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Lucky su Apple TV, una Anya Taylor-Joy a tutta suspense

Nella sua nuova serie il creatore di Banshee racconta una donna che è criminale ma anche vittima, sopravvissuta ma anche cacciatrice

Suppongo non sarà un grande spoiler dire che una miniserie chiamata “Lucky”, quindi “fortunata”, racconterà le vicende di una donna che no, non è per niente fortunata. Per quanto, in effetti, non sarebbe nemmeno assurdo immaginare una serie con un/una protagonista baciato/a dalla buona sorte tipo Gastone Paperone. Ma insomma, non è questo il caso, anzi.

Qui parliamo di una miniserie adattata dal romanzo di Marissa Stapley e firmata da Jonathan Tropper, che non è esattamente l’ultimo arrivato: è stato infatti il co-creatore della mitica Banshee, cult amatissimo dai fan dell’action (nonché primo ruolo americano importante per il futuro Homelander di The Boys, il neozelandese Antony Starr), ed è attualmente il padre di Your Friends & Neighbors.

Se poi aggiungiamo che nel cast di Lucky troviamo Anya Taylor-Joy (al ritorno come protagonista di una serie tv dopo La Regina degli Scacchi), Annette Bening, Timothy Olyphant, beh, bisogna drizzare le antennine. La storia è relativamente semplice e, dopo aver visto i due episodi finora disponibili, non sembra volersi complicare oltremodo: Luciana ‘Lucky’ Armstrong è una giovane donna che, fin dalle prime scene del pilot, scopriamo essere coinvolta in un qualche tipo di furto che ha lasciato lei e il suo fidanzato tanto innamorati quanto pieni di soldi, pronti per essere spesi in qualche paradiso tropicale.

Anya Taylor-Joy lucky

Solo che qualcosa va storto, il fidanzato sparisce e Lucky (ben poco fortunata, per l’appunto) si ritrova da sola a Las vegas, con l’Fbi alle calcagna, un padre in prigione che cerca di aiutarla ma può farlo solo da remoto, e qualche pezzo grosso della mala a cui non sta mica bene che quei soldi siano spariti, e poco importa se sono spariti anche per Lucky, perché qualcuno, da qualche parte, dovrà tirarli fuori.

E i primi due episodi, di fatto, sono tutti una grande caccia all’uo… alla donna, con Lucky che deve scappare un po’ da tutti, da chi la vuole arrestare e da chi la vuole torturare/ammazzare, tenendosi pronta a qualunque astuzia, guizzo creativo, escamotage improvvisato, pur di riuscire a farla franca e svanire nell’ombra. Il tutto mentre le sceneggiatura, fra piccoli flashback e qualche dialogo fra non-protagonisti, ci spiega cosa è veramente successo per mettere così in crisi la povera Lucky (che poi forse dovremmo andarci piano col pietismo, visto che non è esattamente un’eroina senza macchia, anche se chiaramente dobbiamo parteggiare per lei).

In attesa di capire come si svilupperà la trama ed eventuali riflessioni montate su di essa, Lucky è prima di tutto un thriller-action, un racconto di genere che non si sente in dovere di offrici il grande senso della vita, limitandosi a un intrattenimento puro e pieno di ritmo, perfettamente comprensibile e dritto dritto.

Poi certo, anche questa è una cosa che devi saper fare, e Jonathan Tropper (qui molto meno filosofico rispetto a Your Friends & Neighbors) la mano ce l’ha: più che il cosa conta il come, e i modi in cui Lucky riesce a uscire dalle situazioni complicate possono essere più o meno creativi, ma sono quasi sempre ben girati, con l’attenzione ai dettagli necessaria per restituire l’abilità della protagonista nel leggere l’ambiente in cui si trova a trovare il modo di sfruttarlo a proprio vantaggio per fuggire.

I primi due episodi, il pilot soprattutto, si giocano su un ritmo sostenutissimo che lascia poca tregua, giusto lo spazio necessario ad approfondire qualche relazione importante (su tutte quella fra Lucky e il padre, interpretato da un sempre affascinante Timothy Olyphant), e a permettere un primo importante shift della protagonista da preda braccata e in fuga, a donna capace di prendere il destino nelle proprie mani, o almeno di provarci. D’altronde, la stessa scelta di Anya Taylor-Joy va nella direzione di un personaggio non immediatamente leggibile al 100%, lei che, al netto della sua bravura, ha questo aspetto vagamente alieno che probabilmente non è adattissimo alle commedie romantiche più basic, e va invece benissimo per protagoniste più borderline, piene di contrasti e sorprese.

Non sappiamo se la storia prenderà anche deviazioni più riflessive o filosofiche (non che sia una richiesta o un obbligo, giusto per capire), ma sul fronte della suspense funziona tutto piuttosto bene, a parte qualche breve momento in cui la “plot armor” di Lucky sembra particolarmente spessa: penso soprattutto a un paio di scene in cui le sparano dietro, salvo poi non provarci più quando ce l’hanno effettivamente davanti. Quindi la vogliamo uccidere o no? Non ho capito…

Ma sono peccati veniali che riguardano la tradizione hollywoodiana dell’action più che la singola serie che decide di inserirsi nel suo solco. Per il momento, Lucky è una serie divertente ed efficace, con un ottimo cast e l’impressione che ci sia ancora parecchio con cui potremo essere stupiti.


Perché seguire Lucky: un bel thriller svelto e divertente, con un ottimo cast.
Perché mollare Lucky: per ora fa bene il suo mestiere, ma non sembra voler andare molto più in là.


Diego Castelli nasce a Milano nel 1982 e non ha memorie d’infanzia che non siano legate a film, serie tv, romanzi, videogiochi. Da oltre quindici anni costruisce palinsesti a Mediaset in qualità di Channel Manager. Nel 2010 fonda serialminds.com, sito di riferimento per gli appassionati di serie tv. Per Bergamonews cura una rubrica di recensioni sui nuovi prodotti dell’industria.

Diego Castelli - Serial Minds