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“Il problema è l’e-Brt o la nostra dipendenza dall’auto? La vera sfida è cambiare le abitudini”

Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Enrico Villagrossi, residente in via Pizzo Recastello, sulle polemiche delle ultime settimane attorno al nuovo sistema di trasporto rapido con autobus elettrici Bergamo-Verdellino

Riceviamo e pubblichiamo la riflessione di Enrico Villagrossi, residente in via Pizzo Recastello, sulle polemiche delle ultime settimane in merito all’e-Brt, il nuovo sistema di trasporto rapido con autobus elettrici Bergamo-Verdellino.

Spettabile redazione di Bergamonews, condivido con voi una lettera che offre alcune riflessioni sulla mobilità cittadina, un tema particolarmente caldo in questi giorni a causa del dibattito sulle code generate dalla nuova e-Brt.

e-Brt funziona o non funziona? Forse la domanda è un’altra. Premetto una cosa, così evitiamo inutili equivoci: sono un convinto sostenitore della mobilità sostenibile. Seguo con interesse il dibattito di questi giorni sull’e-Brt, un’opera sulla quale, ad oggi, non ho ancora maturato un’opinione definitiva. Quello che però emerge con chiarezza è che, al di là del progetto in sé, la lamentela più ricorrente è sempre la stessa: le code.

E allora mi viene da chiedere: il problema è davvero l’e-Brt oppure il nostro rapporto con l’automobile? Provo allora ad allargare lo sguardo. I dati dell’Osservatorio Audimob di Isfort ci dicono che 2024 circa tre quarti degli spostamenti quotidiani degli italiani sono inferiori ai 10 chilometri, valore che scende a 3.8 chilometri per gli spostamenti urbani. Tragitti relativamente brevi, quelli che ogni giorno facciamo per andare al lavoro, accompagnare i figli a scuola, fare la spesa o raggiungere un servizio.

Dieci chilometri non significano che tutti debbano usare la bicicletta, né che sia sempre possibile farlo. Significano però che, almeno per una parte consistente di questi spostamenti, esistono alternative concrete all’auto privata: una bicicletta, magari a pedalata assistita, un percorso a piedi se ancora più breve, oppure un trasporto pubblico efficiente.

C’è poi un altro dato interessante: nelle principali città italiane un’automobile viaggia mediamente fra 20 e 25 km/h, valori confermati sia dagli studi sulla mobilità urbana sia, almeno nel mio caso, dalle misurazioni che ho effettuato personalmente nei miei spostamenti, anzi a Bergamo ho rilevato una media di 17 km/h.

Mettendo insieme questi due dati, la domanda nasce spontanea: che cosa spinge ancora così tante persone a utilizzare l’auto anche per spostamenti brevi e lenti? Le risposte possono essere molte: abitudini consolidate, trasporto pubblico spesso poco competitivo, servizi ancora insufficienti. Ma c’è anche una componente culturale che facciamo fatica ad ammettere: una certa pigrizia. Perché cambiare le proprie abitudini richiede sempre uno sforzo, anche quando i numeri suggeriscono che potrebbe convenire.

Nel frattempo il dibattito si riduce alla solita guerra di religione: da una parte chi pretende sempre più spazio per le automobili; dall’altra chi va a piedi o in bicicletta e chiede semplicemente infrastrutture sicure, continuità dei percorsi e un’aria un po’ più respirabile.

Personalmente non sto chiedendo di dichiarare guerra alle auto. Sto chiedendo qualcosa di molto più semplice: che chi sceglie di muoversi a piedi o in bicicletta possa farlo in sicurezza, con spazi dedicati e senza essere considerato un intralcio. E che tutti, automobilisti compresi, possano respirare un’aria migliore.

Perché, alla fine, la vera domanda non è se l’e-Brt funzioni o meno. La vera domanda è se siamo davvero disposti a ripensare il modo in cui ci muoviamo oppure se continueremo a difendere, anche davanti all’evidenza dei numeri, l’idea che ogni spostamento debba necessariamente avvenire seduti al volante.

Mi torna in mente una battuta di Pif nel film Momenti di trascurabile felicità: “Se volevo stare in fila, prendevo la macchina pure io”. Forse, più che una battuta, è una perfetta sintesi della mobilità urbana italiana.


Enrico Villagrossi