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E se non sapessi più che cosa desideri? Quando il passato continua a scegliere per noi
Dottoressa Viviana Sacchi

Spesso il segnale più significativo del cambiamento non è la completa scomparsa del dolore, ma il fatto che, accanto ad esso, inizia a comparire qualcosa che mancava da tempo: un desiderio, un progetto da realizzare, un piccolo sogno che non si aveva mai avuto il coraggio di esprimere

A volte non sappiamo che cosa desideriamo perché, per troppo tempo, ci siamo occupati di ciò che desideravano gli altri. Lasciare andare il passato non significa dimenticarlo, ma smettere di permettergli di scegliere al posto nostro. Ci sono persone che sanno perfettamente che cosa devono fare, sono efficienti, affidabili, presenti e disponibili. Sanno adattarsi, non disturbare, non deludere, e riescono a comprendere i bisogni degli altri ancora prima che vengano espressi. Eppure, quando qualcuno domanda loro: “Ma tu, che cosa vuoi?”, rimangono in silenzio.  Non perché non abbiano desideri, ma perché hanno imparato molto presto che desiderare esponeva alla delusione, chiedere poteva creare problemi, che era più sicuro adattarsi e che i bisogni degli altri venivano sempre prima. Quando in passato i nostri bisogni non hanno trovato ascolto, può diventare difficile riconoscerli nel presente, anche quando assumono forme nuove e diverse.

Quando il passato continua orientare il presente

Il passato non rimane soltanto nei ricordi, ma può diventare una lente attraverso cui leggiamo il presente e immaginiamo il futuro. Infatti, chi è cresciuto sentendosi continuamente giudicato può continuare ad aspettarsi una critica anche quando nessuno lo sta criticando. Chi ha imparato che l’affetto deve essere meritato può sentirsi in colpa quando riceve attenzione senza aver fatto nulla per guadagnarsela.
Chi, per anni, si è occupato dei bisogni di tutti può non riuscire più a riconoscere i propri, può sapere con precisione che cosa rende felice il partner, i figli, i genitori o i colleghi, ma non sapere più che cosa faccia stare bene se stesso. In questo modo c’è il rischio che il presente finisca per assomigliare continuamente al passato: cambiano le persone, i luoghi e le circostanze, ma dentro può rimanere la stessa sensazione di dover dimostrare qualcosa, meritare il proprio posto, evitare di sbagliare, non essere mai abbastanza. Molte persone riportano la frustrazione e la fatica che, malgrado facciano molte cose nella loro vita e con successo, questo non sia mai sufficiente per loro, anche quando ricevono riconoscimento a apprezzamento esterno.

Lasciare andare non significa negare il dolore vissuto

L’espressione “lasciare andare” può sembrare un invito a dimenticare, minimizzare o perdonare necessariamente chi ci ha feriti, ma non è questo il suo significato.
Lasciar andare può voler dire ricordare senza essere ogni volta travolti da ciò che è accaduto, riconoscendo che alcune strategie necessarie in passato oggi non lo sono più: essere sempre accomodanti, per esempio, può averci aiutato a evitare conflitti, controllare ogni dettaglio può averci dato una sensazione di sicurezza, non chiedere nulla può averci protetti dalla delusione.
Ciò che un tempo ci ha protetti può, in un’altra fase della vita, iniziare a limitarci.
Il lavoro psicologico può aiutare a sviluppare la flessibilità psicologica, cioè la capacità di restare in contatto con il presente anche quando emergono paura, tristezza, rabbia o vergogna, senza lasciare che siano queste emozioni a decidere ogni nostra azione.
Non è necessario avere risolto tutto per iniziare a muoversi verso ciò che conta, a volte si comincia proprio mentre si sta ancora male.

Raccontarsi per non essere più soltanto ciò che è accaduto

A volte continuiamo a descriverci sempre nello stesso modo: come persone che devono occuparsi di tutti, che non possono sbagliare o che non riescono a farsi rispettare. Quando un racconto si ripete a lungo, può finire per sembrare un’identità: non descrive più soltanto ciò che abbiamo vissuto, ma sembra definire chi siamo e ciò che possiamo aspettarci dal futuro. Ne Il dono della terapia, Irvin Yalom sottolinea il valore del mettere in parole ciò che è rimasto a lungo confuso, doloroso o inascoltato. L’autore descrive il caso di una paziente che, attraverso il parlare di sé, sviluppa gradualmente una maggiore capacità di riflettere sulla propria esperienza, la parola diventa quasi una forma di autoterapia, uno strumento per riconoscere i propri pesi, comprenderli e iniziare a deporli (Yalom, 2014). Raccontare, da solo, non è sufficiente a guarire, ma dare un nome a ciò che abbiamo vissuto può aiutarci a osservarlo, attribuirgli un senso e non esserne più completamente dominati. Anche gli studi sulla scrittura espressiva mostrano che tradurre in parole le esperienze emotivamente significative può, in alcune condizioni, favorirne l’elaborazione e l’integrazione nella propria storia.

Liberi dal senso di colpa

Molte persone si sentono in colpa persino quando desiderano qualcosa: un po’ di tempo per sé, una relazione diversa, un lavoro più vicino ai propri valori, la possibilità di dire di no, una giornata senza dover rispondere alle necessità di tutti. Dal punto di vista psicologico desiderare significa invece percepire una direzione: sentire che qualcosa ci interessa, ci incuriosisce, ci rappresenta o ci avvicina alla persona che vorremmo essere. Inoltre, non tutti gli obiettivi che ci poniamo hanno la stessa valenza sul benessere personale: le ricerche sulla self determinato theory mostrano che tendiamo a essere più motivati e soddisfatti quando inseguiamo traguardi coerenti con i nostri valori e interessi, rispetto a quando agiamo soprattutto per ottenere approvazione, evitare sensi di colpa o soddisfare aspettative esterne (Ryan & Deci, 2000; Sheldon & Elliot, 1999).

Perché intorno ai quarant’anni qualcosa può cambiare

Non esiste un’età oltre la quale si diventa automaticamente più sereni. Tuttavia, pur essendo spesso caratterizzati da molte responsabilità familiari e lavorative, intorno ai quarant’anni le persone iniziano a vivere una fase di maggiore chiarezza, in cui si iniziano a riconoscere con più precisione le proprie priorità. La teoria della selettività socioemotiva, elaborata da Laura Carstensen, suggerisce che, quando iniziamo a percepire il tempo come meno illimitato, tendiamo a rivedere le nostre priorità e a investire maggiormente nelle relazioni e nelle esperienze che sentiamo emotivamente significative; ciò accade anche nei casi in cui un individuo è più giovane, ma ha vissuto cambiamenti importanti come per esempio lutti o malattie, inizia così a privilegiare ciò che ha un significato emotivo nel presente (Carstensen et al., 1999).

Smettere di aspettare ciò che non è mai arrivato

Una parte importante della maturità può consistere anche nel riconoscere ciò che alcune persone non sono mai state in grado di offrirci: l’approvazione di un genitore, le scuse che aspettavamo, il riconoscimento dei sacrifici fatti, una forma di amore che non richiedesse di rinunciare continuamente a noi stessi. Per molto tempo possiamo continuare a sperare che, comportandoci nel modo giusto, qualcosa cambierà, che finalmente verremo visti, compresi o scelti.
Lasciare andare significa smettere di trascorrere il presente aspettando che il passato venga riparato esattamente da chi lo ha ferito: spesso la serenità comincia proprio quando iniziamo a restituirci responsabilità sul nostro benessere e cominciamo a domandarci dove, oggi, possiamo trovare o costruire qualcosa di diverso.

Quando si ricomincia a guardare avanti

Un percorso psicologico non può cambiare ciò che è stato o ciò che mancato: è qualcosa che ricordo spesso alle persone che seguo. Può però aiutare a riconoscere quelle voci interiorizzate che ancora oggi condizionano scelte e alimentano dubbi, paure o svalutazioni, e può modificare profondamente il posto che quel passato continua a occupare nella loro vita.
Spesso il segnale più significativo del cambiamento non è la completa scomparsa del dolore, ma il fatto che, accanto ad esso, inizia a comparire qualcosa che mancava da tempo: un desiderio, un progetto da realizzare, un piccolo sogno che non si aveva mai avuto il coraggio di esprimere.
Quando una persona torna a immaginare, progettare e scegliere qualcosa che le somiglia, che la fa sentire viva e su cui desidera investire tempo ed energie, significa che il futuro ha ricominciato ad aprirsi. E che quel passato, finalmente visto, riconosciuto ed elaborato, non sarà più la bussola che orienta il nostro presente.


Dottoressa Viviana Sacchi
Psicologa Clinica, esperta in ipnosi, MindFit Clinic – Psicologia Psicoterapia Performance

Bibliografia
Carstensen, L. L., Isaacowitz, D. M., & Charles, S. T. (1999). Taking time seriously: A theory of socioemotional selectivity. American Psychologist, 54(3), 165–181.
Carstensen, L. L., Turan, B., Scheibe, S., Ram, N., Ersner-Hershfield, H., Samanez-Larkin, G. R., Brooks, K. P., & Nesselroade, J. R. (2011). Emotional experience improves with age: Evidence based on over 10 years of experience sampling. Psychology and Aging, 26(1), 21–33.
Kashdan, T. B., & Rottenberg, J. (2010). Psychological flexibility as a fundamental aspect of health. Clinical Psychology Review, 30(7), 865–878.
Lang, F. R., & Carstensen, L. L. (2002). Time counts: Future time perspective, goals, and social relationships. Psychology and Aging, 17(1), 125–139.
Pennebaker, J. W., & Beall, S. K. (1986). Confronting a traumatic event: Toward an understanding of inhibition and disease. Journal of Abnormal Psychology, 95(3), 274–281.
Ryan, R. M., & Deci, E. L. (2000). Self-determination theory and the facilitation of intrinsic motivation, social development, and well-being. American Psychologist, 55(1), 68–78.
Sheldon, K. M., & Elliot, A. J. (1999). Goal striving, need satisfaction, and longitudinal well-being: The self-concordance model. Journal of Personality and Social Psychology, 76(3), 482–497.
Yalom, I. D. (2014). Il dono della terapia. Neri Pozza.