L'intervista
|Da Bergamo a Scicli, il volontario: “Ho capito cosa vuol dire essere migrante”
Il bergamasco Francesco Previtali racconta l’esperienza di volontariato che ha vissuto alla “Casa delle Culture” in Sicilia nell’ambito del progetto Mediterranean Hope
“Questa esperienza mi ha dato la possibilità di conoscere i migranti, in questo caso rifugiati e richiedenti asilo, scoprendo cosa vuol dire fuggire da un Paese che si trova in situazioni difficili come la guerra”. Così il bergamasco Francesco Previtali, classe 1994, che dal 2025 lavora come insegnante all’Istituto Comprensivo “Martiri della Resistenza” a Calcio, racconta cosa gli ha lasciato la possibilità di fare volontariato alla “Casa delle Culture” di Scicli, in Sicilia, nell’ambito del progetto Mediterranean Hope, che si occupa di dare assistenza a persone migranti in Italia.
Dal punto di vista umano è stata un’opportunità molto arricchente, che ha vissuto insieme a sua moglie Daniela Testa, terapista della Neuro e Psicomotricità dell’Età Evolutiva.
Lo abbiamo intervistato chiedendogli di raccontarci com’è andata.
Com’è nata questa esperienza?
Io e mia moglie Daniela ci siamo conosciuti nel 2019, nello stesso anno ci siamo fidanzati e nel 2025 ci siamo sposati. Qualche anno prima, nel 2017, lei aveva effettuato volontariato per sei mesi in Tanzania, nella parrocchia di Kisawasawa, in Africa orientale: le era piaciuto molto e quando è tornata in Italia ha continuato a dedicarsi all’impegno sociale svolgendo attività di volontariato sul territorio. Man mano ha coltivato l’idea che potessimo prenderci un anno sabbatico per dedicarci assieme a un progetto come volontari, anche se inizialmente ero reticente perché volevo ottenere il lavoro a tempo indeterminato a scuola. Dopo aver conseguito la laurea magistrale in Scienze Antropologiche ed Etnologiche all’Università degli Studi di Milano-Bicocca, ho avuto esperienze professionali in ambito educativo e successivamente come insegnante supplente in tutti e tre i gradi d’istruzione (primaria e secondaria di primo e secondo grado). Tra il 2023 e il 2024 mi sono specializzato nel Sostegno Psicofisico per la scuola secondaria di primo grado all’Università degli Studi di Bergamo e nel 2025 ho ottenuto un posto di ruolo all’Istituto Comprensivo “Martiri della Resistenza” a Calcio. A quel punto ho chiesto la possibilità di prendere l’aspettativa per l’anno scolastico 2025-2026 e mi è stata accordata. Nel frattempo avevamo cominciato a valutare verso quale esperienza indirizzarci, anche se l’individuazione del progetto a cui partecipare non è stata immediata.
Come mai?
In un primo momento abbiamo guardato a esperienze all’estero e una parente suora ci ha proposto di recarci a Capo Verde nell’ambito di una progettualità finalizzata all’emancipazione femminile. L’aiuto che avremmo potuto offrire, però, per diversi mesi sarebbe stato limitato dalla difficoltà linguistica, perché in quel Paese si parla una lingua creola imparentata con il portoghese mentre per noi sarebbe stata più adatta una realtà anglofona. A quel punto ci siamo focalizzati sull’Italia e abbiamo individuato il progetto Mediterranean Hope, finanziato dalla Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia.
Di che cosa si occupa?
È un progetto molto vasto, che si occupa di dare assistenza a persone migranti in Italia. Il lavoro di MH si divide in un Osservatorio sulle Migrazioni a Lampedusa; alcune strutture a sostegno dei lavoratori migranti a Rosarno, Piana di Gioia Tauro (Calabria) e Saluzzo (Piemonte); una struttura di accoglienza a Scicli (Sicilia) e mantiene attivi diversi canali umanitari dal Libano e dal Niger. Questi ultimi sono vie di transito per l’immigrazione regolare: consentono a persone richiedenti asilo di raggiungere l’Italia in modo sicuro e ad accedere a un piano di accoglienza che prevede: la collocazione in strutture residenziali temporanee, l’insegnamento della lingua italiana e l’assistenza per l’ottenimento di tutti i documenti necessari al fine di permanere regolarmente in Italia (permesso di soggiorno, tessera sanitaria, carta di identità, ecc…). È un percorso finalizzato all’inserimento sociale: una volta diventati autonomi, con la possibilità di lavorare e pagare un affitto, gli ospiti lasciano il centro per cominciare una nuova fase della loro vita. Dopo aver svolto i necessari colloqui conoscitivi, lo staff di MH ci ha proposto di prendere parte al progetto “MH Casa delle Culture” di Scicli: l’idea ci è piaciuta e nell’ottobre 2025 siamo partiti.
Quanto tempo è durato il vostro periodo di volontariato?
Dall’ottobre 2025 a luglio 2026. Al mattino insegnavamo italiano agli ospiti della struttura e a un gruppo di donne tunisine per far sì che potessero imparare la nostra lingua, che è un elemento fondamentale per riuscire a comunicare e interagire con li altri, mentre nel pomeriggio prestavamo servizio come educatori in un doposcuola per i ragazzini del quartiere che è abitato da varie etnie. Nei week-end, inoltre, organizzavamo visite per conoscere il territorio e momenti a carattere ludico e aggregativo come cene per stare insieme e sentirsi accolti. Siamo entrati in relazione con alcune delle persone ospitate, condividendo con loro una buona parte del nostro tempo libero. Di mese in mese ci siamo resi conto di essere entrati a far parte di una comunità interculturale costituita da italiani e persone originari dal Centro e Nord Africa e dal Medio Oriente. Questa è stata la parte più importante dell’esperienza: ricostruire un senso di comunità, lontano da Bergamo, con altri individui provenienti da mezzo mondo. I mesi a Scicli, inoltre, sono stati anche una sorta di “viaggio di nozze allungato”, in quanto risiedere stabilmente in Sicilia ci ha consentito di esplorare in lungo e in largo la regione, scoprendo le sue bellezze e i suoi contrasti, oltre che un modo diverso di vivere l’italianità.
Quali sono le richieste, le priorità e le aspirazioni dei migranti che avete incontrato?
Imparare la lingua e lavorare, perché in gran parte provengono da Paesi poveri e hanno sofferto l’indigenza. Nel momento in cui arrivano in Italia cercano autonomia e desiderano aiutare le proprie famiglie. Uno dei problemi che evidenziano è che Scicli può offrire opportunità lavorative piuttosto limitate, soprattutto per chi ha studiato di più, come gli insegnanti che hanno lasciato la propria terra a causa delle guerre ma non riescono a trovare un luogo dove insegnare.
Per concludere, che cosa le ha lasciato questa esperienza?
La possibilità di aprirmi alla diversità e di conoscere i migranti, in questo caso rifugiati e richiedenti asilo, scoprendo cosa vuol dire fuggire da un Paese che si trova in condizioni difficili come la guerra. Il progetto a cui abbiamo partecipato riguarda migranti che entrano in Italia regolarmente seguendo canali umanitari autorizzati come i corridoi umanitari: la situazione è già complicata per loro e non oso pensare alle difficoltà che può incontrare chi arriva nel nostro Paese senza avere queste tutele. Io e mia moglie siamo entrati in contatto con altre culture, tante persone e tante storie: resta con noi la voglia di vivere in una comunità interculturale, perché è bellissimo uscire dal proprio panorama limitato. È un’esperienza utile perché porta a sentirsi parte della stessa umanità. Considerando gli studi che ho compiuto, fortunatamente, non ho mai avuto pregiudizi e sono sempre stato molto attento a non cadere nel tranello dei media che mostrano i migranti come un pericolo, ho sempre avuto anche amici provenienti da altri Paesi ma si erano recati in Italia per studiare mentre ora ho compreso le problematiche che affliggono chi fugge da contesti difficili e ha bisogno d’aiuto. Ho spostato il mio baricentro senza considerare le soluzioni più comode ma assumendo uno sguardo più ampio ed è stato molto arricchente a livello umano. Infine, colgo l’occasione per aggiungere una considerazione.
Quale?
Quasi tutte le persone che abbiamo conosciuto erano di religione islamica. Ci siamo resi conto di quanta necessità di dialogo ci sia tra le varie religioni: c’è molto da dirsi e penso che se un italiano avesse la possibilità di cenare con una famiglia araba ne apprezzerebbe la cultura e il grandissimo spirito di ospitalità che la caratterizza.






