Addio a Giulia Cremaschi Trovesi, la musicoterapeuta che ha insegnato ad ascoltare con il corpo
È morta venerdì a Ponteranica all’età di 85 anni. Prima musicoterapeuta certificata in Italia, ha dedicato la vita allo studio della relazione tra musica, corpo e sviluppo umano, aprendo nuove prospettive nella riabilitazione di bambini e adulti con disabilità
Ponteranica. Per Giulia Cremaschi Trovesi la musica non era soltanto un fatto di orecchie. Era una questione di corpo, di movimento, di relazione. Una convinzione maturata in oltre cinquant’anni di ricerca e di pratica clinica, che l’ha portata a costruire un metodo capace di cambiare il modo di intendere la musicoterapia in Italia. È morta venerdì a Ponteranica all’età di 85 anni, lasciando un patrimonio di studi, pubblicazioni e migliaia di ore di lavoro accanto a bambini, famiglie e operatori.
Allieva del pedagogista musicale Edgar Willems, fu la prima musicoterapeuta certificata in Italia. Fondò la musicoterapia umanistica e la modalità terapeutica della Relazione Circolare, applicata alla riabilitazione di persone con disturbi dello spettro autistico, sordocecità, afasie, lesioni cerebrali, cardiopatie congenite ed esiti di grave prematurità.
Dal 1980 al 2000 collaborò con l’Istituto di Audiologia dell’Università degli Studi di Milano e con il Policlinico. Fondatrice e presidente della Federazione Italiana Musicoterapeuti, presidente dell’Associazione Pedagogia Musicale e Musicoterapia, componente del Comitato Scientifico della Fondazione Irene ETS, ha insegnato in università e conservatori, continuando l’attività didattica anche negli ultimi anni come docente esterna del Conservatorio “Gaetano Donizetti” di Bergamo. Nel 1998 il Comune di Bergamo le conferì la Benemerenza civica.
La svolta della sua ricerca arrivò dall’osservazione di un bambino sordo. “Quando ho visto un bambino sordo muoversi sul pianoforte mentre veniva prodotto il suono, ho prima rinforzato il pianoforte. Poi ho capito che quella era la strada giusta”, raccontava.
Quel bambino percepiva le vibrazioni della cassa armonica dello strumento e rispondeva con il movimento del corpo. Da quell’esperienza Cremaschi Trovesi sviluppò un’idea destinata a diventare il centro del suo lavoro: il suono non raggiunge la persona soltanto attraverso l’udito.
“Noi siamo immersi nelle onde sonore ed è il corpo che le recepisce. L’udito non è l’unico mezzo”.
Per la studiosa non esisteva una netta separazione tra i sensi. Il bambino vive un’esperienza globale, nella quale percezione, emozione, movimento e relazione si influenzano reciprocamente. Per questo riteneva che la diagnosi non dovesse mai oscurare la persona.
“Non è necessario differenziare stigmatizzando un bambino sordo o autistico rispetto a uno normodotato. Il bambino è innanzitutto bambino. Se penso che lui non possa capire, rovino tutto”.
Il suo approccio trovò nel tempo riscontri anche negli studi sulle neuroscienze. Oggi è noto che il feto percepisce stimoli sonori attraverso le vibrazioni trasmesse dal liquido amniotico e che l’apparato uditivo è il primo sistema sensoriale a svilupparsi durante la gestazione. Allo stesso modo, il principio fisico della risonanza descrive come un corpo vibrante possa trasmettere energia a un altro corpo predisposto a vibrare alle stesse frequenze. Per Cremaschi Trovesi questi dati scientifici offrivano una chiave per comprendere ciò che aveva osservato per anni nella pratica clinica: il corpo partecipa all’esperienza musicale prima ancora che intervenga l’ascolto cosciente.
“Il corpo vibrante è una partitura musicale che io leggo”, diceva.
Curiosa, rigorosa e spesso controcorrente, ha contribuito a far dialogare pedagogia musicale, medicina, neuroscienze e riabilitazione in un’epoca in cui la musicoterapia era ancora considerata una disciplina marginale. Molti professionisti formatisi con lei continuano oggi a svilupparne il metodo in ospedali, scuole e centri di riabilitazione. Il suo insegnamento rimane racchiuso in un’idea semplice quanto rivoluzionaria: la musica non è soltanto qualcosa che si ascolta. È un’esperienza che attraversa il corpo e, attraverso il corpo, rende possibile la relazione.

