L’ideologia apocalittica
Quale combinazione tra realtà fattuale e interpretazioni del mondo genera la coscienza apocalittica di oggi e persino le scelte private di milioni di persone e, quindi, anche le loro opzioni politico-elettorali?
Il lessico apocalittico sta conoscendo una grande fioritura: “apocalisse”, “Katechon”, “Armageddon”, “Anticristo”, “escatologia”, “Intelligenza Artificiale”, “Bomba nucleare”, “tramonto dell’Occidente” “Illuminismo nero”, “geotraumatismo” e via allegramente su questa china. Dalla rilettura di Dostojeski a Soloviev a Spengler a René Girard fino alla riscoperta di Watchmen, i fumetti di Alan Moore e David Gibbons degli Anni Ottanta, il dibattito è esondato dai circoli filosofici sui mass-media e sui social, potenzialmente sono utilizzati da circa sei miliardi di persone. L’apocalisse è diventata un’ideologia, cioè una mistificazione della realtà, della quale la sostanza non è la verità del mondo, ma i potenti interessi del mondo.
Quale combinazione tra realtà fattuale e interpretazioni del mondo genera la coscienza apocalittica di oggi e persino le scelte private di milioni di persone e, quindi, anche le loro opzioni politico-elettorali? In realtà, la problematica dell’Apocalisse è tipicamente occidentale. Non esiste nessuna “Apocalisse” nelle culture a ispirazione confuciana, induista o buddista. La realtà fattuale è quella della normale storia degli uomini finora conosciuta: società, nazioni, imperi che crescono poi decadono. La loro durata si conta in secoli e millenni, ma poi il tempo se li porta via. In mezzo sta la vicenda pulviscolare di miliardi di esseri umani, brevi viventes tempore. È da qui che nasce l’apocalittica. La ragione è nota: l’Occidente collettivo non comanda più il mondo. Dal Cinquecento gli imperi occidentali – spagnolo, portoghese, olandese, britannico, francese, tedesco e, oggi, americano – hanno successivamente esaurito il loro ciclo. Ed è ciò che spaventa gli individui che si trovano oggi a vivere nel declino di un mondo, mentre un altro si intravede, dal profilo molto diverso. Fin qui, si tratta di paura “anormale”.
L’apocalittica insorge a questo punto. E ciò perché la categoria occidentale di interpretazione del fluire della storia è quella della speranza. Il virus della speranza è stato introdotto nella storia umana, in ogni caso, in Occidente, dall’ebraismo e dal cristianesimo. È ciò che Umberto Galimberti rimprovera di continuo al Cristianesimo: l’aver rovesciato la concezione greco-classica della storia come ri-accadere ciclico di eventi, in forza del quale non ha senso sperare in un miglioramento irreversibile della propria condizione storica. La speranza sarebbe la vera malattia dell’Occidente. Ma, se non speri, neppure disperi. Ti abbandoni agli eventi o cerchi di contrastarli, ma senza illusioni. È dunque inevitabile che, assuefatti da qualche centinaio di anni alla crescita irreversibile dell’Indice di Sviluppo Umano, oggi ci troviamo a fare i conti con aspettative decrescenti. La speranza sta diminuendo. E cresce invece la paura del futuro.
In realtà, gli esegeti ci informano che “apocalisse” deriva dal greco antico ἀποκάλυψις, che significa “scoperta”, “svelamento”. Ha il significato di profezia, ma non come previsione di del futuro, ma come disvelamento di una storia “già salvata” e di straordinarie potenzialità che questa salvezza offre agli uomini. Don Giuliano Zanchi ci racconta, nel suo recente libro “Il Bene che vince”, che l’Apocalisse scritta da Giovanni di Patmos, è “un libro di speranza”. Giovanni ci parla, con il linguaggio metaforico e
immaginifico dell’epoca, dei quattro settenari, delle sette lettere per sette chiese, dei sette sigilli, delle sette trombe, dei sette flagelli che fuoriescono dalle sette coppe dell’ira di Dio, dei quattro cavalieri per condurci all’idea che questo mondo è sì imperfetto, ma come tale è già stato salvato.
Esso neppure promette la realizzazione su questa terra di nessun regno dei mille anni. In mano al mondo MAGA americano e agli intellettuali del “post-umanesimo” e del
“transumanesimo” e della repubblica tecnologica della Silicon Valley, il libro di Giovanni di Patmos è divenuto il Manifesto di un pensiero che, da un lato, alimenta la paura della fine e, dall’altro, propone ricette millenaristiche, alcune centrate sulla necessità di un’accelerazione della tecnologia – è Peter Thiel l’intellettuale-imprenditore il più prolifico e il più noto esponente di questa tendenza – altre, invece, più decisamente catastrofiste, che vanno alla ricerca spasmodica di un “Katechon” cioè di qualcuno capace di fermare l’Anticristo in arrivo. Inutile precisare che per alcuni di costoro l’anti-Anticristo è Trump stesso.
*Giovanni Cominelli si laurea in Filosofia nel 1968, dopo studi all’Università cattolica di Milano, alla Freie Universität di Berlino e all’Università statale di Milano.
Esperto di politiche dell’istruzione. Eletto in Consiglio comunale a Milano e nel Consiglio regionale della Lombardia dal 1980 al 1990.


