Lo spettro della stagflazione 2026: quando l’energia torna a dettare legge sui mercati
Lo shock energetico del 2026 ci ricorda che la geopolitica non è un rumore di fondo, ma è un driver primario per portafogli e bilanci
In questi giorni di fine luglio 2026 i mercati finanziari si risvegliano con un vecchio incubo: il petrolio oltre i 100 dollari al barile, il gas in risalita e lo Stretto di Hormuz tornato a essere un punto critico della geopolitica mondiale. Lo shock energetico scatenato dall’escalation delle tensioni in Medio Oriente sta rimettendo in discussione tutte le previsioni di crescita per l’Eurozona e per l’Italia, riaccendendo l’inflazione proprio mentre le banche centrali speravano di poter allentare la presa sui tassi. Siamo di fronte al rischio concreto di una “stagflazione light”, ovvero ad una crescita anemica (o addirittura zero nel secondo semestre) accompagnata da prezzi persistenti al rialzo. Un mix tossico per azioni e obbligazioni. Per gli investitori italiani, questo non è un problema astratto ma significa margini compressi per le imprese, bollette più care per le famiglie e portafogli da ricalibrare in fretta. Analizziamo cosa sta succedendo, quali saranno le conseguenze sui listini azionari e sul mercato obbligazionario e come orientarsi in uno scenario diventato improvvisamente più complesso.
Questa settimana Piazza Affari ha mostrato un buon tono complessivo, considerato il meeting della Fed, con il FTSE MIB che ha chiuso in chiaro rialzo dello 0,71% (+16,08% dall’inizio dell’anno), riportandosi sopra i 52.000 punti. Dopo qualche oscillazione, l’indice principale ha beneficiato di una combinazione favorevole: rotazioni settoriali tra banche ed energia, il recupero di alcuni titoli tecnologici e industriali, e un clima di mercato più costruttivo sostenuto anche dai solidi dati sul PIL italiano del primo semestre. Nel complesso è stata una settimana positiva, con un andamento più deciso rispetto alle sedute precedenti. Ancora meglio ha fatto il FTSE Italia STAR, che ha sovraperformato nettamente con un guadagno del 2,05% (-2,49% dall’inizio dell’anno). Le mid cap hanno confermato la loro dinamicità, attirando flussi interessanti e dimostrando una maggiore reattività rispetto al listino principale. Un segnale positivo per chi guarda al segmento delle medie capitalizzazioni. Diverso invece il discorso per il FTSE Italia Growth, che ha terminato la settimana in leggera flessione e pari allo 0,69% (+5,30% dall’inizio dell’anno).
L’indice delle micro cap ha risentito di una maggiore selettività del mercato, con qualche presa di profitto dopo i buoni movimenti delle settimane scorse e una volatilità tipica di questo segmento più speculativo.
Miglior titolo della settimana, Amplifon (+10,27%), grazie soprattutto ai buoni risultati dei risultati del 1H26, che ha visto ricavi per 1,19 miliardi di euro (in crescita dell’1,3% a cambi costanti) e un utile netto adjusted in rialzo del 12,3%. Particolarmente apprezzata dagli investitori è stata l’accelerazione della crescita organica (+3,5% nel semestre, con un picco nel secondo trimestre), la migliore degli ultimi due anni, insieme al miglioramento della marginalità (Ebitda adjusted al 25,1%). Il mercato ha premiato la solidità operativa e la conferma della guidance per l’intero 2026, che prevede una crescita organica superiore al 3% e un’espansione del margine di circa 100 punti base.
Secondo miglior titolo, Brunello Cucinelli (+7,92%) che ha brillato grazie a numeri molto forti del 1H26 e ad un upgrade della guidance. Nel primo semestre i ricavi sono saliti del 9,5% a cambi correnti (e del 13,3% a cambi costanti) a 749,4 milioni di euro, con una performance eccellente del canale retail (+19,3% a cambi costanti) e una crescita diffusa in tutte le aree geografiche, in particolare Americhe e Asia (con la Cina in evidenza). L’azienda ha alzato le stime di crescita per l’intero 2026 dal 10% al 10-11%, trasmettendo grande fiducia sul momentum del brand e sulle collezioni future. Questo mix di risultati sopra le attese e outlook rivisto al rialzo ha spinto forte il titolo.
Medaglia di bronzo per Ferrari (+7,68%) che ha beneficiato di una trimestrale solida e di un aumento delle previsioni per il 2026. Nel secondo trimestre i ricavi netti sono cresciuti dell’8% (11% a cambi costanti) a 1,94 miliardi, con un Ebitda a 755 milioni e un utile netto a 463 milioni. La forza è arrivata soprattutto dal mix di prodotto, dalle personalizzazioni (oltre il 20% dei ricavi) e da modelli ad alto margine.
L’amministratore delegato, Vigna, ha rivisto al rialzo la guidance 2026, portando i ricavi previsti a circa 7,6 miliardi (da 7,5). Anche il mercato ha apprezzato l’ottima accoglienza della prima elettrica Luce e la forza complessiva del brand.
Il peggior titolo della settimana è stato Italgas (-10,96%) che, nonostante la pubblicazione di risultati solidi del 1H26 che ha pubblicato risultati semestrali solidi, con ricavi in crescita a doppia cifra grazie anche al perimetro allargato (consolidamento di 2i Rete Gas) e sinergie in corso, sembra scontare un indebitamento elevato (oltre i 10 miliardi) legato agli investimenti pesanti e una reazione tiepida ai numeri, che non hanno sorpreso positivamente rispetto alle attese elevate. In un contesto di tassi ancora alti, i titoli con alto debito e profilo regolamentato hanno sofferto prese di profitto.
Simile il discorso per Snam (-5,44%), che ha riportato ricavi sopra i 2 miliardi e un utile in leggero aumento, confermando la guidance. Nonostante i numeri decenti, il titolo ha accusato realizzi. Gli investitori hanno preferito ruotare verso altri settori (banche, energia oil&gas, tech in rimbalzo) e penalizzato le utility difensive, percepite come meno dinamiche in questa fase di mercato.
Prysmian (-5,17%) ha vissuto un’altalena tipica dopo la trimestrale. Ha riportato un trimestre record (ricavi +9,4% organici, Ebitda a 730 milioni) e ha alzato la guidance 2026, ma il titolo ha comunque chiuso la settimana in calo (con picchi di -4% in alcune sedute). Il mercato ha probabilmente “prezzato” già da tempo questi ottimi risultati e ha colto l’occasione per prendere profitto dopo la forte corsa degli ultimi mesi.
Inoltre, parte della debolezza può essere legata alla componente ciclica del business cavi e a una rotazione settoriale generale.
In questi caldi giorni di fine luglio 2026, mentre molti italiani pensano alle ferie o alle bollette da pagare prima di partire, i mercati finanziari stanno vivendo un déjà-vu che sa tanto di 2022, ma con tratti nuovi e forse più insidiosi. Il Brent ha di nuovo superato la soglia psicologica dei 100 dollari al barile, il gas TTF europeo è risalito con decisione e lo Stretto di Hormuz – quell’arteria vitale per il 20% circa del petrolio mondiale – è diventato di nuovo un collo di bottiglia geopolitico. Non si tratta di un semplice “picco estivo”.
È uno shock energetico che sta rimettendo in discussione le previsioni di crescita per l’Eurozona e l’Italia, riaccendendo l’inflazione e costringendo investitori, banche centrali e imprese a ripensare le proprie strategie.
Parliamone in modo chiaro e senza giri di parole, come si fa tra chi gestisce risparmi o un’azienda, perché questo non è solo un problema “lontano” che riguarda petrolieri e grandi banche. Ha implicazioni dirette su azioni, obbligazioni, portafogli familiari e bilanci delle PMI bergamasche e lombarde, che di manifattura vivono.
Il contesto da tregua fragile a nuova escalation
Pochi mesi fa sembrava che un accordo provvisorio tra Stati Uniti e Iran potesse riportare un po’ di calma sui mercati energetici. I prezzi del greggio erano scesi sotto gli 80 dollari e le aspettative di un taglio dei tassi da parte di Fed e BCE si erano rafforzate. Poi è arrivata l’estate calda anche sui fronti geopolitici.
Attacchi Houthi nel Mar Rosso, tensioni rinnovate su Hormuz, minacce reciproche e interruzioni dei flussi hanno fatto schizzare di nuovo le quotazioni. Secondo le stime più recenti, i transiti nello stretto sono calati di oltre il 30% in poche settimane. Risultato? Petrolio sopra i 100 dollari e gas in rialzo, con effetti a cascata su benzina, diesel, elettricità e costi di produzione.
L’Ufficio Studi della CGIA di Mestre ha quantificato la stangata per l’Italia in circa 29 miliardi di euro in più nel 2026 solo per energia e carburanti, con la Lombardia che potrebbe pagare il conto più salato (oltre 5 miliardi). Non siamo ai livelli drammatici del 2022, ma la ferita si riapre su un’economia già fragile, con crescita anemica e debito pubblico elevato.
Stagflazione – la parola che nessuno voleva sentire
Stagflazione significa crescita bassa o nulla accompagnata da inflazione alta. È il peggior incubo per le banche centrali perché le ricette tradizionali non funzionano. Alzare i tassi frena ulteriormente l’economia, abbassarli o tenerli fermi rischia di far radicare le aspettative inflazionistiche. Confindustria, nel suo Congiuntura Flash di luglio, parla senza mezzi termini di “terzo trimestre tutto in salita” per l’Italia, che significa investimenti in frenata, consumi penalizzati dal caro energia, credito più costoso per le imprese che chiedono prestiti proprio per pagare le bollette. Il FMI conferma una crescita del PIL italiano intorno al +0,5% nel 2026-2027, ma avverte che l’incertezza geopolitica pesa. In Eurozona il rischio è di stagnazione nella seconda parte dell’anno, con l’inflazione che potrebbe attestarsi sopra il 3% per buona parte del 2026.
Christine Lagarde ha più volte sottolineato che l’impatto dell’energia “deve ancora manifestarsi appieno” e che la BCE procederà “riunione per riunione”.
I mercati prezzano ora possibili rialzi dei tassi a settembre e dicembre. La stessa dinamica si vede oltreoceano, dove la Fed osserva con attenzione il dato sul lavoro e l’inflazione core, ma deve fare i conti con un dollaro forte e un petrolio caro.
Cosa significa per le azioni
Le Borse non amano l’incertezza e non amano la stagflazione. Abbiamo già visto listini globali arretrare nelle scorse sedute, con particolare pressione sui settori growth e ad alta valutazione. Chi soffre di più sono:
settori ciclici sensibili ai costi energetici (chimica, plastica, trasporti, automotive);
aziende con elevato fabbisogno di energia e margini compressi, tipiche delle nostre PMI;
tech e growth stocks, perché tassi più alti a lungo penalizzano i flussi di cassa futuri (duration elevata).
Chi resiste o guadagna sono:
energy companies e produttori di materie prime;
utility difensive con capacità di passare i costi ai clienti;
settori “value” con bilanci solidi e dividendi alti;
imprese esportatrici verso aree meno colpite (se il dollaro resta forte).
Per Piazza Affari, che ha una componente industriale importante, lo shock è doppio e vede costi più alti in casa e possibile rallentamento della domanda europea. Le rotazioni settoriali diventano centrali. Chi ha un portafoglio azionario concentrato su “tutto tech” o su indici broad rischia di soffrire più del necessario.
Meglio diversificare verso realtà con pricing power (capacità di trasferire i rincari sui prezzi) o esposizione diretta alle commodities.
Le obbligazioni – rendimenti in salita, ma opportunità selettive
Sul fronte del reddito fisso lo scenario è altrettanto chiaro. Timori inflazionistici spingono i rendimenti al rialzo. Bund, Treasury e BTP vedono le quotazioni sotto pressione, soprattutto sulle scadenze medie-lunghe. Lo spread BTP-Bund resta relativamente contenuto grazie alla BCE, ma la volatilità può aumentare rapidamente se lo shock energetico si prolunga. In un mondo di “higher for longer” (tassi più alti più a lungo), le obbligazioni tradizionali perdono appeal come diversificatore.
La correlazione azioni-obbligazioni, che era tornata negativa negli ultimi anni, rischia di virare di nuovo positiva. Quando l’inflazione sale, entrambi gli asset possono soffrire.
Se lo scenario è questo, occorre guardare a:
obbligazioni indicizzate all’inflazione (linkers);
titoli a tasso variabile o short duration;
credito investment grade di qualità elevata con spread interessanti;
bond di emittenti energy o infrastrutture in grado di beneficiare del contesto;
una quota di mercati emergenti selezionati o dollari-denominated per chi tollera il rischio cambio.
Per i BTP italiani il quadro resta gestibile grazie allo “scudo” BCE, ma nessuno può permettersi di sottovalutare il rischio di spread widening se la crescita italiana delude ulteriormente.
Strategie per investitori e famiglie
Beh, intanto no panic sell. Gli shock energetici hanno spesso effetti di breve-medio periodo. Chi ha un orizzonte pluriennale può usare le correzioni per ribilanciare. Poi rotazione e diversificazione, che significa ridurre l’esposizione eccessiva a growth ad alto multiplo, aumentare selettivamente energy, value e difensivi. Nei bond preferire duration contenuta. Inflation hedging su oro, commodities, azioni di società con forte pricing power, real assets.
Ma anche forte focus sui fondamentali, considerato che nelle fasi di volatilità geopolitica, le aziende con bilanci solidi, bassa leva finanziaria e generazione di cassa libera
resistono meglio. Da non sottovalutare una liquidità tattica, ovvero una riserva per cogliere opportunità quando la volatilità crea oversold. Le PMI e gli investitori locali dovrebbero prestare attenzione alla gestione del circolante e alla copertura dei rischi energetici (derivati, hedging). L’economia circolare e l’efficienza energetica, temi già cari anche a Bergamo, diventano ancora più strategici.
Lezioni dalla storia e sguardo al futuro
Non è la prima volta che l’energia detta legge. Negli anni ’70 lo shock petrolifero portò vera stagflazione. Nel 2022 la guerra in Ucraina fece lo stesso. Oggi la differenza è che le economie sono più resilienti (transizione energetica in corso, anche se lenta), ma anche più indebitate. Le banche centrali hanno meno munizioni di un tempo e i governi devono fare i conti con deficit elevati. Se lo shock si rivela transitorio (accordi diplomatici o aumento dell’offerta), potremmo vedere un rimbalzo rapido. Se invece diventa strutturale (tensioni prolungate), il 2026-2027 sarà un periodo di “nuova normalità” fatta di crescita bassa, inflazione a singhiozzo e mercati laterali o volatili.
La grande divergenza tra Fed e BCE, tra Stati Uniti e Europa, tra settori energy e il resto, diventerà il tema dominante. Tokyo e Pechino giocano le loro partite, ma il prezzo dell’energia resta il grande equalizzatore globale.
Navigare l’incertezza con metodo
Cari lettori di Bergamo News, non esiste una formula magica. Lo shock energetico del 2026 ci ricorda che la geopolitica non è un rumore di fondo, ma è un driver primario per portafogli e bilanci. Chi ha un approccio disciplinato – diversificazione reale, focus sui fondamentali, orizzonte di medio-lungo periodo – ha ottime probabilità di attraversare la tempesta meglio di chi rincorre le notizie del giorno. Il consiglio pratico?
Sedetevi con il vostro consulente o family office, rivedete l’asset allocation alla luce di uno scenario base “inflazione persistente più crescita debole” e di due scenari estremi (risoluzione rapida vs prolungamento del conflitto). Non sottovalutate i bond inflation-linked e non abbandonate del tutto l’azionario, ma siate selettivi.
L’economia bergamasca e lombarda hanno dimostrato resilienza in passato. L’innovazione, l’export di qualità e la capacità di adattamento sono i nostri punti di forza. Lo stesso vale per i risparmiatori che pensano in termini di portafoglio complessivo e non di singolo titolo o bond. Il resto del 2026 non sarà facile, ma offre anche opportunità per chi sa posizionarsi. L’energia tornerà a dettare legge, ma non per sempre. Sta a noi prepararci. I mercati per loro natura, sono volatili.
Questo non è ovviamente un consiglio di investimento personalizzato.
Antonio TognoliHo iniziato a lavorare come analista finanziario nel 1983, occupandomi di economia e politica economica e nel frattempo mi sono laureato in scienze bancarie, finanziarie e assicurative. Oggi mi occupo di analisi macroeconomica all’interno di Corporate Family Office – CFO SIM. Giornalista pubblicista, docente ai corsi post laurea de “24Ore Business School” e dell’Associazione Italiana per l’Analisi Finanziaria – AIAF e co-autore del libro Analisi Finanziaria e Valutazione Aziendale, a cura di Franco Pedriali.


