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“L’IA trasformazione strutturale: per cogliere l’opportunità e non subirla servono partecipazione e formazione”

Le riflessioni di Luca Nieri, segretario provinciale della CISL di Bergamo: “La domanda di fondo è semplice: quale società vogliamo costruire? Una società che usa l’innovazione per migliorare il benessere collettivo e ampliare i diritti, inclusione e la coesione, sociale oppure una che accetta nuove forme di esclusione? La risposta dipende dalle scelte che faremo oggi. E il sindacato deve essere protagonista di questa trasformazione”

In giro per l’Italia, come in Lombardia, continuano a susseguirsi notizie di crisi occupazionali di aziende motivate dall’implementazione dell’Intelligenza artificiale: migliaia di posti di lavoro sono minacciati dall’introduzione di processi di automazione e di sviluppo dell’IA che stanno inesorabilmente sostituendo il fattore umano come forza lavoro. Bergamo sembra ancora immune, o per lo meno non ancora pervasa dalla drammaticità che si respira in altri territori. Di seguito le riflessioni di Luca Nieri, segretario provinciale della CISL di Bergamo.

“Ogni salto tecnologico ha sempre presentato luci e ombre, come i due lati di una medaglia: da quando l’aratro era trainato dall’uomo, l’innovazione ci ha offerto sfide che, nel tempo, hanno migliorato il benessere della società. Anche oggi, con l’AI, ci troviamo davanti a una nuova fase evolutiva che può portare benefici significativi se governata con responsabilità.

L’AI rappresenta una frontiera che può rendere il lavoro più sicuro, più qualificato e più efficiente. Aumenta la produttività, automatizza compiti ripetitivi, migliora la qualità dei processi e riduce gli errori. Nei luoghi di lavoro potenzia la sicurezza grazie a sistemi predittivi che anticipano guasti e rischi. Nella medicina e nella ricerca scientifica accelera diagnosi, analisi e sviluppo di nuove terapie, aprendo possibilità che fino a pochi anni fa erano impensabili. Sono benefici concreti, che possono rafforzare la competitività del Paese e migliorare la vita delle persone.

Naturalmente, ogni trasformazione porta con sé anche criticità: alcune mansioni cambiano, altre si riducono, e molti lavori ripetitivi possono essere automatizzati. Ma questo non significa che il lavoro umano perda valore. Al contrario: cresce la domanda di competenze nuove, più qualificate, più creative, più relazionali. Il punto non è fermare l’innovazione, ma accompagnarla con politiche e scelte capaci di trasformare il rischio in opportunità.

In questo quadro, Bergamo vive una fase particolare. L’occupazione cresce, soprattutto nei settori ad alta intensità lavorativa come edilizia, magazzini, trasporti, alloggio e ristorazione. È un segnale importante: il territorio ha energie, competenze e capacità di adattamento che possono diventare un vantaggio competitivo anche nella transizione digitale. Ma non basta. Serve interrogarsi sul futuro dei settori manifatturieri, che rappresentano la parte più qualificante dell’economia orobica. Le scelte sul futuro della provincia devono diventare un tema di confronto collettivo, dentro una logica di sviluppo equilibrato e di tenuta sociale.

L’AI è una trasformazione strutturale che coinvolge tutti i settori. Nei Paesi più avanzati cresce la produttività, si aprono nuove opportunità professionali e si rafforza la competitività. L’Europa deve recuperare terreno sugli investimenti, ma può farlo puntando su innovazione responsabile, qualità del lavoro e centralità della persona.

Per cogliere le opportunità dell’AI serve una strategia chiara e condivisa. La prima leva è la formazione: ogni lavoratore deve avere un diritto individuale a un monte ore annuo per aggiornare le competenze digitali, e questo tempo deve essere pienamente riconosciuto come tempo di lavoro. La formazione deve partire dai piani industriali e coinvolgere organizzazioni sindacali, RSU/RSA, includendo tutti, soprattutto i più fragili. La partecipazione non è un dettaglio: è ciò che permette di governare il cambiamento invece di subirlo.

Il sindacato deve avere un ruolo centrale nell’organizzazione del lavoro. L’AI non crea automaticamente benessere: va regolata e contrattata e ricondotta all’interno di valori etici tipici confacenti al nostro Paese, Serve redistribuire la produttività generata dall’innovazione attraverso riduzione dell’orario a parità di salario, nuovi strumenti di welfare, clausole sociali sugli investimenti pubblici e contrattazione dei guadagni di produttività. bisogna evitare la dipendenza tecnologica. e mettere l’ innovazione al servizio dell’uomo. Il valore del lavoro resta umano: relazionale, interpretativo, etico e soprattutto creatività, un elemento che nell’uomo non ha ai conosciuto limiti.

Le politiche pubbliche devono accompagnare questa transizione: rafforzare lo Statuto dei Lavoratori, sostenere la formazione, tutelare l’occupazione e promuovere un modello di sviluppo che metta al centro la persona. L’AI può essere un motore di crescita, equità e qualità del lavoro, se guidata da scelte politiche e sindacali responsabili.

La domanda di fondo è semplice: quale società vogliamo costruire? Una società che usa l’innovazione per migliorare il benessere collettivo e ampliare i diritti, inclusione e la coesione, sociale oppure una che accetta nuove forme di esclusione? La risposta dipende dalle scelte che faremo oggi. E il sindacato deve essere protagonista di questa trasformazione”.