che lo contraddistingue — arrivando persino a difendere pubblicamente il rivale dalle critiche dei tifosi. Due ragazzi che si rispettano, si superano a vicenda con classe e restituiscono al ciclismo un’immagine di sportività quasi d’altri tempi.

A confermare lo stato di forma e la fame di vittorie di Evenepoel, campione olimpico in carica sia su strada sia a cronometro, è arrivata pochi giorni dopo la fine del Tour anche la Clásica San Sebastián, la classica più importante del calendario spagnolo: il belga l’ha vinta per la quarta volta in carriera, un record assoluto che nessun altro corridore, nella storia della corsa basca, era mai riuscito a eguagliare.
Anche il loro modo di presentarsi assomiglia a quello degli altri protagonisti di questa estate: niente coreografie plateali sul traguardo, gesti di vittoria misurati, un’attenzione quasi ossessiva al rispetto del gruppo e delle regole non scritte del ciclismo. Dopo le tappe più dure, capita spesso di vederli scambiarsi una pacca sulla spalla o qualche parola di stima prima ancora di scendere dalla bici: un dettaglio piccolo, ma che i tifosi più giovani sui social hanno imparato a notare e ad apprezzare tanto quanto il risultato in classifica.

Un dettaglio che dice molto: nessun tatuaggio

C’è un particolare, apparentemente marginale, che in realtà racconta bene lo stile di questa generazione: nessuno dei cinque protagonisti di questa estate sfoggia tatuaggi visibili, in uno sport contemporaneo dove ormai è più la norma che l’eccezione. Non è naturalmente un discrimine, né un giudizio su chi sceglie di tatuarsi — una scelta legittimamente del tutto personale, diffusissima anche tra grandissimi campioni, e che nulla toglie al loro valore sportivo. Ma colpisce che, in un’epoca in cui il corpo è diventato spesso una superficie su cui dichiarare pubblicamente la propria identità, questi ragazzi abbiano scelto la strada opposta: lasciare che a parlare siano solo i risultati. Quasi un anticonformismo silenzioso, se si pensa che oggi coprirsi di simboli è la norma: chi ha davvero valore, sembrano suggerire con i fatti più che con le parole, non ha bisogno di aggiungere nulla a sé stesso per farsi notare.

Una generazione che cresce in fretta, senza bruciarsi

Sinner, Antonelli, Bellingham, Pogačar, Evenepoel: cinque nomi, quattro sport, quattro paesi diversi. Ma un unico filo conduttore. Sono ragazzi che hanno raggiunto vertici assoluti prestissimo, spesso da adolescenti, e che invece di lasciarsi travolgere dal successo lo hanno trasformato in metodo, disciplina, rispetto per gli avversari. Non cercano la provocazione, non hanno bisogno di inventarsi personaggi sopra le righe: lasciano che sia lo sport a parlare.
In un’epoca dominata da eccessi ed esasperazione, forse è proprio questo il vero elemento sovversivo di questa nuova generazione: la sobrietà come stile, la gentilezza come forma di forza.
Ragazzi che vincono senza bisogno di distruggere nulla intorno a sé — nemmeno l’avversario, nemmeno l’immagine di sé stessi.
Ed è forse questo l’aspetto più interessante per chi guarda allo sport come specchio della società: milioni di adolescenti che oggi si allenano, corrono, pedalano o colpiscono una pallina immaginando di diventare come loro, non stanno assorbendo solo un modello sportivo, ma un modello di comportamento. In un momento in cui i social premiano l’esagerazione e la provocazione come scorciatoia per la visibilità, il fatto che i volti più forti dello sport mondiale siano proprio quelli più composti racconta ai più giovani che si può arrivare in cima restando sé stessi, senza dover urlare per farsi notare.

Da Franco Baresi a questa generazione: un passaggio di testimone di impegno e valori, di stile e sobrietà

Non è un caso, forse, che questa riflessione arrivi proprio nei giorni in cui il calcio italiano ha salutato Franco Baresi, scomparso a 66 anni dopo una lunga malattia. Capitano silenzioso, del Milan e della Nazionale di calcio, mai sopra le righe, capace di guidare con l’esempio più che con le parole: la sua idea di leadership, fatta di sobrietà e rispetto, sembra aver lasciato un’eredità che arriva fino a questi ragazzi, pur di sport e generazioni diverse. Quasi un testimone consegnato, senza clamore, a chi oggi raccoglie la stessa lezione: che lo stile, prima ancora dei trofei, resta la cosa più difficile da vincere.

Ed è proprio questo, forse, il punto più importante da sottolineare. Viviamo un tempo in cui il racconto prevalente delle generazioni è quello dello scontro: giovani e meno giovani descritti come mondi incomunicabili, distanze rese ancora più rumorose e roboanti da chi, sui social e non solo, trova più conveniente accendere un conflitto che raccontare una continuità. È un immaginario collettivo semplificato, che rischia di far passare come normale — quasi inevitabile — una frattura che nei fatti, per larga parte, semplicemente non esiste. Il filo che lega la sobrietà di Baresi alla misura di questi campioni di oggi racconta l’esatto contrario: un’affinità di valori che attraversa le generazioni molto più di quanto certe narrazioni vogliano far credere, e che qui si individua nelle sue espressioni più celebrate — quelle sotto i riflettori dello sport — ma che può trovare riscontro, silenziosamente, in ogni ambito della vita quotidiana: nel lavoro, nella scuola, nelle famiglie.

È un’affermazione di serietà e maturità che attraversa e unisce generazioni diverse, che fanno dell’impegno e dei valori, dello stile e della sobrietà, un tratto comune che deve poter emergere con più forza. Un tratto che rema contro l’immagine oggi dominante di un’epoca descritta, in ogni ambito — a partire dalla società e dalla politica — come sempre più polarizzata e conflittuale. Non è così, o almeno non lo è ovunque e non lo è sempre: e forse vale la pena ricordarlo, proprio a partire da un campo da tennis, da una pista o da un campo da gioco.

Perché questa affinità si affermi e si diffonda davvero, però, non basta uno sguardo più attento: è una questione culturale, e come tale richiede un percorso ampio, condiviso, da costruire insieme, giorno dopo giorno, oltre le semplificazioni e i luoghi comuni. Continuare a raccontarlo, a partire anche da un campo da gioco, è un modo concreto per tenere accesa la speranza nel nostro futuro.