Veneziani e Frigeni aprono “Comunità in dialogo” 2026: al centro la cultura che costruisce cittadinanza
Lo storico dell’arte e divulgatore Rai e la direttrice del Museo delle Storie di Bergamo protagonisti del primo incontro della rassegna, giunta alla II edizione, con cui Fondazione Banca Popolare di Bergamo celebra i 35 anni di attività
Un’opera d’arte collocata in una piazza può dire a una comunità chi è, da dove viene, che cosa vuole diventare. Non rappresenta un semplice arredo, ma può contribuire a costruire cittadinanza. È partito da questa osservazione il primo appuntamento della II edizione di “Comunità in dialogo”, la rassegna con cui Fondazione Banca Popolare di Bergamo – Ente Filantropico, in collaborazione con Intesa Sanpaolo celebra i 35 anni di attività: giovedì 16 luglio, nella Sala Funi di via Roma lo storico dell’arte e divulgatore Jacopo Veneziani, volto noto sui social e degli approfondimenti culturali Rai e Roberta Frigeni, direttrice del Museo delle Storie di Bergamo, hanno dialogato sul tema “La cultura che costruisce cittadinanza”, guidati dalle domande di Max Pavan, responsabile dell’informazione di BergamoTv. La serata è stata aperta dai saluti di Armando Santus Presidente Fondazione Banca Popolare di Bergamo – EF, Daniele Pastore Direttore Lombardia Nord Banca dei Territori di Intesa Sanpaolo, Elena Carnevali Sindaca di Bergamo, Gianfranco Gafforelli Presidente della Provincia di Bergamo e mons. Davide Pelucchi Vicario generale della Diocesi di Bergamo.
Per Veneziani il legame tra cultura e cittadinanza non è un’invenzione recente, ma la natura stessa dell’arte: già nelle città del Rinascimento governanti, banche o confraternite affidavano alle opere collocate nello spazio pubblico i valori in cui credevano. L’esempio è il David di Michelangelo in Piazza della Signoria. “I fiorentini che avevano appena cacciato i Medici si sono chiesti come far capire che cosa significasse essere una piccola repubblica circondata da potenze minacciose, chiamata a farsi strada non con la forza ma con l’intelligenza. Davide che sconfigge Golia con l’astuzia voleva raccontare quell’identità in modo più efficace di tanti discorsi”. Lo stesso principio, ha osservato, parla oggi a Bergamo attraverso il “Grande Cardinale in piedi” di Giacomo Manzù (donato da Fondazione Bpb e collocato in Piazza Carrara nel novembre 2025) — “più uomo che cardinale”, agli occhi di chi non si limita a uno sguardo distratto — capace di ricordare “l’umanità dietro qualsiasi istituzione. Perché chi incontra un’opera d’arte rallenta il passo, si chiede che cosa stia cercando di dirgli: e in quelle domande, condivise con altri, si riconosce parte di una comunità”.

Ma il racconto dell’arte funziona a una condizione, che Veneziani riassume in una formula presa in prestito dalla pedagogia: “La divulgazione deve affamare, non saziare: deve farti venire la curiosità di approfondire, senza darti l’impressione di avere già sentito tutto quello che c’era da sentire”. E ancora: “Se chi racconta un’opera si limita a descrivere ciò che chiunque può vedere, non aggiunge nulla. Se invece il racconto è pensato per portarti oltre ciò che i tuoi occhi colgono da soli, allora diventa davvero interessante”. “Le opere d’arte, ha aggiunto, sono messaggi in bottiglia lanciati nel tempo, a volte in lingue lontane dalla nostra: serve qualcuno che raccolga la bottiglia e aiuti a decifrarne il contenuto”. Tanto più oggi, in un’epoca di attenzione contesa, in cui — secondo gli studi citati dal divulgatore — il visitatore medio si ferma una manciata di secondi davanti a ogni quadro. In questo la tecnologia è un’alleata: “l’ingrandimento di un telefono svela dettagli invisibili a occhio nudo”, ha ricordato lo storico dell’arte, mentre Frigeni ha citato il percorso d’ascolto in dieci tappe lungo le mura e la digitalizzazione dell’archivio fotografico del museo. “Strumenti – ha avvertito la direttrice – con cui i musei devono continuare a costruire lenti per leggere il mondo, cavalcando il cambiamento senza esserne succubi”.
La direttrice del Museo delle Storie ha chiesto al pubblico una rivoluzione copernicana nel modo di pensare i musei: non contenitori di oggetti da conservare, ma luoghi abitati dalle persone, dove il patrimonio non è un punto di arrivo chiuso in una teca bensì un punto di partenza per riappropriarsi della storia del territorio, per uscire dal museo e capire la città di oggi. È dal Museo delle storie di Bergamo che arriva l’esempio più concreto di cultura che genera cittadinanza: il Museo del Novecento, aperto al convento di San Francesco. “Quasi cento contributori, cittadini singoli e istituzioni, hanno depositato volontariamente un ricordo, una fotografia, un oggetto, una testimonianza”, ha spiegato Frigeni. “È un museo di comunità, partecipato, in cui il secolo scorso non è raccontato dallo sguardo distante degli storici, ma dalle voci di chi lo ha attraversato”.
E il futuro? Per la direttrice abita in un luogo che il pubblico non vede quasi mai: “Il futuro è nei depositi, dove il novanta per cento di ciò che si conserva sono doni. Chi dona un oggetto al museo vuole garantirgli continuità, affidarlo a qualcosa di più grande di sé”. E, anche in questo caso, utilizza una citazione: “nulla esiste senza le persone, ma nulla resiste senza le istituzioni”. Una frase che vale per i musei e, insieme, per l’idea stessa di comunità.
Nel corso della serata è stato presentato in anteprima il video-documentario realizzato per i 35 anni della Fondazione Banca Popolare di Bergamo. Prodotto da Officina della Comunicazione con la regia di Omar Pesenti, il filmato racconta la continuità dell’impegno filantropico nato con la storica Banca Popolare di Bergamo proseguito, dal 1991, attraverso la Fondazione. Il video è stato donato al Museo delle Storie di Bergamo, entrando a far parte delle testimonianze della sezione dedicata al Novecento.






